la crisi anconetana 7

by Amicus Plato
sturani
Ad Ancona se ne fanno interpreti Galeazzi prima e Sturani poi, con doti di intuito e capacità di comunicazione e di intessere relazioni con vari ambienti cittadini. E con approccio pragmatico e orientato alla soluzione dei problemi. Se un limite mi sento di sottolineare è quello che l’intuito e il pragmatismo non si collegano abbastanza con una visione dello sviluppo della città e del suo futuro e con una adeguata mobilitazione delle sue risorse intellettuali. Di fatto, la città non produce un nuovo piano strategico che abbia l’ampiezza e la flessibilità necessarie a supportare la nuova imprenditorialità politica nel nuovo contesto descritto da Trigilia.
Ma non è da qui che vengono le difficoltà più grandi. E neanche dai limiti di dinamismo della società civile, che pure ci sono.
La crisi, come detto, nasce dalla politica più che dall’amministrazione, dall’incapacità della classe politica di seguire e sostenere il cambiamento istituzionale e di riorganizzarsi conseguentemente.
Ancona, come il resto del paese, subisce l’involuzione che segue al fallimento delle riforme istituzionali e al mancato consolidamento di un bipolarismo sano da paese “normale”. Non mi soffermo su questo punto per non dilungarmi. Affronto solo alcuni aspetti a mio parere fondamentali che aiutano a spiegare la situazione attuale della città.
In primo luogo, lo spirito della nuova legge elettorale è stato progressivamente pervertito. La speranza che le riforme istituzionali potessero essere una risposta alla crisi dei partiti si rivela un’illusione. La crisi dei partiti prosegue e si aggrava; anzi, dai partiti, ormai privi delle tradizionali risorse provenienti dalla militanza e dalla varie “cinghie di trasmissione” con la società, aumenta la pressione sulle amministrazioni, che forniscono, attraverso la distribuzione delle cariche, le uniche risorse di visibilità e di consenso. Riprendono, in forma anche più pesante che nel passato, le pratiche spartitorie tra partiti, correnti e gruppi. Addirittura, è in funzione dell’accesso alle cariche che si formano gruppi e correnti.
Se Galeazzi, all’inizio del suo mandato, poté giovarsi del clima di entusiasmo e formare la sua giunta come la sua squadra, col tempo le cose cambiano. I partiti tornano nelle amministrazioni, un nuovo equilibrio col Consiglio comunale non si trova, nascono i dissidenti che addirittura teorizzano il superamento della disciplina di gruppo (cioè l’ingovernabilità), il passaggio da un gruppo all’altro viene nei fatti considerato un’opzione normale.
Merito e competenza sono considerati accessori: o meglio, il merito è valutato in base al consenso. Si torna a perfino a teorizzare che in giunta deve andare chi ha preso più preferenze (anche in Regione si ragiona così al momento della formazione della giunta). Che è l’esatta antitesi della riforma.
L’equilibrio tra partiti e Sindaco, Consiglio e amministrazione si fa sempre più precario. Sturani reagisce accentrando potere: concede sugli assessorati e sulle nomine e poi cerca di stabilire relazioni dirette con parti dell’amministrazione e con gli interessi organizzati. L’intenzione è giusta, garantire la governabilità, ma il problema si aggrava, non sopporta soluzioni estemporanee. Addirittura si creano effetti paradossali: se governare diventa sempre più difficile, per converso si ricorre al Sindaco anche per risolvere problemi di equilibrio interno alle forze politiche. Si pensi a quando Sturani fu incaricato di fare la proposta per il primo segretario cittadino del neonato PD. Solo apparentemente un paradosso: se le risorse del partito stanno solo nell’amministrazione, alla fine sul Sindaco si scaricano tutte le contraddizioni.
Questa situazione di involuzione assume caratteristiche diverse nei vari contesti: molto gravi al sud, al punto che De Giovanni individua proprio nel fallimento della “rivoluzione dei sindaci” nel meridione la causa di una nuova egemonia politica e culturale della destra populista e nordista (vedi il suo libro “A destra tutta”); meno gravi laddove c’è una tradizione di governo consolidata, come in molte parti del centro Italia.
Ad Ancona succede che la situazione si deteriora per effetto di due shock esogeni (come li chiamerebbero gli economisti):
( segue)

One thought on “la crisi anconetana 7

  1. Ezio Gabrielli

    Ineccepibile; se non fosse che tende a non definire se i processi che si sono siano casuali o frutto di processi politici volontariamente perseguiti.

    Lo smantellamento del partito e della sua funzione, nella nostra città, è stato per anni un argomento su cui ci siamo confrontati con posizioni molto articolate.

    In realtà ad Ancona ha vinto una linea politica che teorizzava legittimamente, chiaramente e francamente il superamento del ruolo del partito in favore dell’amministrazione.

    Quello che è successo non è frutto del caso ma di una linea politica maggioritaria i cui attori hanno nomi e cognomi meriti e demeriti.

    Certo è che per gli amministratori – in situazioni di normalità – avere mani libere può sembrare condizione utile … ma quando arrivano gli “shock esogeni” poi sono cavoli per diabetici….

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