tremonti premier

by Amicus Plato
TREMONTI
Se fossimo in un paese normale, la soluzione della crisi virtuale che si è aperta con la votazione della mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, che ha salvato l’uomo di governo ma ha rivelato la mancanza di una maggioranza, sarebbe chiara: dimissioni del Cavaliere e incarico a Tremonti.
Infatti, la crisi non è del Governo ma del suo capo. E’ lui che ha determinato una situazione di instabilità permanente, sia nei rapporti tra i poteri dello Stato (Governo, Parlamento, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, Magistratura) che in quelli interni del partito di maggioranza relativa, che pretende di guidare come se fosse un’azienda di cui detiene il 100% delle azioni.
Il Governo va avanti, con risultati discutibili come è ovvio, ma si incarta ogni qual volta sul tavolo vengono messe le materie che ossessionano il premier: dalle intercettazioni al legittimo impedimento. Fini ha ribadito il suo sostegno all’azione del Governo, nei limiti del programma concordato; il che significa che la maggioranza c’è, ma si liquefa quando Berlusconi pretende di piegarla a disegni che, più che del Governo, sono suoi personali.
Non ci illudiamo, noi che stiamo a sinistra. In questo momento il paese è, nella sua maggioranza, con il centrodestra, che, mentre discettavamo sul conflitto di interessi e le escort, ha consolidato la sua presenza, si è dato un’identità, ha costruito una sorta di blocco sociale a suo sostegno, ha riscritto l’agenda politica del paese. E’ possibile, ma tuttaltro che scontato, che in caso di elezioni Berlusconi perda, per avere stancato il paese, ma sarebbe appunto lui a perdere, più che il centrodestra. Chi pensa che questo sia una costruzione artificiale destinata a sbriciolarsi quando Berlusconi se ne andrà, a mio parere sbaglia (su questo tornerò in un’altra occasione).
Per converso, il centrosinistra è molto lontano dall’avere costruito un’alternativa – di programma, di schieramento, di leadership – e il terzo polo di cui si parla non esiste ancora. Un governo alternativo al centrodestra sarebbe una forzatura rispetto ai risultati delle elezioni e si giustificherebbe solo per un periodo molto breve e per condizioni molto particolari: come quella di varare una nuova legge elettorale o quella di evitare un collasso dei titoli italiani sui mercati.
Ecco che l’unico modo di combinare il rispetto del responso elettorale con l’esigenza di garantire la governabilità sarebbe un passo indietro del Cavaliere e un incarico a chi, nel Governo, in questo momento gode, a torto o a ragione, della maggiore credibilità, anche all’estero.
Così si faceva ai tempi della prima Repubblica, che aveva molti difetti gravi, ma anche una certa flessibilità nelle soluzioni politiche. Così si fece anche nel 1995, quando cadde il primo Governo Berlusconi: l’incarico venne dato al suo Ministro del Tesoro, Lamberto Dini, che in origine doveva avere i voti anche di Forza Italia. Ma poi il Cavaliere ci ripensò e si tirò fuori dalla maggioranza, preparando la sua sconfitta nelle elezioni del 1996.
Sia chiaro, un Governo Tremonti non avrebbe il sostegno del PD e del centrosinistra, non sarebbe un governo tecnico o istituzionale, ma un governo politico di centrodestra. Che però avrebbe il sostegno di Fini, oltre che di Bossi, e potrebbe instaurare con l’opposizione un rapporto dialettico “normale”. Che non escluderebbe intese su alcune questioni importanti, come la riforma elettorale o il federalismo fiscale, seguendo l’auspicio di Napolitano.
Ma come il lettore avrà capito, questa mia è solo un’esercitazione. Berlusconi non si farà mai da parte e nessuno dei suoi avrà mai il coraggio di dirgli che sarebbe il caso e l’ora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *