la crisi anconetana 3

by Amicus Plato
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Con il post precedente e la sommaria ricostruzione dei cambiamenti economici nella città non ho voluto proporre una visione paneconomica (abbi pazienza Mariano, aspetta gli altri post) e neanche scaricare sulle forze economiche o sulla società civile la responsabilità di un declino (tutto da dimostrare) della città, assolvendo la classe politica o magari gli intellettuali. Solo dare qualche argomento a sostegno della tesi che una rappresentazione della situazione secondo lo schema “società civile dinamica e politica inetta” è troppo schematica e in fondo fuorviante.
Allo stesso tempo bisogna riconoscere, a difesa dell’economia, che la crescita economica, come anche le crisi, seguono traiettoria che molto difficilmente possono essere modificate a livello locale; e che hanno effetti polarizzanti che tendono a spiazzare città medie di piccole regioni, sia pure capoluoghi, come Ancona.
L’industrializzazione da noi si è diffusa nelle valli e nei distretti, la terziarizzazione, per lo meno nella sua componente “avanzata”, si concentra nelle grandi città e neanche su tutte. E anche quando una grande impresa che diventa multinazionale mantiene le sue radici nel territorio dove è nata, vedi il caso di Fabriano, gli effetti di ciò non sono tutti gradevoli e auspicabili (l’economia che prevale sulla politica e la asserve) e un’eventuale crisi della sua monocultura può avere effetti devastanti.
In un contesto del genere non è sorprendente che solo pochissime imprese superino la sfida del salto dimensionale, della concorrenza internazionale e del ricambio generazionale senza essere inglobate in realtà più grandi e mantengano le loro radici e la loro “testa” in città. Occasioni sono state perse ma bisogna riconoscere che non era facile coglierle. Forse, la politica poteva fare di più, ma è emblematico che fu proprio Francesco Angelini, che era al tempo Sindaco della città, a iniziare a spostare il centro direzionale del suo gruppo a Roma. Spostamento che poi si realizzò pienamente dopo la sua morte.
Le città sono ormai città terziarie e solo poche di esse uniscono alla componente legata alle funzioni amministrative e a quelle legate ai consumi locali, altre attività che le proiettano su una dimensione nazionale o internazionale. Tanto più se sono piccole in una regione piccola e pluralistica: Pesaro ha solo pochi abitanti in meno di Ancona.
Su questo versante si sviluppa il dibattito sulle “città creative”, sul quale Antelitteram si è intrattenuto più volte: città nelle quali per motivi casuali o per progettazione consapevole si innescano sinergie tra attività terziarie avanzate, quali ad esempio comunicazione, finanza, moda, produzione culturale, creando così un ambiente stimolante sia per il protagonismo culturale sia per gli investimenti privati e pubblici. Ovvero il circuito formazione superiore, servizi alle imprese, finanza. Circuiti che possono essere stimolati dalla politica e a loro volta retroagire su di essa, elevandone le competenze tecniche e le capacità progettuali.
C’è casomai da chiedersi se in una città come Ancona un progetto del genere può essere perseguito e come può connettersi alle scelte proprie delle amministrazioni locali, come quelle in materia urbanistica, turistica o culturale.
(segue)

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