hung parliament

by il nostro corrispondente da Londra
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I commentatori considerano quelle che si sono appena tenute nel Regno unito le elezioni più eccitanti da molti anni. E si capice perchè: si è rivelata esatta la previsione secondo cui i Conservatori avrebbero vinto (36% dei voti) ma non avrebbero ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi (306 su 650).
I laburisti hanno avuto il 29% e 260 seggi. Hanno recuperato in termini di seggi rispetto ai sondaggi recenti e più lontani nel tempo, con una campagna più aggressiva e ispirata negli ultimi giorni, ma hanno perso circa 90 seggi rispetto alle precedenti elezioni. Brown ha pagato la crisi economica, lo scandalo dei rimborsi spese dei parlamentari (che però ha colpito anche gli avversari) e prestazioni poco entusiasmanti nei dibattiti televisivi (i primi della storia). Oltre che la stanchezza per tredici anni di governo laburista.
Gli elettori hanno punito il governo uscente, come si è affrettato a dichiarare Cameron, ma non hanno dato un’indicazione chiara sul nuovo governo; anche se il leader dei Conservatori rivendica il diritto di governare.
Insomma, ci sarà un hung parliament, parlamento “appeso”, vale a dire senza maggioranza predefinita.
Sorprendentemente male è andato Clegg, leader dei Lib-Dem, che ha preso solo il 23% e qualche seggio in meno di quelli che aveva. Dopo l’entusiamo del primo dibattito televisivo, che aveva rivelato agli elettori la presenza del nuovo protagonista della competizione politica, la Cleggmania si è afflosciata e il capo dei Lib-Dem ha mostrato una certa “leggerezza” politica, che, in periodo di crisi, non ha convinto gli elettori. Senza contare che i Lib-Dem sono un partito di opinione più di quelli loro avversari, il che siginifica che non hanno una consistente base di “collegi sicuri”: in un sistema basato sui collegi uninominali, chi ha una percentuale più uniforme di voti nel territorio è svantaggiato, e infatti Clegg ha preso il 23% dei voti ma meno del 10% dei seggi.
Alla fine gli inglesi hanno confermato il tradizionale bipolarismo, cioè la forte prevalenza dei due partiti maggiori, i quali, man mano che la campagna andava avanti, rafforzavano le tradizionali posizioni: i Conservatori a favore di tagli alla spesa pubblica, contrasto all’ìimmigrazione clandestina, euroscetticismo, e i laburisti a difesa dello stato sociale e dell’occupazione.
Ciò non ostante, non c’è un vincitore assoluto e non si sa chi farà il Governo. In base alle convenzioni costituzionali, siccome Cameron non ha ottenuto la maggioranza assoluta, Brown non è tenuto a dimnettersi e potrebbe tentare di formare un nuovo governo con un’alleanza coi Lib-Dem, ma neanche con questa alleanza avrebbe la maggioranza assoluta e dovrebbe ricorrere a partiti minori, quelli nazionalisti della Scozia e del Galles. L’accordo coi Lib-Dem potrebbe basarsi sull’impegno per una nuova legge elettorale, come ha già fatto capire Lord Mandelson: i Lib-Dem chiedono una legge proporzionale e dall’andamento delle elezioni si capisce perchè, i laburisti propongono invece l’alternative vote (vedi il post “Alternative vote”), un sistema che attenua il rigido sistema attuale basato sui collegi uninominali e il turno unico.
La possibilità che Brown formi il governo è più teorica che reale, perchè il fatto che Cameron sia arrivato largamente primo, in voti e seggi, favorisce il leader dei Conservatori.
D’altra parte, le divergenze politiche e di programma tra Conservatori e Lib-Dem rendono difficile l’alleanza tra i due partiti, anche se Clegg non ha chiuso la porta.
In effetti, solo questa alleanza, perlomeno in termini numerici, darebbe un governo stabile. Altrimenti, Cameron potrebbe forse governare con un governo di minoranza o un’alleanza coi partitini nazionalisti: una situazione instabile e una legislatura che durerebbe poco; non quel governo forte che la situazione economica richiederebbe.
Insomma, la parola è a Cameron: alle 14.30, ora inglese, dirà che intenzioni ha.

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