caritas in veritate

by A.L.
papa
La Chiesa non ha mai amato l’economia moderna. Quello che non può accettare non è tanto l’iniquità nella distribuzione della ricchezza o il consumismo, quanto il tipo antropologico che ne è protagonista, da Smith in poi: l’uomo razionale, tollerante, che persegue il suo interesse e così facendo involontariamente ottiene il benessere generale (mano invisibile).
Che l’uomo, guidato solo dalla ragione e dall’interesse, possa raggiungere obiettivi di sviluppo è inaccettabile per la dottrina sociale della Chiesa (DSC). Non che l’uomo di Smith sia avido. Può esserlo, ma è guidato da una naturale disponibilità allo scambio (non solo economico) e da una comprensione (Smith parla di “simpatia”) per gli interessi e i diritti degli altri.
Ragione, simpatia, interesse, in un quadro di buone leggi, fanno lo sviluppo. La fede non è necessaria e nemmeno la caritas (amore). Neanche la verità, perchè nello scambio si incontrano persone che la pensano diversamente.
Leone XIII, nell’enciclica Rerum novarum, condannò il pensiero liberale (ragione senza fede ed etica senza amore) e a maggiore ragione il socialismo, perchè oltre ad essere materialista metteva in discussione la proprietà. Difese invece il lavoro in una visione paternalista dell’economia.
Da allora, la sinistra ha avuto un rapporto problematico con la DSC: ne apprezzava la critica al capitalismo, ma contestava la compromissione della Chiesa con i poteri forti, ad onta della condanna morale, e l’avversione al socialismo. Con la caduta dei regimi socialisti, c’è una nuova attenzione alla DSC da parte della sinistra; alla quale però spesso sfugge la sua permanente ispirazione antiliberale e paternalista.

L’innovazione radicale nella dottrina sociale della Chiesa si ebbe con l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, 40 anni fa, che raccolse l’insegnamento del Concilio Vaticano II e il clima delle lotte dei popoli ex coloniali per l’indipendenza e lo sviluppo, e quelle dei lavoratori per una più giusta distribuzione della ricchezza.
Per quanto Benedetto XVI nella sua recente Caritas in veritate metta in fila le encicliche papali in una linea di continuità e neghi che esistano due DSC (prima del Concilio e dopo il Concilio) e abbia come costante punto di riferimento la Populorum progressio (mentre trascura del tutto la Centesimus annus di Giovanni Paolo II), la differenza tra le due encicliche è abissale.
Non va ricercata nelle posizioni economiche in senso stretto, che risentono delle epoche diverse. Quella di Ratzinger è tutto sommato moderata: pur criticando il liberismo sfrenato o le ingiustizie nella distribuzione della ricchezza, accetta il mercato e la globalizzazione, il profitto, la flessibilità, le delocalizzazioni e perfino gli OGM. D’altro canto, si sente l’influenza di Stefano Zamagni e della corrente di economisti cattolici – ultraminoritaria nell’ ambito della ricerca e ancora al di qua di risultati scientifici attendibili – che propongono un’economia mista: non solo nel senso dell’intervento pubblico correttore dei fallimenti del mercato, ma anche nel senso dell’introduzione nell’economia di mercato di elementi di gratuità (economia del dono), forme di responsabilità sociale dell’impresa e sostegni al terzo settore. Spesso esaltato in modo un po’ ideologico, alla ricerca di un tipo antropologico più ricco eticamente di quello di Smith.

No, la differenza tra le due encicliche sta soprattutto nell’approccio teologico e filosofico. Anche Paolo VI sottolinea che lo sviluppo non è solo materiale, ma deve essere integrale, dell’uomo e dell’umanità, aperto alla spiritualità e alla trascendenza, ma questo non gli impedisce di appellarsi a tutti gli uomini di buona volontà con spirito veramente ecumenico per un comune impegno per lo sviluppo dei popoli, la lotta alla povertà, contro il colonialismo e le ingiustizie sociali planetarie.
Dal punto di vista politico, arriva al punto di proporre forti vincoli alla proprietà privata e giustificare l’insurrezione rivoluzionaria nel caso di tirannide prolungata e gravemente lesiva dei diritti umani e del bene comune.
Con la sua enciclica, Paolo VI si pone all’ascolto dei problemi dell’umanità e cerca una soluzione alla luce dell’ispirazione cristiana. Così facendo, cambia la tradizionale collocazione della Chiesa a difesa dei ceti privilegiati e proprietari e la pone dalla parte della lotta dei popoli per la giustizia. Pur condannando le illusioni dei movimenti (comunisti) che si ispirano al materialismo ateo.
Non a caso la sua enciclica si intitola Populorum progressio. Quella di Benedetto XVI si intitola invece Caritas in veritate e inizia con un lungo prologo in cui si afferma che non c’è sviluppo senza carità e non c’è carità senza verità. Che naturalmente è quella della Chiesa, perchè si critica il relativismo e il sincretismo religioso e si nega ad altri credo che pure sostengono la fratellanza e la pace di potere concorrere a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo (“isolano l’uomo”, si dice). La ragione ha bisogno di essere purificata dalla fede, dice il Papa, e la religione può dare apporto alla vita pubblica solo se Dio ha posto nella vita pubblica. E la comunità mondiale è un’unica famiglia, il cui modello è la Trinità.
La preoccupazione di Benedetto XVI è diversa da quella di Paolo VI: vuole sostenere che fuori dalla Chiesa non solo non c’è salvezza, ma neanche sviluppo. Questa visione, che è corretto definire integralista, gli consente di ribadire le sue posizioni sulla sessualità, l’aborto, la fecondazione assistita, il controllo delle nascite, come elementi essenziali di una corretta politica di sviluppo. Dal momento che questo non può che trovarsi nella caritas che a sua volta è indissolubile dalla veritas.

Paolo VI, in linea con Giovanni XXIII e il Concilio, scruta i “segni dei tempi” e chiama tutti alla mobilitazione per la soluzone di gravi problemi dell’umanità. Benedetto condanna il mondo moderno e vi sovrappone una visione teologico- economica arbitraria e integralista. In questo quadro, anche le giuste denunce dei mali del mondo perdono vigore, perchè chiuse in un’armatura ideologica che non parla a tanta parte del mondo.
Mentre l’enciclica di Paolo VI fu un potente messaggio di unità e giustizia, questa è un arido trattato teologico che lascia il tempo che trova.

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