veltroni come fini?

by Amicus Plato
veltroni
Di ritorno da Orvieto dove si è tenuta la XII assemblea annuale di Libertà eguale, l’associazione presieduta da Enrico Morando che in questi anni ha dato un notevole contributo alla formazione di una nuova cultura politica riformista. Sotto due profili, quello della riforma del sistema politico e della costruzione del PD come uno dei pilastri del bipolarismo, e quello di una piattaforma ideale e programmatica sintesi del riformismo di ispirazione socialista e del pensiero liberale e democratico. Oltre le vecchie appartenenze.
Si capisce che proprio da qui siano venute molte idee che hanno dato fondamento di cultura politica alla nascita del PD e alla piattaforma definita brevemente “del Lingotto”, citando il discorso di Veltroni che fu la prima espressione compiuta del manifesto del nuovo partito.
Inevitabile che si sia parlato del manifesto dei 75, il documento sottoscritto da 75 parlamentari del PD che è al centro del dibattito nel PD. Anche perchè erano presenti Veltroni, Chiamparino e altri (Tonini, Salvati, Ceccanti, lo stesso Morando), alcuni dei quali hanno firmato il documento e che comunque condividono la preoccupazione per lo stato del PD e la convinzione dell’esigenza di un rilancio secondo la sua ispirazione originaria.
Prevedibile quanto sproporzionata la reazione di Bersani e altri dirigenti della maggioranza del PD: il solito riflesso pavloviano di marca veterocomunista o magari berlusconiano, insofferente per il dissenso o per la dialettica interna, magari dagli stessi che plaudono a Fini e alla sua rivendicazione della legittimità del pluralismo all’interno del PDL, o che hanno assistito senza battere ciglio alla nascita di fondazioni, correnti, riviste e perfino televisioni messe in piedi da dirigenti del PD.
“Un regalo a Berlusconi” ha detto Bersani secondo la classica intimidazione verso chi critica e viene presentato come una quinta colonna del nemico. “Il dibattito si fa negli organismi” ha detto a sua volta Ucchielli, come se la stampa non fosse inondata di dichiarazioni giornaliere di questo o di quello e (giustamente) non riferisse ogni giorno dei dibattiti o dei litigi dentro gli organismi.
Non si è ancora accettata l’ovvia considerazione che la dialettica e il confronto sono la vita delle formazioni politiche, senza la quale qualisasi partito muore, tanto più un partito che si chiama democratico, se è vera l’affermazione di Bobbio che “democrazia è trattare in pubblico le questioni pubbliche”. E non sono questioni pubbliche la crisi del berlusconismo, la debolezza preoccupante dell’opposizione, la perdita di consensi del PD, l’esigenza di un rilancio, su cui si sofferma il documento?
Certo, se esso fosse l’annuncio della autoricandidatura di Veltroni sarei il primo a non condividerlo, ma così non è nelle intenzioni di chi l’ha firmato. E’ invece la riproposizione dell’ispirazione originaria del PD al momento della sua nascita; da un lato la vocazione maggioritaria, vale a dire non l’autosufficienza ma l’aspirazione a parlare alla maggioranza degli italiani e a formare alleanze a partire da sè e dal proprio programma: per il paese e non contro qualcuno. E dall’altro il coraggio dell’innovazione.
Oggi il PD non è visto come una forza di cambiamento. Fateci caso, parla sempre di difesa: difesa della Costituzione, difesa della scuola, difesa dello Statuto dei lavoratori, e mai, o con grande difficoltà, di riforma.
E’ Berlusconi che promette di cambiare l’Italia. Poi non lo fa, e di qui la sua crisi. Ma il PD non lo promette nemmeno, di qui la sua mancanza di credibilità e la caduta dei consensi. E se in campo ci sono solo Marchionne e la FIOM (per parlare del decisivo tema delle relazioni industriali) alla fine vince Marchionne e non una proposta riformista di nuove relazioni industriali.
Il documento dice che si deve e si può ripartire. Non molto di più, ma basta questo per spaventare chi dirige il PD e si ingegna a costruire la matrioska delle alleanze (il Nuovo Ulivo, l’Alleanza costituzionale) senza riuscire a dire per fare cosa.
E mette fine all’afasia della minoranza congressuale, dopo che Franceschini e Fassino si sono adattati ad una gestione consociativa del partito. Al contrario di quanto dice Bersani, l’anomalia non è la dialettica, anche pubblica – anzi, direi necessariamente pubblica, perchè si vuole parlare al paese e non solo al partito – ma la sua mancanza e la sua riduzione alla schermaglia tra i singoli dirigenti sul fatto (o il fattoide) del giorno.
Se c’è una minoranza con una sua voce e una sua piattaforma, che rispetta chi ha vinto il congresso ma non rinuncia al confronto e alla critica è un bene per il PD.

2 thoughts on “veltroni come fini?

  1. Il PD, a differenza del PDL, ha celebrato un congresso che per mesi interi ha coinvolto non solo gli iscritti ma anche gli elettori coinvolgendoli nell’elezione diretta del Segretario che, per Statuto, è anche il candidato naturale alla Presidenza del Consiglio

    Ora, io non demonizzo affatto il documento di Veltroni ma rilevo una contraddizione stridente tra la declamata vocazione maggioritaria e la sconfessione di Bersani come Leader del centrosinistra.
    Come dire che la dialettica va bene solo se la promuove una cordata minoritaria ma è sconfessata se produce un risultato chiaro come quello del Congresso.

    Quanto ai contenuti e al profilo programmatico Veltroni si limita a riproporre trite ricette ultraliberiste e un’idea di democrazia leaderistica che nel corso di questi ultimi 16 anni non mi pare abbiano prodotto almeno in Italia chissà quali passi in avanti, tutt’altro

    Forse è arrivato il momento di confrontarsi su questo seriamente

  2. Paradossalmente, l’iniziativa di Veltroni (per me non condivisibile nei contenuti) rimette in pista l’unica strada per salvare il PD dallo scioglimento o peggio dalla sua evaporazione. Paradossale, perchè fu proprio Veltroni, immediatamente dopo la sua elezione a Segretario, a condannare – quasi a vietare – la pratica correntizia. Da “semplice” deputato deve essersi accorto che la forma di democrazia interna in un partito più efficace finisce per essere quella di articolarsi in gruppi (orrore!!) e correnti organizzate e legittimate ad esistere.
    Del suo peggio, ha poi fatto Bersani (che avrebbe dovuto rispondere sul punto) nel rispolverare in un angolo del suo vecchio armamentario di comunista emiliano frasi del tipo “proprio adesso che stavamo sostenedo una dura lotta…e il nostro avversario era in crisi…”.
    La strada che può intravedersi (e per la quale sarebbe opportuno che quelli come Bersani, D’Alema, Fassino almeno una volta nella vita provassero a battersi) è a mio avviso quella di una organizzazione federale del PD, non solo sul piano territoriale ma soprattutto sul piano politico. Una forza a cui possano aderire movimenti, gruppi, circoli di diversa estrazione, permettendo l’adesione autonoma, con pari dignità, di forze facenti capo alle diverse tradizioni politiche progressiste: liberaldemocratici, socialdemocratici, cattolici popolari, sinistra socialista e ecologista. Una sorta di nuovo Ulivo con regole più cogenti sulla formazione delle decisioni politiche e delle liste elettorali, snello negli organismi, con pochi obiettivi di fondo e assai chiari (tra questi la laicità dello Stato). Evidentemente, non solo l’alleanza per far cadere Berlusconi, che rimane un obiettivo dell’oggi e non del domani.
    Non un’ammucchiata sotto un leader ma una forza che associa e riconosce le reciproche diversità.
    Certo ci si riesce se in parallelo prende forza e si afferma una nuova classe dirigente, capace di reggere un progetto tutto nuovo, una “rivoluzione copernicana”, una nuova fondazione del PD.
    In quanto a “I duellanti”, come li ha chiamati Valdo Spini, Sabato ad Ancona, io una soluzione ce l’ho: M. accompagna in barca a vela W. in Africa, usando P. come segnavento.

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