la lezione di d’alema

by A.L.
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Recentemente Massimo D’Alema ha tenuto una lezione alla London school of Economics di Londra in cui ha tracciato un bilancio della sinistra europea negli ultimi anni e un prospettiva per il futuro. La trovate nella pagina.
Si tratta in sostanza di un’autocritica, il cui punto di partenza è la constatazione che nel momento in cui la visione economica neoliberista è sotto accusa per avere costituito il fondamento teorico e culturale della crisi in corso, proprio la sinistra è in difficoltà nella maggior parte dei paesi europei, mentre la destra sembra in grado di fornire maggiori sicurezze ad un elettorato spaventato dalla crisi e dai problemi nuovi che ha di fronte (dall’immigrazione al riscaldamento globale).
C’è qui un’idea un po’ semplicistica dei legami tra evoluzione sociale, cambiamenti negli orientamenti culturali e competizione politica, che non sono così diretti, ma si può concordare sulle difficoltà della sinistra europea, nelle sue varie componenti, ad affrontare le novità dei cambiamenti in corso. Una delle ragioni è ben nota: la sinistra è quella che sostiene il primato della politica, ma la sua tradizione è tutta dentro la dimensione delle politiche nazionali; non è stata ancora in grado di affermare, e più ancora di concretizzare, una visione sovranazionale alla scala adeguata ad affrontare la nuova realtà dei problemi globali. Non che la destra sia più sovranazionale della sinistra, anzi; ma è meno interessata a mettere sotto controllo le forze economiche che operano su scala globale e incline piuttosto ad offrire consolazione e sicurezza agli elettori disorientati, proponendo loro i valori del passato. Come dire che nel momento in cui tutto cambia, in realtà niente cambia.
Ma la ragione su cui D’Alema insiste e che è al centro della lezione è un’altra: la sinistra ha perso di vista i suoi valori e riferimenti sociali tradizionali, ha pensato di accompagnare semplicemente lo sviluppo capitalistico guidato dalle forze dalla speculazione finanziaria: ha tradotto eguaglianza con eguali opportunità, welfare con educazione, occupazione con occupabilità. In sostanza, pur avendo introdotto innovazioni culturali importanti, ha tradito se stessa e deve riscoprire i suoi valori e riferimenti essenziali: l’eguaglianza (Bobbio) e il lavoro.
Il discorso di D’Alema non è originale, anzi direi che in questa fase è comune a sinistra, ma si presta ad alcune osservazioni. La prima è che si basa su una rappresentazione del cleavage culturale tra destra e sinistra che ha la sua ragione d’essere ma che è troppo parziale. Posso rinviare, a questo proposito, all’illuminante libretto di Carlo Galli “Perchè ancora destra e sinistra” (Laterza), che propone una spiegazione di questa distinzione molto più articolata: come la destra non è stata e non è “Dio, patria e famiglia”, la sinistra non è solo eguaglianza e lavoro.
La seconda è che D’Alema confonde, secondo un’inveterata consuetudine della sinistra, specie comunista o post comunista, limiti ed errori con responsabilità “morali”: la sinistra avrebbe abdicato ai suoi valori per un difetto di volontà o di coraggio (timidezza, la chiama D’Alema); che in quanto tale può essere superato con uno sforzo, appunto, di volontà e di coraggio.
In realtà, i rapporti della sinistra europea con il pensiero liberista o liberale non possono essere posti nei termini di una subalternità dovuta a deficienza morale: c’è stato il tentativo di reagire ad uno statalismo che era dominante nella propria piattaforma, ad un laburismo che trascurava le nuove forme di impiego e di intrapresa, ad un’idea di piena occupazione e di welfare che sconfinava nell’assistenzialismo. C’è stato inoltre un difetto di comprensione dei fenomeni della finanza, che nel caso inglese si spiegano anche con un certo opportunismo nazionale, visto che la City è una fonte di reddito di grande importanza per il Regno Unito. Nel caso italiano, invece, c’è stata proprio ignoranza: difficile trovare nell’elaborazione della sinistra italiana degli ultimi anni un’attenzione e una comprensione adeguate, nel mentre abbondano le denunce generiche sullo strapotere di banche e multinazionali.
C’è stato forse anche un eccesso di ottimismo riformista: l’idea cioè che ai cambiamenti economici globali si potesse reagire rilanciando la superiorità europea in termini di formazione, ricerca, innovazione, mentre i paesi emergenti si specializzavano nelle produzioni a basso costo. E qui vengo a quello che mi pare, sul piano analitico, il punto più discutibile. Non è vero che la sinistra europea ha perso di vista l’eguaglianza, ha invece probabilmente sottovalutato una contraddizione che emergeva dalla globalizzazione: questa, contrariamente a quanto dice D’Alema, ha ridotto le diseguagliaze sul piano planetario, almeno quelle tra paesi emergenti e paesi ricchi, ma le ha aumentate ALL’INTERNO DEI PAESI RICCHI. In sostanza, la modifica nella ripartizione della ricchezza sul piano globale ha accentuato la competizione per la difesa delle poprie quote nei paesi ricchi, specie dove il reddito cresceva di meno, come nell’Europa. Difesa di poteri monopolistici e di rendite, peggioramento relativo di chi ha meno potere contrattuale (lavoratori precari) o deve confrontarsi con la concorrenza mondiale (piccole imprese), ricerca di profitti speculativi di breve termine, evasione fiscale, sono state le forme di un conflitto distributivo che si è aperto proprio per effetto della crescita dei paesi emergenti e dalla loro capacità di appropriarsi di una maggiore quota della ricchezza mondiale.
La sinistra europea non ha abbandonato il valore dell’eguaglianza; anzi è in nome di questo valore che non si è opposta alla globalizzazione (è la destra, per bocca di Tremonti, che lo ha fatto) perfino con qualche ottimismo e ingenuità di troppo. Il suo problema non è riscoprire l’eguaglianza, ma come conciliare il perseguimento di una ripartizione più equa della ricchezza sul piano globale con un obiettivo simile all’interno dei paesi ricchi.
Su questo, ed è la critica finale, nella lezione di D’Alema non c’è risposta.

One thought on “la lezione di d’alema

  1. Invito a leggere questa recensione del libro “Un Paese da scongelare. Disuguaglianza e crisi economica” di Aldo Carrà Aldo e Carlo Putignano (Ediesse)

    http://www.unita.it/news/bruno_ugolini/95721/come_scongelare_un_paese_rimasto_bloccato

    per capire che di fronte ad un governo che “tira a campare” in materia di politica industriale come quello italiano, gli spazi di proposta esistono, ma se si guarda al panorama europeo le politiche economiche più innovative le portano avanti Sarkozy e Merkel, non proprio due esponenti di Sinistra.
    Vi rimando ad esempio a questo articolo
    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200912articoli/50371girata.asp

    per capire che la crisi della Sinistra è anche una crisi di proposta: vedasi il commento a riguardo del leader socialista Francois Hollande.

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