dal lingotto al lingotto

by Amicus Plato
veltroni
Veltroni riparte dal Lingotto. L’iniziativa e il suo discorso meritano un approfondimento, dopo le prime impressioni che ritrovate a fianco nell’Antelitteram della domenica (“Lingotto due”).
Intanto un po’ di Veltroni story, per giovani e smemorati. Veltroni è stato sempre popolare nei partiti di cui ha fatto parte (PCI-DS-PD), perchè uno dei pochi capaci di discorsi ispirati e di una buona comunicazione. Mettendo insieme, un po’ ecletticamente, Robert Kennedy e Berlinguer, Gobetti e Don Milani, seduce ex comunisti, liberal e cattolici di varia ispirazione.
Nel 1994, quando, dopo la sconfitta contro Berlusconi, Occhetto si dimette da segretario del PDS, si procede ad una consultazione della base del partito, la maggioranza dei segretari di sezione si pronuncia per lui, ma tra i parlamentari e l’apparato vince D’Alema, che ribalta il risultato della base e si insedia a Botteghe Oscure.
Veltroni potrebbe porsi a capo della minoranza, se il PDS fosse un partito che fa del pluralismo un suo connotato essenziale. Ma appena eletto, D’Alema dice che tutti si devono togliere le magliette, in altre parole annuncia che il pluralismo e la competizione sono stati una parentesi; si torna all’unanimismo in nome dell’unità. Veltroni rientra nei ranghi e inizia l’era dalemiana.
Quando Prodi vince le elezioni due anni dopo, diventa il suo vice, ma insieme a lui condivide la responsabilità di abbandonare l’Ulivo appena nato: puntano tutto sul Governo e mollano il movimento, che avrebbe potuto portarci al PD una decina di anni prima. A Gargonza, D’Alema liquida l’Ulivo.
Poi, è D’Alema ad andare al Governo, quando Bertinotti affonda Prodi. Nuovo patto tra i due: a D’Alema il Governo, a Veltroni il partito. Ma le cose non funzionano. Avvicinandosi le elezioni del 2001 e sentendo aria di sconfitta, Veltroni va a fare il Sindaco di Roma. Il partito passa a Fassino (va da sè, con la benedizione di D’Alema, che diventa Presidente), che si dà da fare, riuscendo perfino a riportarlo alla vittoria nel 2006, ma con la formula, che si rivela fallimentare, dell’Unione.
Presto i sondaggi e i voti scendono in picchiata. Nell’estate del 2007 si accelera sulla costituzione del PD e si ricorre a Veltroni, che ha ben meritato come Sindaco di Roma e appare l’unico in grado di battere Berlsuconi. Veltroni è incoronato con le primarie, ma ancora una volta la mancanza di coraggio e la preoccupazione per l’unità lo spingono ad un patto con D’Alema e il resto dell’oligarchia DS e Margherita.
Bersani viene sollecitato a ritirarsi, le primarie vengono pilotate e quel confronto aperto tra linea liberal e linea socialdemocratica che oggi si ripropone, viene rimandato.
Lo stesso nuovo segretario media (d’altra parte, le elezioni sono nuovamente vicine) tra le diverse anime; ottiene una maggioranza grande, ma ambigua. Sulla sua linea sono in pochi: nelle Marche, ad esempio, quasi nessuno di quelli che pure lo votano.
Lancia la vocazione maggioritaria, un po’ per convinzione un po’ per necessità, perde le elezioni ma ottenendo un buon 33% dei voti. Una base da cui partire. Nel partito viene contestato, in particolare da D’Alema e Bersani. Dovrebbe chiamare un congresso chiarificatore, ma ancora una volta si tira indietro. Subisce il logoramento degli avversari, si dimette cedendo la guida del partito al molle Franceschini. Il quale perde il successivo congresso contro Bersani, che si propone come il restauratore della normalità politica contro le avventate innovazioni veltroniane: partito radicato e alleanze contro partito liquido, primarie e vocazione maggioritaria.
Ma il ritorno alle tradizioni è un’illusione, gli iscritti calano e le alleanze non si coagulano; il PD precipita al 25% nei sondaggi.
Franceschini si propone dapprima come leader della minoranza, ma poi passa, insieme a Fassino, armi e bagagli con Bersani. In nome dell’unità, naturalmente.
Veltroni sente di dovere tornare in campo a difesa della linea liberal, che altrimenti non ha sostenitori.
E torna al Lingotto.
(segue)

4 thoughts on “dal lingotto al lingotto

  1. Barone Barolo

    Caro Amicus, credo di aver capito dove vuoi arrivare: Veltroni sceglie di venire a patti con la maggioranza socialdemocratica, cioè sceglie di non scegliere, e quindi perde un’altra occasione per la svolta liberal.

    Certo, per certi aspetti è deludente, ma dov’è l’alternativa? Diciamoci la verità, un congresso c’è appena stato e non mi pare proprio il caso di farne subito un altro. Altrimenti cosa proponi, l’uscita dei liberal dal PD? Sarebbe un suicidio, e anche contrario alla nostra storia.

    Non è forse meglio un buon compromesso, in cui Bersani riconosca il ruolo positivo della minoranza del PD?

  2. mariano guzzini

    La moglie del dittatore marocchino si è portata nel Dubai un tot di lingotti, per assicurarsi una serena vecchiaia. Veltroni ne spilucca uno alla volta, di lingotti. Siccome lui affabula benino, non c’è niente di male. Ma neppure di bene, a ben guardare. Soprattutto se nella sua compagnia recitano gli altri “oni” che sappiamo (Fioroni, la Merloni, ecc) con Solazzi come offerta speciale, che non riescono a fondere gli ex e fanno senso ai nuovi arrivati.
    Una cosa che dice Valter è molto condivisibile: un partito che discute è preferibile ad uno che non ha il coraggio di parlare. Dopo di che, però, a partire dalle regole, dalle forme della democrazia, dai finanziamenti, dall’identità, dalle alleanze, occorre essere franchi e seri. Proponendo un modo di fare politica alternativo a quello di Berlusconi, di Fini, di Casini e di molti altri ancora. Quando accadrà? TRa quanti Lingotti? Oppure è già successo e non mi sono accorto? Speriamo che sia andata davvero così. Nel quale caso si potrebbe difendere l’allegria, e ritirarsi in biblioteca lasciando i ragazzi a giocarsela in cortile.

  3. caro barone barolo, ti deluderò

  4. Il Riformista

    Veltroni, ogni tanto, fa un discorso per gli angeli. Disegna scenari “avanzati” all’interno di un mondo in cui la giustizia sociale non è una flebile conquista ma è nel DNA delle persone. Il guaio inizia quando gli dicono: bravo ci hai convinto hai la nostra fiducia ed ora inizia a costruire ciò che proponi. Il più delle volte, dopo un po’, si dimette senza dire il motivo.

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