il battesimo di red

by Amicus Plato
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Folla, calore, applausi, il battesimo di RED nelle Marche, officiato da Oriano Giovanelli e Massimo D’Alema è stato, come previsto, un successo. E’ tanta l’incertezza tra i democratici anconetani, sia per le vicende nazionali che per quelle comunali, che la presenza di D’Alema è stata, specie per quelli dell’area DS, un momento di rassicurazione e incoraggiamento. Quanto di questo successo si trasferirà su RED Marche è da vedere: dipende se Giovanelli e i suoi saranno in grado di dire qualcosa di interessante e originale sulle Marche, senza timore di pestare i piedi a qualche potente.
Ma D’Alema ha parlato pochissimo del partito, per niente di Veltroni o di Franceschini, anche se un suo passaggio contro la “primarizzazione del partito” e contro il nuovismo ha lasciato intendere in quale direzione pensa di indirizzare la barca del PD.
Ha parlato invece a lungo della crisi economica, non tanto in termini tecnici, quando proponendo quella che si chiama una visione di ampio respiro, alla Alfredo Reichlin per intenderci. La sua lettura della crisi è, in soldoni, piuttosto semplice: essa nasce dal fatto che si è indebolita la politica che è stata sopraffatta dal mercato e dalla rivoluzione dei manager. Va da sè che la ricetta, per lui come per Tremonti, è il ritorno della politica e del suo primato sull’economia.
Il tutto condito da apprezzamenti per il “socialismo” di Obama, che punta a redistribuire il reddito, estendere i servizi sanitari e nazionalizzare le banche. Una visione che si presta a qualche critica: la crisi della politica nasce, perlomeno per quanto riguarda l’economia, dai disastri degli anni ’70, con inflazione e disoccupazione a due cifre, dovute alle politiche sbagliate di quegli anni. Fu a seguito di quegli eventi che Reagan lanciò lo slogan secondo cui “Lo Stato è il problema , non la soluzione”.
Questi disastri furono particolarmente evidenti in Italia – ed esplosero nel 1992 – dove il primato della politica, condiviso sia dalla DC che dalle sinistre, fu la copertura ideologica per l’indebitamento pubblico, la crescita della pressione fiscale, l’invadenza dello Stato i tutti i campi. Con una certa disinvoltura, D’Alema dimentica che egli stesso parlò dell’esigenza di una “rivoluzione liberale”, con la stessa enfasi con cui oggi parla di un ritorno del socialismo.
E’ proprio a fronte dei fallimenti simmetrici della politica e del mercato sregolato che nacquero le idee di “terza via”, di cui in forma diversa si fecero portatori sia i democratici americani che i socialisti liberali europei. L’dea di uno Stato meno invadente che regola e non gestisce, che non opprime i cittadini con troppe tasse o troppa burocrazia. Ed è proprio per controbattere l’dea di Reagan che si aprì nella sinistra democratica e riformista una ricerca per riforme della pubblica amministrazione e della stessa politica: dalle leggi elettoriali alle modifiche costituzionali, per dare alla politica più trasparenza e più capacità decsionale. Una ricerca sempre osteggiata dalla sinistra più conservatrice e radicale.
Ora, il primato della politica è uno slogan molto delicato da maneggiare, perchè eccita le vecchie sicurezze statalistiche diffuse nella sinistra, specie italiana, e l’illusione di una capcità salvifica che finisce per annullare ogni spinta alla riforma della politica e dello Stato, assolvendo la politica così com’è. E non è neanche legittimo spacciare Obama per un socialista, da cui avremmo da imparare, perchè redistribuisce il reddito con le tasse o estende i servizi sanitari, obiettivi storici di tutte le forze democratiche di qua e di là dell’Oceano. E quanto alla nazionalizzazione delle banche, è una misura di emergenza che si spera proprio non diventerà un connotato stabile dell’economia nè negli USA nè in Europa.
Insomma, la crisi non è la rivincita della politica sul mercato, è la conferma della validità della terza via contro gli eccessi liberistici che hanno dominato nella politica e nell’accademia americana negli anni scorsi, ma che non smentisce le esigenze di riforma dello Stato e della politica in senso liberale che la sinistra, compresa quella del PD italiano, ha perseguito in questi anni.

4 thoughts on “il battesimo di red

  1. Condivido l’analisi.
    D’Alema farebbe bene a preoccuparsi di come trovare un “Obama italiano” e relativa linea politica credibile, anche per recuperare i voti di quel 10% e forse oltre di elettori che, secondo i sondaggi, non sono al momento disponibili a rivotare Partito Democratico.
    Lo ricorda Ilvo Diamanti in questo interessante fondo
    http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/partito-democratico-27/diamanti-1mar/diamanti-1mar.html

    che descrive perfettamente la disillusione di molti elettori del Pd come il sottoscritto.

  2. Tamara Ferretti

    Caro Amicus Plato,
    peccato per la tua assenza, a volte i relata refero non aiutano ad evitare i rischi di eccessive semplificazioni. Il ragionamento (“La ricetta…”), che ha guidato l’intervento di D’Alema, circa la necessità di un ritorno al primato delle regole della politica, è andato esattamente in direzione dell’esigenza di una politica capace di contenere gli eccessi liberisti del mercato, facendo avanzare al contempo le necessarie innovazioni liberali
    (con qualche orgogliosa rivendicazione circa la sua esperienza di governo) dell’assetto statuale. Esattamente nel senso con cui concludi le considerazioni di questo post.
    L’occasione per segnalare distinguo sarà magari per un’altra volta!
    Tamara

  3. caro antelitteram
    non semplificherei il ragionamento di D’Alema sul rapporto tra sviluppo economico, disuguaglianza e coesione sociale come una semplice giustapposizione tra primato dell’economica vs. primato della politica.
    mi sembra che ci sia molto di più.
    e certamente non il desiderio di un ritorno allo statalismo.
    D’Alema del resto ha anche citato le privatizzazioni come una delle riforme portate avanti dai gioverni dell’Ulivo. e quando ha parlato del rischio di uno sviluppo economico portato avanti solo dai banchieri si è richiamato al Dahrendorf di “quadrare il cerchio”. molto più terza via che non veterosocialdemocrazia.
    al di là delle etichette, devo dire però che ho trovato l’intervento di D’Alema ad Ancona davvero di sinistra e di quel genere di sinistra riformista che io personalmente vorrei nel PD.
    e mi sembra che il momento più interessante sia stato proprio nel suo lungo ragionamento sul rapporto tra libero mercato e intervento dello stato.
    mi sembra che il significato di quel passaggio sia stato proprio un monito alla sinistra europea che, per non apparire “troppo poco liberale”, ha dimenticato che il mercato può e deve anche essere regolato, per impedire le eccessive distorsioni che il mercato produce in termini di disuguaglianza.
    e che proprio i paesi con minori disuguaglianze sono quelli in cui oggigiorno la produttività è più alta e viceversa. non mi sembra che ci sia il desiderio di ritornare allo statalismo, ma solo una riflessione necessaria e finora evitata (nel PD) in particolare su come articolare il rapporto tra politica economica e politica sociale.
    mi piacerebbe che questo fosse uno dei temi centrali del prossimo congresso del PD.
    ma sappiamo bene che invece banalizzeremo il tutto all’ennesimo referendum tra i franceschini e i bersani di turno.
    buona domenica
    gianluca

  4. Amicus Plato

    come si vede dai commenti, non è necessario mancare alle iniziative per avere interpretazioni e valutazioni diverse da chi invece è presente.
    Spero anche io che il futuro congresso del PD parli dell’importante tema su cui si è concentrato l’intervento di D’Alema.
    Il punto che volevo sottolineare è proprio quello segnalato da Gianluca: la sinistra europea, MA QUELLA ITALIANA IN PARTICOLARE, non ha alcun bisogno di essere incoraggiata a “non temere di essere troppo poco liberale”. Perchè non lo è mai stata. E chi oggi sostiene ciò, magari riferendosi in modo strumentale a quella realtà americana alla quale ha sempre invitato a NON guardare perchè imparagonabile con la nostra, fa un’operazione di cattura del consenso in una base- sia ex DC sia ex PCI – sempre refrattaria al pensiero liberale, sia pure fuso con quello socialista o con quello cattolico- sociale.
    Davvero non abbiamo alcun bisogno che ci si raccomandi questo!

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