dopo veltroni

by Amicus Plato
veltroni
Interrogativi dopo le dimissioni di Veltroni.
1. E’ lo stesso progetto del PD che è infondato e velleitario (tesi Macaluso), perchè cerca di tenere insieme ciò che non può convivere (le posizioni sulla collocazione internazionale, quelle sulle questioni bioetiche)? Come dire, Veltroni non ce l’ha fatta, ma nessuno ce la potrebbe fare.

2. E’ stato un problema di manico? Come dire, il progetto è giusto e realizzabile, ma il segretario non ha avuto la capacità di portarlo avanti. E se è così – e almeno in parte è sicuramente così – è stato un difetto di visione politica e spessore culturale, di capacità di direzione e comunicazione? O per manico dobbiamo intendere un manico collettivo, un gruppo dirigente logoro e invecchiato, incapace di superare le vecchie appartenenze?

3. E’ l’interpretazione di Veltroni del progetto che è stata sbagliata, quella incentrata sul “partito a vocazione maggioritaria” che va da solo alle elezioni (ma poi non ci va), sul Governo ombra, che poco si cura di tessere, organizzazione e organi dirigenti? Oppure, queste proposte di Veltroni si sono scontrate con difficoltà oggettive, legate alla struttura del sistema politico e istituzionale italiano e alle sue tradizioni, con ostacoli e avversioni che l’hanno minata?
E se l’interpretazione di Veltroni del progetto è sbagliata, la risposta è quella di Bersani – D’Alema, il ritorno cioè all’apparente sicurezza delle posizioni politiche, delle relazioni sociali e delle forme organizzative dei DS e prima ancora del PDS e del PCI?
Ma questo ritorno alle sicurezze del passato è compatibile con la stessa tenuta del PD?
E con questo, il cerchio si chiude e si torna alla prima domanda.

5 thoughts on “dopo veltroni

  1. Ma io mi porrei l’obiettivo di capire chi devo rappresentare con questo partito:

    1) chi ha una visione laica e democratica della politica o chi vorrebbe un partito confessionale?

    2) chi chiede riforme nel mercato del lavoro, nel welfare state per garantire diritti davvero universalistici o chi preferisce mantenere i privilegi di pochi?

    3) chi ha bisogno che sia riformato l’apparato pubblico per ridimensionarne i costi parassitari e garantire maggiore efficienza o chi trae vantaggio da questo sistema?

    E’ evidente che le ricette del passato sono improponibili però in assenza di una elaborazione culturale e programmatica degna di questo nome e di una leadership diffusa in grado di promuoverla è normale che una forza politica (ma prima ancora il suo elettorato) torni a rifugiarsi nei vecchi schemi.

    Non basta dire “voglio un’Italia più meritocratica” oppure “facce nuove” se poi il pensiero e l’agire politico rimangono identici.

    Il PD per me rappresentave e rappresenta ancora una grande opportunità di cambiamento per questo Paese ma i cambiamenti profondi non si improvvisano, richiedono ben altro di qualche slogan

  2. Invito innanzitutto a visionare il discorso di commiato di Veltroni qui
    http://tv.repubblica.it/copertina/e-ora-post-pd/29551?video

    con relativo dibattito che ho trovato interessante.

    Pur non avendolo votato alle Primarie, riconosco a Veltroni che ha avuto il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e di trarne le conseguenze.
    Lo fa tutto sommato uscendone a testa alta, con toni pacati e confermando le riconosciute capacità affabulatorie.
    Lascia un partito allo sbando? Purtroppo si. Doveva farlo prima? Francamente trovo eccessive le dichiarazioni di Parisi nel suo intervento, ribadite in diverse interviste di oggi ai giornali, che Veltroni se ne sarebbe dovuto andare già dopo la sconfitta alle Politiche.
    Ritengo, numeri alla mano, che Veltroni abbia fatto un mezzo miracolo a portare un terzo degli italiani a votare Pd, vista l’impopolarità di cui, ahinoi, godeva il governo Prodi alla sua caduta, impopolarità che evidentemente si rifletteva sui partiti che lo sostenevano.
    Riguardo al risultato delle elezioni in Sardegna, noto che:
    1) Soru ha preso comunque circa il 5% in più della coalizione che lo sosteneva;
    2) che se il Pd avesse ottenuto grossomodo lo stesso risultato di aprile 2008, Soru avrebbe vinto.
    Quindi il problema è chiedersi perché circa 1/3 dell’elettorato del Pd è andato perso in questo anno. Non c’è bisogno di analisi di flussi elettorali per capire che una parte di tali voti è andata all’Udc (una parte di chi votava Margherita e che non si riconosce nel progetto politico del Pd); una parte a Idv; una parte consistente si è rifugiata invece nell’astensionismo.
    Perché questo? Secondo me perché il Pd non ha attualmente una linea politica definita e riconoscibile. Per Di Pietro la colpa è di Veltroni che non ha fatto una opposizione dura a Berlusconi. Per Chiamparino (lo riafferma oggi in diverse interviste) è colpa del “ma anche” di Veltroni.
    Si chiede cioè retoricamente: il Pd sta con la Cgil (che non ha firmato la riforma della contrattazione col governo) o con Cisl e Uil?
    Sta con Beppino Englaro o con il Vaticano? Sta con gli operai o con Confindustria? Non si capisce. Ritengo queste due analisi solo in parte condivisibili: il Pd non è una caserma, come dice Veltroni, in cui si è tutti allineati e coperti; non è un partito di classe o laicista. Tra posizioni diverse ed esigenze contrapposte, un partito che punta ad andare al governo e a “vocazione maggioritaria” deve cercare di fare sintesi tra sensibilità e rivendicazioni diverse. Il problema – e qui do ragione a Chiamparino – è che questa capacità è mancata. Ed è mancata a mio parere perché nel Pd veltroniano è mancata la capacità di confrontare le diverse opinioni in strutture deputate. Le “vecchie” segreterie di partito o comitati centrali dei vecchi partiti. La bailamme di posizioni è dannosa all’immagine del partito quando si riflette in esternazioni, interviste in cui ognuno dice una cosa diversa dal compagno di partito, insomma quando da’ l’idea di una “armata Brancaleone”. Non lo è quando invece fa trasparire un franco dibattito dal quale però alla fine deve uscire una posizione condivisa o di maggioranza. E in tal caso, se qualcuno non si riconosce nella posizione di maggioranza, o accetta la decisione democraticamente, o se ne va dal partito! Il riferimento è alle posizioni sul “testamento biologico” in cui la Binetti esterna che, se il partito farà sue la posizione di Ignazio Marino, lei se ne va… E se ne vada!
    Veltroni ha inoltre ragione a dire che per costituire un credibile partito di opposizione ci vuole tempo. Lui ricorda Lula o Chirac. Ma aggiungerei Blair o Mitterand. Ma in questo caso temo che purtroppo le elezioni amministrative ed Europee a giugno impongano di arrivare ad un cambio di vertici in tempi strettissimi. Non condivido l’idea di una reggenza di Franceschini fino ad ottobre. Il rischio è che il Pd imploda prima.
    Si chiami ad esprimersi il popolo delle Primarie, stavolta non per eleggere plebiscitariamente un segretario. Primarie vere con candidati veri e non di facciata, ognuno portatore di una sua idea di Pd e di linea politica. E’ secondo me stato questo il peccato originale che Veltroni ha scontato. L’essere diventato segretario del Pd per sostegno degli apparati e dei maggiorenti di Ds e Margherita e non di quello dei cittadini. E questo peccato originale è stato per lui esiziale.
    Serve un partito vero, strutturato, con luoghi in cui gli iscritti possano incontrarsi e decidere. No quindi al partito leggero “all’americana”. Condivido in questo la posizione di Bersani. Ma serve anche una radicale innovazione nella classe dirigente del partito che non può più essere costituita da ex-Ds o ex-Margherita o da “giovani” paracadutati dall’alto! E in cui, deve essere chiaro, non tutti avranno la loro poltrona assicurata!
    Il dramma di questa situazione è che in un Paese in cui abbiamo già una maggioranza che, riprendendo l’immagine di Previti “non vuole fare prigionieri” e in cui il governo, pur avendo una schiacciante maggioranza in Parlamento, governa per decreti; insomma di fronte ad un serio rischio di “putinizzazione” dell’Italia, servirebbe invece una credibile opposizione. E questo ruolo non può certo essere lasciato solo all’Idv di Di Pietro!
    Facciamo presto: non c’è tempo da perdere.

  3. giovanni mantovani

    Mi sembra urgente dire che non si può pensare a un radicale rinnovamento dell’attuale classe dirigente prima delle prossime elezioni. Quella è e quella resta. Poi, andare alle elezioni in stato di fibrillazione (Franceschini molti non lo vogliono) sarebbe la cosa peggiore. A mio parere bisognerebbe fare un Congresso, non subito né tra un anno, ma tra qualche mese; eleggere una segreteria collegiale per gestirlo. Non fregarsene troppo delle elezioni, ma arrivare al Congresso con due o più candidati veri alla leadership del Partito. Poi, primarie altrettanto vere (non con un solo candidato della disperazione, come fu con Walter) e finalmente avere un segretario.
    Circa gli errori di Veltroni, li ha detti lui stesso: aver voluto tenere tutto insieme (si chiami pure buonismo) e di conseguenza non aver saputo elaborare una linea coerente di partito. Il resto era nei fatti. Dopo una vittoria come quella delle politiche, uno come Berlusconi non lo metti alle corde in un anno e mezzo. Soprattutto con un partito in incubatrice.
    Detto questo, per il futuro occorre capire una cosa soprattutto. Il peccato originale del Pd è di avere due anime ideologicamente incompatibili: quella cattolica e quella laica. Non attribuisco torti e ragioni. Come la penso si sa, ma anche i Rutelli e persino i Parisi hanno gli stessi miei diritti. Il problema è che le ideologie fanno parte della coscienza individuale e non debbono entrare nei programmi di partito. Se si riesce a fare questa operazione il Pd può sopravvivere, se no non sprechiamo il fiato a lamentarci e pensiamo ad altro.

  4. Sperando che altri si aggiungano a questo dibattito, che dovrebbe essere particolarmente caldo, segnalo questo sondaggio
    http://www.repubblica.it/speciale/2009/sondaggi_ipr/dimissioni_veltroni.html

    non perché mi da ragione, ma perché interessante.
    Capisco l’obiezione contro il congresso prima delle Europee per i tempi in effetti davvero molto stretti, ma il rischio è che se si attende ottobre, l'”edificio” Pd crolli rovinosamente prima, visto che le crepe e gli scricchiolii sono davvero preoccupanti.
    Per quanto riguarda il discorso laici/cattolici di Mantovani, rispetto la sua opinione ma non la condivido.
    Io sono un laico, nel senso che pur essendo battezzato e andando talvolta in chiesa ritengo che, come recita la nostra Costituzione “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”: quindi uno stato laico non può imporre per legge la visione di una religione, anche se largamente praticata nel paese, a tutti i suoi cittadini, trasformando riprendendo un celebre slogan “il peccato in reato”.
    Quindi, prendendo spunto dalla vicenda Englaro, il problema non è che nel Pd alcuni condividano la vergognosa legge proposta sul testamento biologico. Il problema è invece, per evitare che una Binetti o un Veronesi sbattano la porta, non prendere posizione, rifugiandosi nella comoda “libertà di coscienza”. Quindi tanto per essere chiari, la Binetti potrà votare a favore e Veronesi contro, ma la posizione del partito deve esistere e nello specifico penso passa essere rappresentata dalla bozza del sen. Marino.
    Laici e cattolici hanno lottato fianco a fianco nella Resistenza, hanno scritto insieme la Costituzione, hanno governato assieme per tanto tempo.
    Non è questa la discriminante, purché si abbia la forza e la correttezza di mantenere su certi temi una visione laica e non dogmatica.

  5. giovanni mantovani

    Un chiarimento a raniero. Non credo che la libertà di coscienza sia una gran comodità (se parliamo seriamente e non all’italiana). Ma a parte questo, la mia idea è che una questione ideologica non può entrare nel programma (che impegna tutti) ma se si vota è chiaro che il partito può (deve?) avere una linea, anche quando lascia libertà di voto per motivi di coscienza. il partito democratico americano è a favore o contro l’aborto? Obama è a favore; la maggior parte dei cattolici americani lo hanno votato.

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