gli esuli in patria

by Amicus Plato
esule
Ieri su Repubblica un articolo di Ilvo Diamanti che fa discutere. Secondo il sociologo che insegna ad Urbino molti elettori del PD sono come esuli in patria: non solo sono delusi del partito su cui avevano riposto la loro fiducia, ma sono colpiti da uno scetticismo più generale che riguarda la politica e la maggioranza degli italiani, quelli che votano Berlusconi e guardano il Grande Fratello. E danno espressione a questo loro scetticismo astenendosi dal voto. O, per meglio dire, hanno intenzione di farlo secondo i recenti sondaggi che vedono il PD arretrare di circa 10 punti rispetto alle elezioni politiche dello scorso anno: voti che non vanno ad altri, a parte una piccola quota verso Di Pietro.
Non sono i classici elettori apatici e fluttuanti, quelli che oscillano tra il voto poco motivato e l’astensione e che non si interessano attivamente di politica: questi leggono, sono informati, magari molti di loro hanno anche partecipato alle primarie del 14 ottobre 2007 che diedero vita al PD. Dice Diamanti che questi elettori, a differenza degli astensionisti classici, sono più difficilmente recuperabili alla partecipazione attiva.
E’ a questi che si è rivolto ieri Franceschini, ospite di Fazio a “Che tempo che fa”, drammatizzando un’eventuale vittoria di Berlusconi alle europee per rimotivare gli “esuli in patria” al voto e mostrando fermezza su alcuni punti fermi – la difesa della Costituzione, la laicità dello Stato, la lotta all’evasione fiscale – ai quali essi sono sicuramente sensibili. Ha aggiunto, a proposito di alleanze con altri, che lo schieramento che dovrà opporsi a Berlusconi dovrà condividere una visione culturale alternativa alla sua. Con ciò mostrando di intendere che l’operazione da condurre in porto non riguarda solo il programma di governo o la leadership, ma qualcosa di più profondo che tocchi le mutazioni culturali e del senso comune avvenute in questi anni.
Manca un tassello, però, a mio parere. Importante. Il motivo per cui la delusione degli esuli in patria è così profonda riguarda il fatto che nell’operazione PD avevano visto non solo una strada per la vittoria elettorale o per il buon governo, ma una promessa di riforma della politica, della quale le primarie del 14 ottobre dovevano essere un’anticipazione. Era un’illusione o un’ingenuità? In parte forse si, sta di fatto che questa aspettativa c’era e che il modo come si è avviata l’avventura del PD, al centro come in periferia, ha provocato la più cocente delle delusioni: bene che vada, abbiamo avuto la giustapposizione dei vecchi apparati della Margherita (specie degli ex DC) e dei DS (specie degli ex PCI); quando non addirittura si è andati ad un puro e semplice impoverimento delle risorse umane disponibili e di quelle che la straordinaria partecipazione alla primarie aveva lasciato intravedere.

P.S. Agli amici che hanno criticato il mio post su RED e D’Alema, sottolineo proprio questo punto: D’Alema, erede del machiavellismo togliattiano, teorico del primato della politica e critico sarcastico da sempre della società civile, è refrattario ad ogni progetto di riforma della politica. Per di più, per lui la politica vuole dire gioco esclusivo dei gruppi dirigenti e delle oligarchie, che si confrontano intorno al tavolo da gioco puntando le fìche dei loro apparati, della masse che mobilitano e dei consensi che controllano. Intorno a questo nucleo del suo pensiero è capace sicuramente di intessere argomentazioni interessanti e aggiornate, così come ragionamenti lucidi. D’altra parte, parlare ad un’assemblea di politici del primato della politica è come parlare agli imprenditori della centralità dell’impresa. L’applauso è garantito.

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