ancona, si apre il dibattito

by Amicus Plato

“C’è un rischio Roma o Falconara” (si potrebbe aggiungere anche Londra, volendo) ad Ancona? Sul punto si interrogano sia Ranci, segretario cittadino del PD, sia Stefania Benatti, presidente dell’assemblea comunale.

A Roma e Falconara, fatte le opportune distinzioni, c’è stato un effetto negativo dovuto alle responsabilità di governo. Prevedibile a Falconara, dopo i disastri della gestione Carletti, più sorprendente a Roma. La prima raccomandazione per chi dovrà guidare gli ultimi anni di mandato e poi la campagna elettorale ad Ancona, è dunque quello di non puntare tutto sulla continuità: fare leva sui buoni risultati, e cercare di ottenerne di buoni nel prossimo futuro, ma tenere conto di una volontà di rinnovamento che, dopo un lungo periodo di governo, si manifesta perfino al di là dei risultati ottenuti e che si alimenta dello scontento sui gruppi di potere che intorno ad un lungo governo (più o meno inevitabilmente) si formano.
In secondo luogo, a Roma non è piaciuto lo scambio di candidature tra Veltroni e Rutelli, la riproposizione di un ex sindaco e un meccanismo di scelta verticistico e poco partecipato; difetto anche della scelta del candidato a Falconara. La conseguenza, di cui sia Sturani, che Ranci che Benatti sembrano ben consapevoli, è che ad Ancona si facciano delle primarie aperte, partecipate e senza pilotaggi. Le regole dello statuto nazionale solo in parte le favoriscono; occorrerà definire regole e soprattutto comportamenti che garantiscano una competizione aperta e una solida unità di tutti i contendenti, una volta fatta la scelta.
C’è stato poi un effetto traino delle elezioni politiche, ma su questo c’è poco da fare al momento: quale sarà il contesto in cui si svolgeranno le elezioni comunali è difficile dire, ma è buona regola prepararsi al peggio, cioè ad un contesto non favorevole, puntando fortemente sui temi locali.
C’è poi la questione del programma: quanto puntare sui temi sollevati con successo dalla destra, come quello della sicurezza o delle infrastrutture, o proporre un agenda diversa, come mi sembra faccia Benatti nella sua intervista di oggi (sostenibilità ambientale, partecipazione, edilizia nelle frazioni?). La discussione è aperta e non può che partire da valutazioni di fatto e dal cosiddetto “ascolto” della città: esiste ad esempio, e quanto rilevante, un problema sicurezza ad Ancona? E come si coniuga con quello dell’immigrazione?
Ancora, la questione delle alleanze, che d’altra parte è legata a quella del programma: ad Ancona si è vinto nel 2006 con l’apporto solo di una parte della sinistra radicale; occorre declinare anche ad Ancona il tema del PD libero o puntare su una classica politica delle alleanze?
Infine, c’è il tema del partito: ad Ancona nelle elezioni politiche ha tenuto bene, mostrando anche una buona sintesi tra i partiti fondatori e i loro elettorati di riferimento. Ma la novità del PD, in termini di cultura politica, insediamento sociale, forme organizzative, leader e candidati, è tutta da costruire. E il volto del PD sarà il prodotto decisivo da mettere sul mercato elettorale.

2 thoughts on “ancona, si apre il dibattito

  1. Io tenderei a distinguere i temi “più locali”, da quelli “più nazionali”.
    sui temi di edilizia e sostenibilità e sistema urbano intercomunale dovremo veramente far una riflessione…e anche sullo strapotere di certi poteri privati (o che certi vogliono esercitare. Si veda la proposta di Giometti di sostituire il Coppi con un palaghiaccio) sull’urbanistica anconetana. Non dobbiamo dimenticare che quanto è successo a Roma è anche legato ad un provvedimento, il Piano Regolatore Generale. Non conta solo il sindaco riproposto dopo due mandati, non conta solo il vento nazionale, non conta solo il fatto che Rutelli non sia molto amato.
    Penso che il nuovo PRG abbia contato molto!!! Atteso da 13 anni, ma molto problematico, perché concepito forse per interessi diversi da quelli dei cittadini. Ha spostato voti soprattutto a sinistra e fra i “non palazzinari” e gli abitanti delle centralità romane (le attuali periferie). Soprattutto ha rappresentato “la traduzione concreta” del rapporto PD-poteri forti, che Alemanno ha costantemente attaccato in campagna elettorale, promettendo anche una parziale revisione del PRG.

    Per “i temi nazionali” invece, penso che bisogna puntare a dare una risposta alla agenda del PDL e dell’informazione, senza abdicar alla nostra e ai nostri valori:
    1) mobilità alternativa a infrastrutture troppo pesanti, laddove non necessarie (metropolitana di superficie ed adozione integrale del PUM);
    2) iniziative sul tema della sicurezza e dell’integrazione (da affrontare disgiuntamente) per tranquillizzare i cittadini e proporre linee alternative alle ronde(come già il programma del PD prevedeva).
    Andrea

  2. Stefano Perilli

    Mi chiedo se, nella scelta di una strategia politica a medio termine, ha davvero senso fare paragoni tra città con una base elettorale di diversa composizione ideologica, peraltro soggette ognuna ad un proprio, personale sviluppo storico del consenso politico, e comunque caratterizzate da problematiche sociali che hanno ordini di grandezza diversi; per certi versi credo proprio di no. Non ha senso di fronte alla banale constatazione che Roma non è Ancona, così come Falconara, almeno negli ultimi anni, poco ha avuto a che vedere con la nostra città: fare di quanto è accaduto in quelle realtà un algoritmo utile a prevedere cosa accadrà a casa nostra mi pare quantomeno improprio.
    Al contrario è vero che il Partito Democratico, con le sue promesse di rinnovamento, direi di rivoluzione della politica italiana è, agli occhi dell’elettorato, lo stesso ovunque. Ecco che, a titolo di esempio, la scelta di un candidato Sindaco che ha già ricoperto quella carica per due mandati, è Ministro del governo in carica ed ha anche perduto le precedenti politiche, suona di già visto e si ripercuote negativamente su tutto il Paese, rendendo inutili i faticosi processi di riavvicinamento del Partito alla società ed offuscando quel che di buono c’è nel progetto del PD. Dunque non si tratta di studiare i modelli comportamentali della base elettorale in questa o quella situazione, occorre piuttosto mantener fede a quanto annunciato, rinnovando a fondo, direi con il coraggio incauto degli spavaldi, il modo stesso di costruire idee e struttura del Partito, attraverso un rapporto attivo e proficuo con la propria base.
    Attenzione poi a non inseguire il “centro” come fanno i levrieri dietro alla lepre (di pezza); il nostro Partito nasce da tre formazioni politiche che hanno le radici affondate nel miglior socialismo europeo, quel socialismo riformista e di governo che antepone l’interesse generale del Paese ai privilegi dei più forti, che ritiene la Politica un binario per il mercato e non viceversa, che guarda ai deboli ed agli emarginati anziché ai privilegiati, che crede nella forza della coesione sociale come elemento fondante di una società più equa, responsabile e stabile; un socialismo ALTERNATIVO ad una destra che tende invece ad essere conservatrice, populista e rigidamente allacciata alle rendite di posizione. Allontanarci da questa rotta significa perdere identità, confondersi in un centro politico che non ha fisionomia e vive sulle paura, sull’incertezza di una piccola fetta di elettorato che non possiamo rappresentare perché non ci assomiglia neanche un po’.
    Facciamo invece definitivamente nostra quella parte di “voto utile” ancora troppo fragile, conquistiamo spazio in quell’astensionismo e in quel voto di protesta andato alla Lega ma che ha radici sul fronte opposto, usciamo finalmente allo scoperto ed indentifichiamoci per ciò che siamo, anche se questo ci porterà a versare qualche goccia di sangue (bianco?).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *