d’alema dà la linea

by Amicus Plato
moro
Quando D’Alema concede un’intervista ad un grande giornale (oggi al Corriere della sera) bisogna prestare attenzione. Non è mai un’opinione tra le altre, ambisce a tracciare la strada per il PD. Anticipa Bersani con il suo consenso? O lo vuole spingere in una certa direzione? Di sicuro, il segretario e gli altri capi non possono non tenerne conto.
Questa volta affronta il tema di cui si discute del dopo-Berlusconi. La premessa è semplice: Berlusconi ha fallito, non è più in grado di esercitare una leadership e di conseguenza il paese è in una situazione di emergenza. Ci vuole perciò un governo di transizione con l’appoggio di tutti coloro che si rendono conto della gravità della situazione. Un governo che non può essere promosso nè guidato dal Cavaliere, che approvi due riforme fondamentali, quella elettorale, per rimuovere l’odioso “Porcellum” che ha sequestrato il diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti, e il federalismo fiscale, sulla base di un equo compromesso tra nord e sud che eviti la spaccatura del paese.
Non lo cita, ma la sua proposta si richiama agli appelli del Capo dello Stato sulla necessaria coesione tra forze diverse che non annulli la dialettica politica ma realizzi un’unità di fondo su questioni di grande momento e lungo periodo. Si tratterebbe di una soluzione temporanea che aprirebbe la strada a nuove elezioni, una volta approvate le necessarie riforme, in cui si riformerebbero schieramenti in competizione per il Governo. Un governo di unità nazionale, che in qualche modo evoca altri momenti della vita nazionale, come il governo di solidarietà nazionale degli anni 76-79.
Ma a chi si rivolge? Di sicuro a Casini, che ha avanzato una proposta analoga, e Fini, non a Berlusconi che dovrebbe farsi da parte, forse a Bossi e Tremonti e a quella parte del PDL che guarda con sconcerto alla scoperta dei vari comitati dediti agli affari o al ricatto politico (significativa la vicenda del falso dossier che si stava confezionando a danno di Caldoro, per demolirne la candidatura del PDL alla presidenza della Regione Campania). Vuole parlare anche a quella parte del potere economico che ha ormai perso fiducia nella promesse del Cavaliere, in sintonia con la critica di Bersani all’opportunismo delle classi dirigenti italiane e al richiamo di Sergio Romano alla Marcegaglia sul Corriere della sera, significativo di un nuovo orientamento degli ambienti di cui il giornale milanese riflette le opinioni e le preoccupazioni.
Ma quali possibilità di successo ha la sua proposta? Scarse: non solo Berlusconi non ha nessuna intenzione di farsi da parte, anche se il “ghe pensi mì” che ha lanciato non ha colpito l’opinione pubblica per più di qualche giorno ed è stato sommerso da nuove divisioni e infortuni (dopo Scajola, Verdini, passando per Brancher), ma non si vede chi nel PDL possa avere il coraggio di schierarsi contro il capo. A Bossi, D’Alema offre l’approvazione del federalismo fiscale, ma dubito che sia sufficiente, Di Pietro è pronto a gridare all’inciucio e anche all’interno del PD c’è chi teme il definitivo affossamento del bipolarismo attraverso una nuova legge elettorale proporzionale o alla tedesca.
D’altra parte, il PD non può denunciare con sempre maggiore forza la degenerazione della situazione politica e d’altro canto non avanzare alcuna proposta. Che anche se non sarò risolutiva gli restituisce la parola, si propone di tirarlo fuori da una condizione di passività e dalla dipendenza da Di Pietro, e di armarlo per l’eventualità che lo stesso Berlusconi pensi di tirarsi fuori dalle difficoltà precipitando il paese verso nuove elezioni, da vivere come l’ennesimo referendum su di lui.

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