mrs. pesc e il pd

dal nostro corrispondente da Bruxelles
ashton
La bocciatura di Massimo D’Alema a Ministro degli esteri della UE riapre il dibattito sulla collocazione dei parlamentari europei del PD nel gruppo dei socialisti e dei democratici (ASDE). Intervengono Fioroni, Bianco, Gentiloni; Linda Lanzillotta utilizza la vicenda per giustificare la sua fuoriuscita del PD.
Ieri il vicecapogruppo dell’ASDE Gianluca Susta ha dichiarato che “il PD paga l’ambiguità sulla questione europea che lo hanno accompagnato fin dalla nascita” e sollecita “decisioni difficili”, come dire l’uscita dal gruppo. Fioroni chiede se il PD incide nel gruppo e Bianco dice che si rischia la marginalità.
Ma Schulz, il capogruppo dell’ASDE, dopo un incontro con Sassoli, Pittella e Susta, ribadisce che il suo candidato era D’Alema e che il ruolo dei democratici italiani nel gruppo è importante.
L’appoggio del PSE e dell’ASDE a D’Alema è stato sincero e non di facciata; la verità e che in base al Trattato di Lisbona la scelta spetta ai governi e la logica intergovernativa ha prevalso su quella politica. L’Italia in questo concerto conta poco e non da oggi. E per di più D’Alema non era il candidato ufficiale del Governo italiano mentre Catherine Ashton lo era di un importante governo, per di più socialista, europeo.
Berlusconi conferma: ha appoggiato il candidato del PSE, non presentato un suo candidato.
Schulz lascia intendere qualcosa di più e, alla domanda se gli risulta che il governo italiano abbia sollecitato opposizioni da governi conservatori dell’est europeo, si trincera dietro un “no comment”. Ma forse vuole evitare che si dica che il gruppo che presiede è stato ininfluente.
Rimane difficile capire come i democratici, divisi tra due gruppi, come erano prima delle elezioni europee, avrebbero potuto ottenere quello che non hanno ottenuto oggi.
Un altro aspetto che stranamente in Italia viene sottovalutato è la forte molbilitazione della lobby femminile perchè tra le nomine ci fosse quella di una donna. Della quale si critica la mancanza di esperienza e il curriculum, ma da queste parti si sottolinea il carettere e la capacità di assolvere gli impegni che si assume. Anche Van Rompuy non va sottovalutato solo perchè viene da un piccolo paese ed è sconosciuto al grande pubblico europeo: è uomo capace di creare consenso e di questo c’è bisogno, in una fase iniziale in cui il consenso dei governi è essenziale. Lo ha sottilineato il politologo Mario Telò in un’intervista su Le Soir e, in termini diversi, anche Mario Monti sul Corriere della Sera.
E d’altra parte, mi si fa notare, una volta escluso Blair, quale era la grande personalità europea candidabile per l’incarico?
In conclusione, molti degli argomenti sollevati sono fondati, dalle difficoltà del PSE al rischio di un’Europa in cui la logica intergovernativa prevalga su quella comunitaria e gli accordi tra pochi grandi (tra cui non c’è l’Italia) su una visione autenticamente europea. Come pure, la collocazione del PD nell’ASDE non è priva di problemi, ma prendere pretesto dalla vicenda D’Alema per metterla in discussione appare per molti versi strumentale.

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