si vota sul federalismo

by il nostro corrispondente dal Transatlantico
calderoli
Giovedì si vota nella Commissione bicamerale sul federalismo municipale, uno dei decreti delegati della legge sul federalismo fiscale. Passaggio che molti ritengono decisivo per la stessa sopravvivenza del Governo, perchè la Lega potrebbe “staccare la spina” in caso di parere negativo.
Le questioni di merito si combinano con quelle politiche e fanno prevedere una spaccatura esattamente a metà della commissione, dopo di che non si capisce bene se il parere si debba intendere come negativo o non espresso. Se il parere si intende negativo, il Governo può rinviare il decreto con modifiche e si avvia un ulteriore termine di 30 giorni.
Il PD voterà contro, ci dice l’on. Oriano Giovanelli, sia per motivi politici – non infrangere il blocco delle opposizioni, visto che IDV, UDC e FLI voteranno contro – che di merito. Il Governo non ha concesso ulteriore tempo per definire, ed eventualmente concordare, i termini di un’effettiva autonomia fiscale dei comuni. Il decreto nella sua versione attuale, disciplina, in modo molto discutibile, una fase transitoria di tre anni, mentre il sistema a regime è un gran pasticcio, perchè si basa su un imposta comunale basata sul patrimonio immobiliare, esclusa l’abitazione principale, cioè in sostanza sulle seconde case.
La stessa innovazione della cosiddetta “cedolare secca” sugli affitti, per cui il proprietario di un’abitazione affittata potrà scegliere di pagare il 21% sugli affitti in alternativa al normale regime dell’imposizione sul reddito, al di fuori di una riforma complessiva, si tradurrà in una riduzione della progressività del sistema.
Per parte sua, l’ANCI, associazione dei comuni, alla fine ha dato via libera al decreto, ma, dice Giovanelli, con motivazioni più legate alla quadratura immediata dei bilanci, che con un’attenzione al sistema a regime: il Governo ha infatti concesso la possibilità di un aumento dell’addizionale IRPEF, che potrebbe dare sollievo alle casse comunali, ma al costo di un aumento pressoché generalizzato dell’addizionale, visto che i comuni non sono in grado nel breve periodo di compensare in altro modo i tagli sui loro bilanci per il 2010.
Per quanto riguarda invece il decreto sulla finanza regionale, anche in questo caso c’è un accordo nella conferenza Stato-regioni, che però sconta la mancata soluzione del problema fondamentale, su cui si sta ancora studiando, va a a dire la definizione dei cosiddetti costi standard; che è decisiva per stabilire i criteri di attribuzione delle risorse alle regioni, non più in base alla spesa storica, ma in rapporto a criteri di efficienza omogenei sul territorio nazionale.
Il Governo ha seguito la sua tattica: dapprima ha tagliato seccamente i fondi a regioni ed enti locali, e poi ha barattato l’appoggio alla riforma con attenuazione dei tagli e ampliamento degli spazi di manovra immediata sulle imposte locali. Regioni e comuni, presi per il collo, hanno dato il loro assenso, ma in questo modo la possibilità di un serio confronto parlamentare sulla riforma è stata in parte compromessa. Nascondendo anche le contraddizioni delle opposizioni: a suo tempo Fini, che faceva parte del PDL, votò a favore della legge delega di cui questi decreti delegati sono l’attuazione, Casini votò contro e il PD si astenne.
Poi, la paralisi del Governo, gli scandali di Arcore e i limiti dei decreti delegati hanno risolto il problema, unificandole sul voto contrario.

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