meglio tardi che mai

Il sistema elettorale con doppio turno e ballottaggio è un buon sistema. Lo dimostra l’esperienza dei comuni: dà autorità e legittimazione ai sindaci e riduce i condizionamenti di liste e partiti che pretendono posti nelle giunte e nelle aziende in cambio del loro appoggio ai candidati. Nel primo turno si vota la rappresentanza, nel secondo la governabilità.

Il Consiglio regionale delle Marche avrebbe dovuto vararla molto tempo fa; se lo facesse ora, meglio tardi che mai. L’argomento secondo cui non si approva una legge elettorale a pochi mesi dalle elezioni deve cedere il passo di fronte ad una valutazione oggettiva della legge migliore: meglio una buona legge all’ultimo momento di una cattiva.

Certo non è la migliore quella attualmente vigente, secondo la quale un presidente può essere eletto col 40% dei voti (e col 60 contro) e addirittura, se non si raggiunge la soglia si rinvia l’elezione al Consiglio, aprendo la strada all’instabilità tipica del sistema proporzionale della prima Repubblica.

Quanto al sospetto che si voglia con una legge del genere favorire il centrosinistra, non si dimentichi l’esito delle elezioni comunali del 2016 a Roma e Torino. Il ballottaggio favorisce il candidato più capace di raccogliere nel secondo turno almeno una parte dei consensi di chi non l’ha votato al primo, e questo è un merito da non disprezzare, anzi da valorizzare. Ad esempio, una candidatura del sindaco di Jesi Bacci sostenuta dal centrodestra avrebbe più chance di quella di Acquaroli.

Infine, il doppio turno scoraggia le coalizioni posticce fatte per potere vincere nel turno unico, e le trattative sull’unico tavolo nazionale, in cui le diverse candidature alla presidenza vengono barattate l’una con l’altra, ad esempio, le Marche con la Puglia; come sta avvenendo nell’ambito del centrodestra.

il caso palamara

 

Tanta ipocrisia sul caso Palamara. Che non è una mela marcia ma un rappresentante, se volete particolarmente sfacciato e intrigante, di un sistema che coinvolge l’intera magistratura e che questa conosce benissimo.

Il CSM ha il compito importantissimo di scegliere i magistrati per gli incarichi direttivi e questo spiega perché entrarvi sia così ambìto e le lotte per farlo così forti. Se un organo collegiale deve fare delle scelte, tanto più delle nomine, inevitabilmente si formano correnti, negoziati, spartizioni. Non ci sono in qualsiasi giunta comunale quando si decidono gli amministratori delle aziende?

Questo non vuole dire che il merito non sia considerato. Le correnti sono composte da persone normali che ci tengono alla reputazione, per un incarico importante non sosterrebbero un incapace; ma il merito è opinabile, provate a chiedere ad un primario un’opinione su un collega, o a un professore universitario un giudizio su un collega di una diversa “scuola di pensiero”.

Per cui la soluzione sarà quasi sempre un compromesso tra merito e “protezione”. Un magistrato non appoggiato difficilmente approderà a un incarico importante, a meno che non sia talmente bravo da essere indiscutibile (caso molto raro) o la soluzione di compromesso di un negoziato fallito tra le correnti.

Si commettono reati? Si opera in una zona grigia e si sta bene attenti – e chi più bravo di un magistrato a farlo?- a non uscirne.

La vera novità del caso Palamara, sta nell’introduzione del Trojan. Ma non perché sveli riunioni tra magistrati per discutere di nomine – quanta ipocrisia! – e neanche perché c’erano politici: nel CSM ci sono magistrati (i togati) e politici (laici), volete che non parlino di nomine dentro e fuori dell’aula del Consiglio?

Ma per il motivo per cui è stato utilizzato, cioè un’inchiesta promossa da un procuratore di una corrente avversa nell’ambito di una lotta per la nomina a capo della procura di Roma, la più importante d’Italia. Per potere utilizzare il Trojan si è dovuto ipotizzare un reato (la corruzione) che è già caduto. E poi, va da sé, si è fatto circolare tutto sui media. Questo sì è un salto di qualità: si usano i poteri delle procure per la lotta tra le correnti.

Se non si vuole il sistema delle correnti, si modifichino le norme per la scelta dei magistrati: affidandole a un potere monocratico (politico o togato), agli elettori (come avviene in diversi stati americani) o magari al sorteggio. Sapendo che non ne esistono senza difetti, anche gravi.

E poi si combattano le degenerazioni vere, che nascono in primo luogo dalla perversa alleanza tra procure e media, che ha creato il mito del magistrato eroe, per difendere il quale occorre spacciare la fake new della mela marcia.

i gatti non sono gatti

Da “Concupiscenze librarie” di Giorgio Manganelli, ed. Adelphi

 

Mi pare del tutto evidente che i gatti, intesi come felini da studiare in laboratori di naturalisti, non esistono. I gatti non sono gatti, sono miniaturizzate figure mitologiche che entrano nelle nostre case,  affollano le strade, a Roma alloggiano nelle rovine, affollano i vicoli della città vecchia. Già questo amore dei luoghi intimi o antichi, cioè dei luoghi più sottilmente umani, non può non insospettire.  i gatti amano insieme la mollezza e la selvatica grazia dei luoghi affranti dal tempo; praticano i vizi colti della gola e del sonno, ma insieme sono eremitici, forastici, diffidenti, taciturni.

L’uso che l’uomo fa del gatto è del tutto fantastico, e insieme devoto. Chi ha gatti cade in una forma di gattodipendenza che non conosce disintossicazione. L’uomo avverte la qualità mitica del gatto e a questa oscuramente si rivolge, e ubbidisce alla qualità nobile, araldica di quest’essere dai grandi occhi fondi e senza sorriso.

Ma il rapporto è misteriosamente binario: il gatto a sua volta sviluppa un atteggiamento che mescola assurdamente uno stile di possesso e riti di sudditanza; ma la signoria è meramente recitata, accade per disposizione dell’essere umano, non è imposta; e la sudditanza è un gioco infantile o forse un gesto di mera cortesia.

Forse i gatti credono di essere umani: poichè è chiaro che l’uomo aspira a farsi gatto si ha uno scambio di ruoli; e non è impossibile  che gatti e uomini siano ciascuno la mitologia dell’altro.

 

 

gli errori della sinistra

Quando la sinistra perde consensi e voti, nelle sue file si genera subito una specie di riflesso condizionato: un’analisi secondo la quale la sconfitta è dovuta al tradimento dei valori tradizionali suoi propri e l’allontanamento dalla “sua gente” (Bersani). Un difetto morale prima ancora che politico, di solito il cedimento alle sirene del capitalismo, oggi neoliberismo, che produce uno spostamento a destra. Implicito è il rimedio, il ritorno a casa e magari il pentimento.

Di errori la sinistra, nelle sue diverse espressioni storiche fino al Pd, ne ha commessi, ma quali le cause? Vediamone alcuni.

Immigrazione. La sinistra, in nome dei suoi valori (accoglienza, solidarietà) ha tardato ad accorgersi delle preoccupazioni e del disagio specie proprio nei quartieri popolari a più alto insediamento di immigrati; e non ha contrastato l’idea diffusa che fosse favorevole ad un’accoglienza senza limiti. Poi ha corretto, almeno in parte, questa percezione, ma troppo tardi. Si può dire, secondo gli schemi tradizionali, che avrebbe dovuto spostarsi a destra ma l’ha fatto tardi.

Pensioni. L’errore in questo caso è stato commesso al momento della riforma del 1995, quando fu introdotto il metodo contributivo di calcolo. Si sarebbe dovuto applicarlo a tutti (sia pure pro quota, cioè da quella data in avanti), invece si esentarono quelli con una certa anzianità contributiva; in sostanza dai cinquantenni in su. In questo modo si introdusse una cesura tra anziani e giovani e non si realizzò un risparmio che sarebbe potuto andare ad altri interventi di welfare state (assistenza, sanità). Lo stesso Cofferati era favorevole al contributivo per tutti, ma dovette arrendersi di fronte alla resistenza della CISL e di molte forze politiche, tra cui la Lega.

Di nuovo, nessun cedimento alla destra ma a pressioni a favore dei garantiti che si ammantavano di una fraseologia di sinistra.

Articolo 18. Anche in questo caso, l’errore non è stato quello di abolirlo, ma di farlo solo per i nuovi assunti, così scavando un altro solco tra garantiti e no. Alla riforma doveva corrispondere una riforma e un rafforzamento degli ammortizzatori sociali, che in parte c’è stato, in parte ha incontrato forti resistenze, sia degli industriali che dei sindacati (cassa integrazione).

Quando si lamenta la disattenzione per la condizione giovanile, si rammenti i motivi per cui queste due riforme sono andate a favore dei garantiti.

Come si vede, lo schema del riflesso condizionato che guida le analisi delle sconfitte non regge a un’analisi più precisa delle ragioni degli errori; che sembrano piuttosto provocati da una difficoltà ad aggiornare il proprio programma in rapporto all’evoluzione sociale e a contrastare spinte che si presentano come “di sinistra” ma spesso sono solo coroporative.

Un grande errore è stato invece commesso, ma più da Clinton e Blair che dalla sinistra italiana, quello di sottovalutare l’impatto della deregolamentazione finanziaria che ha provocato la crisi del 2008 e aggravato le diseguaglianze. La sinistra italiana, per parte sua, ha sempre capito poco di finanza internazionale (a cominciare da chi scrive).

 

E ora

My way, traduzione mia

E ora, ora che la fine è vicina
e sono di fronte all’ultimo sipario
amico mio, te lo dirò chiaro
come mi sento
Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato per tante strade
Ma quello che conta davvero,
l’ho fatto a modo mio

Rimpianti certo ne ho
ma troppo pochi per parlarne
Ho fatto quello che dovevo fare
Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla
Ho pianificato ogni percorso,
ogni attento passo sulla strada
ma quello che conta davvero
l’ho fatto a modo mio

Si, ci sono state volte, sono sicuro che lo sai,
che ho fatto il boccone troppo grosso
ma alla fine, se avevo un dubbio
ho mangiato e sputato
Ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi
Ho amato, ho riso e ho pianto, ho avuto la mia dose
di successi e di sconfitte
e ora che le lacrime si fermano
trovo tutto così divertente
E pensare che ho fatto tutto questo, come dire,
senza timidezza
Oh no, non io
L’ho fatto a modo mio

Perché, che cos’è un uomo?
che cosa ha un uomo?
Se non ha se stesso, non ha niente
Dire le cose che sente veramente
e non quelle di chi sta in ginocchio
Il bilancio dice che le ho prese,
ma ho vissuto a modo mio

il Conte Tafazzi

dal nostro corrispondente a Bruxelles.

Dunque, Conte aveva concordato con Francia. Germania, Spagna, Olanda la nomina di Timmermans a presidente della Commissione UE. Eravamo nel giro dei principali paesi, ma poi da Roma è arrivato l’alt di Salvini, il vero presidente del Consiglio, e quello finto si è subito adeguato. Ha sconfessato l’accordo con l’argomento risibile che era frutto di un patto franco-tedesco e ha ritirato l’appoggio a Timmermans. Che è uno dei più aperti verso le esigenze italiane, contrario alle politiche di austerità e favorevole alla redistribuzione dei migranti, e proprio per questo inviso ai governi di Visegrad, ai quali Conte si è accodato.

Come risultato è stata scelta una ministra tedesca, di sicuro più rigorista sulle politiche di bilancio e vicinissima alla Merkel, mentre per la Banca centrale europea è stata designata Christine Lagarde: insomma, questo sì un patto a due tra Francia e Germania. Poi, è arrivata anche la beffa, per Conte non per l’Italia, perchè alla presidenza del Parlamento europeo è andato Davide Sassoli, del Pd, al quale i deputati leghisti, quelli di “prima gli italiani”, hanno votato contro.

Insomma, una figura ridicola per il Conte Tafazzi. Lo storico Carlo Cipolla ha definito in un suo libretto le regole della stupidità: mentre il saggio è chi fa il suo interesse e al tempo stesso quello degli altri, e il furbo è colui che fa il suo interesse ma non quello degli altri, lo stupido è quello che non fa nè il suo interesse nè quello degli altri.

o in giunta o in consiglio

by Amicus Plato

 

Si avvicinano le elezioni regionali (2020) e si torna a parlare di legge elettorale e di statuto nel Consiglio regionale. Presentate diverse proposte di modifica alle norme vigenti e una sola, quella di LEU, ha il coraggio di affrontare il nodo più importante, quello dell’incompatibilità tra consigiiere e assessore, sul modello dei comuni: chi è eletto consigliere e viene nominato assessore dal Presidente deve dimettersi.

Peccato che ai presentatori sia mancato il coraggio di andare fino in fondo:  › Leggi il seguito

l’autonomia e la coesione

by Amicus Plato

Sostengono i fautori dell’autonomia differenziata che si può fare senza oneri per lo Stato. Nella storia, in realtà, ogni trasferimento dei poteri non è stato senza oneri, per il motivo che le amministrazioni centrali non hanno mai ridotto il personale proporzionalmente ai poteri trasferiti. Ma in linea di principio l’affermazione è giusta: le regioni che hanno chiesto maggiori funzioni, se le esercitano in modo più efficiente rispetto allo stato centrale – ed è probabile che lo facciano – avranno un risparmio che potranno destinare ad aumentare quantità e/o qualità dei servizi, senza oneri per il bilancio dello Stato.  › Leggi il seguito

pd e cinque stelle

by Amicus Plato

Il nuovo segretario del Pd ha detto chiaro che non intende allearsi coi 5 stelle, eppure continuano a pressarlo su questo tema. Come mai? Penso che la ragione stia nel fatto che tra chi lo ha sostenuto ed eletto  – al netto di quelli che stanno sempre con chi vince (Franceschini, Fassino) e dei padri nobili in perenne attesa di essere richiamati in servizio (scegliete voi) – è diffusa un’interpretazione delle recenti vicende politiche italiane che in estrema sintesi si può così riassumere: Renzi ha snaturato il Pd trasformandolo da partito di sinistra in partito di centro, pertanto ha lasciato praterie all’iniziativa di Cinque stelle che si sono appropriati dei  temi che dovrebbero essere costitutivi della sua identità. Naturalmente i Cinque stelle li hanno trattati alla loro maniera combinando disastri. Ora con Zingaretti il Pd può riappropriarsene, occupando lo spazio abbandonato e i grillini saranno frantumati, dispersi o costretti a trattare da posizioni ben diverse da quelle conquistate il 3 marzo dello scorso anno.

Alla base del ragionamento sta l’idea di un’affinità tra gli elettori dei due partiti. Il nuovo segretario dice che non vuole parlare con Di Maio ma con i suoi elettori delusi. Ma i delusi sono, ad esempio, quelli che non vogliono la TAV, senza se e senza ma. Come la mettiamo?

habemus papam

by Amicus Plato

Alla fine il Pd ha un segretario. Era tempo: dopo un anno di afasia – e che anno! – può ripartire. La grande partecipazione e l’ampia maggioranza dànno a Zingaretti un mandato e una legittimazione forti. Martina paga, anche al di là dei suoi demeriti, l’incolore gestione della reggenza; Giachetti si poneva un obiettivo limitato, quello di impedire la damnatio memoriae di Renzi e del suo governo; se ci sia riuscito lo vedremo nei prossimi mesi.

Quando un candidato suscita una così ampia partecipazione e raccoglie un così grande consenso è segno che il suo messaggio è stato apprezzato e condiviso. Zingaretti è stato vago sui contenuti, quello invece che ha detto con chiarezza è l’intenzione di una gestione collegiale del partito e della ricerca della più ampia unità fuori del partito per condurre l’opposizione al Governo Conte. In questo modo ha raccolto una preoccupazione e una domanda di alternativa che cominciano ad essere diffuse. Gli elettori del Pd vogliono l’unità  dentro e fuori del partito, perchè la considerano necessaria per contrastare un governo pericoloso.

Sappiamo d’altra parte che l’unità ha l’altra faccia della medaglia, che si presenta quando è il momento di governare: allora, la gestione collegiale diventa oligarchia che spartisce le posizioni di potere e la più ampia unità diventa l’inguardabile sfilata dei minileader davanti alla telecamere che paralizza il governo. Ma a questo, sembrano dire gli elettori del Pd, si penserà poi, adesso è il momento dell’opposizione.