due interventi sul pd

by Amicus Plato
equilibrio
Su Il Riformista di oggi, Michele Salvati riassume, secondo me in modo chiaro ed esauriente, i nodi irrisolti nel Pd che rischiano di provocare lo stesso fallimento del progetto del nuovo partito. E sono cinque:
1. un residuo problema ideologico – culturale, che divide le due formazioni fondatrici del nuovo partito soprattutto sui problemi su cui pesano gli interventi della gerarchia ecclesiastica. Dice Salvati che questa divisione non sarebbe difficile da comporre se ci fosse stato quel processo di rimescolamento tra le diverse componenti che si auspicava, ma che non è avvenuto.
2. Il modello di partito, in cui si confrontano i sostenitori di un nuovo modello basato sulla partecipazione degli elettori alle scelte fondamentali e i sostenitori di un modello più tradizionale: ci sono in gioco due diverse concezioni della democrazia e del ruolo dei partiti e dei loro dirigenti e lo statuto approvato è stato solo un fragile compromesso. Le vicende contrastate delle primarie lo dimostrano.
3. La forma di stato e di governo: i poteri del Capo del Governo e del Parlamento, l’ordine giudiziario, in questo momento soprattutto il tema del federalismo. Questa divisione impaccia il partito ogni volta che si affrontano temi di rilievo costituzionale
4. Il futuro del sistema politico, le alleanze e la legge elettorale, vale a dire la questione del bipolarismo, e del partito a vocazione maggioritaria: legge elettorale maggioritaria o proporzionale? Governi che si formano in Parlamento o col voto degli elettori? Programmi che precedono le alleanze o viceversa?
5. Come fare opposizione: un partito responsabile con idee proprie su ogni problema di governo, pronto a contrastare i provvedimenti del Governo, ma anche a concordare se ce ne sono le condizioni (in sostanza, l’idea del Governo ombra) o quella di un partito ostile in via pregiudiziale che approfitta di ogni passo falso del Governo per segnalarne l’inettitudine?
Diversa la diagnosi di Oriano Giovanelli sul sito “La vita pubblica”. Diversa e più tradizionale: c’è un difetto di linea politica e di gruppo dirigente. E cita in proposito il tema della collocazione internazionale del PD, l’insufficiente iniziativa sulla politica economica, le incertezze sul federalismo fiscale.
Sembra che per Giovanelli tutto si possa risolvere con un bel congresso, un nuovo gruppo dirigente e una linea politica chiara. Salvati, che certo auspica anche lui un chiarimento congressuale, mette di più sotto il riflettore i limiti del processo costituente, l’insufficiente tematizzazione del “partito nuovo”: si è pensato cioè, e io sono d’accordo con lui, che bastasse fare la fusione, mettere insieme i gruppi dirigenti dei due partiti fondatori, scegliere programma e linea politica (sempre adattabili da dirigenti accorti e intelligenti) e andare avanti.
E invece no: la sfida era più grande e la debolezza di Veltroni, a ben vedere, sta nel trovarsi sul crinale di questo dilemma.

3 thoughts on “due interventi sul pd

  1. E’ vero, il Pd ha una linea politica un po ambigua, frutto anche di un processo costituente affrettato (ma necessario per le elezioni alle porte) di cui le discussioni sulla “collocazione europea” è solo un emblema.
    Chiariamo che formare un nuovo partito non è un’operazione facile, a meno che non ci sia un Capo indiscusso e indiscutibile come nel PdL.
    Allora si può annunciare un nuovo partito dal predellino della macchina, sciogliere e far confluire un partito (Forza Italia) nel nuovo soggetto attraverso una discussione di 10 min. ecc.
    Come giustamente dice Veltroni, se qualcosa del genere lo avesse fatto lui, lo avrebbero massacrato di critiche. Se certe cose le fa Berlusconi, allora va bene…
    Se c’è un difetto del Pd, al di la di quello che dice Parisi, che accusa Veltroni addirittura di “Cesarismo”, è che si dibatte troppo, talvolta a sproposito, ma soprattutto senza decidere nulla.
    Vogliamo scommettere che il tema della collocazione del Pd in Europa, al momento delle elezioni europee non sarà ancora sciolto?
    Come uscirne? O si fa testa o croce con la moneta… o si avvia un processo che tenga conto di quale Europa si vuole e ci si colloca nel gruppo (socialista o liberaldemocratico) che più si avvicina a tale progetto.
    Vogliamo un’Europa più soggetto politico o un’Europa delle Nazioni? Un’Europa federale o un’Europa solo zona di libero scambio?
    L’Europa di Spinelli o l’Europa di De Gaulle?
    Non è un dibattito come si vede fine a se stesso.
    E se si tiene conto che le posizioni sia di molti partiti socialisti, sia di molti partiti del gruppo popolare sono ambigue a riguardo, penso che il Pd potrebbe svolgere un grande ruolo in proposito.
    Per quanto riguarda l’Italia il Pd deve fare un’opposizione chiara e lineare, che su ogni tema proponga una chiara proposta che, se assimilabile a quella del governo, possa anche vedere un voto favorevole; se invece è l’antitesi delle proposte del governo, dica un chiaro e netto no, in Parlamento e non solo.
    Semplice, no?

  2. mariano guzzini

    Avevo già letto i due interventi, e mi aspettavo che A.L. li avrebbe chiosati.
    Quanto a me trovo molto lodevole l’impegno di Michele Salvati e di Oriano Giovannelli nel confezionare analisi di ampio respiro in tempi di tatticismi mediocri e di voli bassi.

    Siamo all’affettuoso e volonteroso bocca a bocca, nella speranza che il PD nazionale sia ancora vivo e possa rinvenire.

    Ma almeno l’ipotesi che sia tutta fatica sprecata la vogliamo fare? Solo l’ipotesi. Tanto per capire il da farsi nel disgraziato caso che.

    Quando una fava non si cuoce, si può ricorrere ai chiromanti, agli stregoni, ai riti vudu, alle madonne pellegrine. Ma se continua a non cuocersi, forse l’atteggiamento più lungimirante è organizzarsi la vita sapendo che quella possibilità è diventata impossibilità.

    Non so. A Roma mi pare che non accada niente di buono. Nelle periferie, nella stessa Ancona, il PD invece c’è. Ma è possibile che un partito possa crescere e diventare la forza determinante dell’indispensabile riformismo senza una testa nazionale brillante e trainante, e con mille piedi locali frastornati e tignosi?

    Le analisi di Salvati e di Giovannelli sono di gradevole lettura. Però non riescono a cancellare il fatto che Veltroni ha messo nero su bianco la classifica delle canzonette che preferisce, ma ha lasciato che i cortei dello sciopero generale della CGIL si svolgessero in assenza di un giudizio magari messo ai voti, una testa un voto) dal gruppo dirigente nazionale del PD.

    Anche la questione della collocazione al parlamento europeo sta diventando una burla. Le regole europee impongono un certo numero di stati per fare gruppo a se. E un gruppo a se non conterebbe nulla.
    Quindi ci si dovrà iscrivere ad uno dei gruppi esistenti. E’ normale che non ci sia una procedura per sapere come la pensa il PD delle primarie, o quello del Circo Massimo?
    E’ possibile che tutto sia fermo perchè Rutelli pone un veto?
    Non sarà un problema che appassiona le masse (e non ne sarei tanto sicuro).
    Ma si può andare a votare per il parlamento europeo senza sapere dove si siederanno gli eletti? Se io dovessi votare uno che si sedesse con i moderati di centro destra, non andrei a votare. Ho il diritto di sapere dove si collocherà il futuro parlamentare europeo che sarò chiamato ad eleggere, o no?

    Ma poi, anche supposto che questa questione sia secondaria, il tema che c’è dietro secondario non è. Se non esiste un modo democratico per dirimere questioni che dividono ex margheriti ed ex ds, sarà impossibile mescolarci e meticciarci. Non è dando tempo al tempo che si risolve questa questione strutturale. Al contrario, più tempo passa e più ci si irrigidisce. E’ compito del centro del partito dare l’esempio di un confronto democratico non estenuante nè viziato da ricatti e da furbizie, che produca una decisione impegnativa per tutti.

    In assenza di questa azione esemplare anche in periferia si corre il rischio di imitare la melina e l’imputridimento dei temi delicati. Con evidenti rischi di rapido deterioramento della speranza e di forte irrobustimento del disincanto.

  3. Io penso che un Partito è forte se ha un grande consenso ed è autorevole se ha anche un leader capace di guidarlo con una struttura organizzativa di alto livello. Forse bisognerebbe abbandonare il microscopio per analizzare i comportamenti del PD e concentrarsi sulla componente organizzativa e programmatica: a cosa serve questo benedetto partito e quali vantaggi competitivi può dare agli elettori italiani se lo sostengono e lo votano. Un partito che si colloca a sinistra dello scenario politico presente in Parlamento e non si concentra sugli interessi del ceto medio, interpretando i suoi interessi ( il lavoro, le pensioni, i servizi pubblici, l’ambiente, la salute ) in modo innovativo ed in logica di accesso, forse rischia di parlare solo agli apparati e non ai cittadini

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