la crisi anconetana 2

by Amicus Plato
porto
Una città vivace e una politica in ritardo?
Vediamo e cominciamo dall’economia. Senza andare troppo indietro nel tempo, Ancona si ritrova nel dopoguerra con un apparato industriale debole, imperniato su pochissime medie e grandi imprese private (Cantiere navale, Angelini) e piccole imprese abituate a lavorare su un mercato locale e protetto. Lo sviluppo industriale della regione che inizia negli anni ’60 non si concentra nelle città, ma si diffonde nelle valli e nei distretti. Qualche impresa si sviluppa anche in città nei settori della moda ad esempio (Girombelli, Grati), ma col tempo non regge la sfida delle dimensioni e della competizione, chiude o viene rilevata da gruppi con centro direzionale altrove. Il cantiere navale si ridimensiona, il gruppo Angelini si differenzia e diventa un gruppo multisettoriale nazionale con centro a Roma. Nasce con grande impegno di soldi pubblici l’Ancopesca, poi diventa privata, declina e infine chiude. Si sviluppa la cantieristica minore. L’unica impresa nuova in un settore tecnologicamente avanzato, la Etra di Viezzoli, di fronte alla competizione con colossi internazionali, entra presto in crisi.

Nel complesso, l’industria anconetana vive una breve stagione, che si conclude o con l’uscita dal mercato o con l’inglobamento in gruppi nazionali ed esteri; quasi nessuna impresa locale riesce nel salto dimensionale mantenendo la sua identità originaria. Niente di particolarmente sorprendente: lo sviluppo industriale non è più strettamente collegato alla città, specie nelle Marche, e la concorrenza determina una selezione spietata. Non intendo certamente rimpiangere mercati chiusi e protetti, quello che mi interessa qui è notare che non è dall’industria e dalla capacità innovativa e di investimento degli imprenditori industriali anconetani che viene un contributo alla formazione della classe dirigente cittadina. A parte qualche singolo progetto o qualche apprezzabile documento.
Considerazioni analoghe si possono fare per il settore edilizio: se molte piccole imprese crescono sfruttando il boom del mercato edilizio e delle opere pubbliche locali negli anni dello sviluppo rapido, anche in questo caso quasi tutte falliscono la sfida del salto dimensionale, dell’ampliamento dei mercati, dei passaggi generazionali. Senza contare l’effetto depressivo generale che ha avuto Tangentopoli.

L’economia cittadina ha ruotato per secoli intorno al porto e alle attività marinare, ma negli ultimi sessanta anni gradualmente queste attività hanno perso peso, e l’occupazione nei settori connessi (cantieristica, lavoro portuale, pesca) si è di molto ridimensionata. E’molto aumentato il traffico di passeggeri, specie dopo il 1989, ma non è quasi per nulla nelle mani di imprese locali.
Anche in questo caso si tratta di fenomeni di dimensione nazionale e internazionale sui quali poco l’iniziativa locale può incidere. Ma anche quando può farlo non sempre la riposta è lungimirante: l’economia portuale è frenata dalla carenza di infrastutture, ma anche dalla combinazione di interessi che puntano prioritariamente all’autotutela: la legge ha liberalizzato l’attività portuale, ma la risposta locale è stata la creazione di un consorzio di quasi tutti gli operatori locali per mantenere il monopolio ed evitare l’ingresso di imprese esterne.
Quando si è decisa la costruzione del porto turistico, ci si è trovati di fronte all’opportunità di scelte che guardassereo al mercato nazionale e internazionale del diporto e ai connessi flussi turistici, ma è prevalsa la tutela degli interessi dei proprietari di barche anconitani che hanno ottenuto la gestione del porto e l’acquisto dei posti barca a prezzo di favore.

In passato, Ancona svolgeva un ruolo almeno regionale nel campo del commercio che era organizzato attraverso la catena dei grossisti, situati in città, e piccoli esercizi sparsi sul territorio. Ma poi il commercio si è riorganizzato, è deperito l’ingrosso e si sono diffusi i grandi centri commerciali con bacino comprensoriale. Delle imprese anconetane, una, Migliarini, ha tentato il salto verso la grande distribuzione, ma non vi è riuscita.
Il piccolo commercio di qualità, che attira clienti da fuori, ha incontrato la concorrenza di altri centri della regione, stimolata dall’aumento del reddito che ha alimentato e diffuso la domanda di beni di lusso. E che è stata favorita dalla vicinanza coi centri di produzione del made in Marche diffusi nel territorio.

Ancona non è mai stata una piazza finanziaria di grande rilevo. Liberalizzazione del mercato del credito e l’ aggregazione degli istituti in gradi player di dimensione nazionale hanno favorito la concentrazione delle attività finanziarie nei maggiori centri nazionali. Per di più, alcune vicende locali, come la crisi e poi l’assorbimento della Cassa di risparmio di Ancona dapprima in Cariverona e poi in Unicredit hanno impedito che Ancona potesse partecipare almeno a processi di aggregazione di dimensione regionale, come quello che ha dato vita alla Banca delle Marche.
(segue)

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