lib e lab

by G.A.
lib lab
Considerato lo standard britannico che vuole tutti al pub per le 18.00, di questi tempi le giornate a Westminster sono insolitamente lunghe. Ieri, dopo le trattative tra Liberaldemocratici e Conservatori in mattinata e l’annuncio delle dimissioni dal ruolo di leader del partito laburista di Gordon Brown nel pomeriggio, in serata il partito di Clegg ha discusso la possibilità di una coalizione coi Labour prima di riunirsi finalmente alle 22.00 ora inglese per decidere se e con chi allearsi in un nuovo governo.

Le cose sono andate in questo modo: fino ad ora di pranzo tra Conservatori e Liberaldemocratici si parlava di un accordo basato su “confidence and supply”, cioè di fiducia e offerta. In cambio di voti liberaldemocratici a sostegno del budget e altre, concordate iniziative politiche dei Conservatori, il partito di Nick Clegg avrebbe ottenuto maggiore influenza politica e relativa partecipazione alle decisioni di governo. Nel pomeriggio però Clegg ha telefonato a David Cameron annunciando che i Liberaldemocratici avrebbero formato una vera e propria coalizione col partito che avesse offerto loro sostegno alla nuova legge elettorale. E così a due ore dall’annuncio delle dimissioni di Brown – decisione definita da Clegg “elemento importante che potrebbe aiutare a garantire un’agevole transizione al governo stabile che tutti meritano” – Cameron, dopo essersi consultato coi suoi, ha proposto ai LibDem una coalizione vera e propria e un referendum sull’Alternative Vote.

Poco dopo le 20 sono cominciate le trattative tra il team di Clegg e il team Labour, capitanato dal Ministro delle attività produttive Lord Mandelson. Assente di spicco David Miliband, presunto aspirante alla successione di Brown come leader del partito (ma di nomine ufficiali i laburisti hanno detto di non voler parlare finché non si sia presa una decisione in merito al nuovo governo). Si è vociferato che i laburisti potessero offrire a Clegg di approvare la nuova legge elettorale proporzionale senza nemmeno indire un referendum. I Conservatori si sono quindi affrettati a sottolineare come un accordo “LibLab” porterebbe alla carica di primo ministro un politico non eletto direttamente (come già accaduto nel caso di Brown, succeduto a Tony Blair nel 2007), e come la legge elettorale non dovrebbe essere approvata senza prima essere sottoposta al giudizio dei cittadini.

Se è vero che aritmeticamente l’alleanza Conservatori-Liberaldemocratici avrebbe più senso (la somma dei seggi ottenuti dai due partiti supererebbe la maggioranza necessaria a governare), in quanto a idee politiche le posizioni dei Liberaldemocratici sarebbero più facilmente conciliabili, specialmente a lungo termine, con quelle laburiste, anche se per garantirsi una maggioranza i due partiti in questione avrebbero bisogno dell’appoggio di partiti nazionalisti minori quali il Partito Nazionale Scozzese e il Partito Social Democratico e Laburista dell’Irlanda del Nord. Da qui i nomi di “coalizione progressista” e “coalizione arcobaleno” data al possibile governo LibLab.

C’è però chi sostiene che la decisione migliore per i Labour sia mettersi da parte e concentrare le proprie forze sul rinnovare e rinvigorire il partito, lasciando che i Conservatori formino un governo di minoranza o un’alleanza coi Liberaldemocratici. John Reid, ex Ministro degli Interni di Blair, ha definito una possibile coalizione LibLab un errore potenzialmente “disastroso” per il partito e per il paese. Questo perché rimanere al potere dopo la perdita di quasi cento seggi il 6 maggio potrebbe essere interpretato dagli elettori come un gesto arrogante e indifferente allla volontà popolare, e perché in tutta probabilità i partiti minori chiederebbero per le loro regioni l’esenzione dai pesanti tagli necessari al risanamento finanziario, quale moneta di scambio in cambio del loro appoggio; il che farebbe infuriare l’elettorato inglese.

La questione è più spinosa di quanto si pensi. Per ora c’è solo da attendere la decisione dei Liberaldemocratici. E pensare che Nick Clegg, pochi giorni prima delle elezioni, aveva detto che non sarebbe stato il “kingmaker” della situazione: tradotto letteralmente “colui che fa il re”, ossia l’artefice della nomina/elezione del re, in questo caso da interpretarsi come l’ago della bilancia.

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