gesù di nazaret

Joseph Ratzinger, “Gesù di Nazaret”, vol II. Dall’ingresso a Gerusalemme alla Resurrezione”, Mondadori.
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vangelo
Molti anni fa parlavo con Padre Baccarani, un intelligente Servo di Maria della Parrocchia del Sacro Cuore di Ancona. Gli dicevo che non ero credente. Replicò: “Ma va là che sei cristiano anche tu!” “Nel senso di Croce: perchè non possiamo non dirci cristiani?” “No, no, in un senso più profondo”.
Non approfondii e mi rimase la curiosità di sapere che cosa intendeva, ma non ebbi più occasione di chiederglielo. Naturalmente, sapeva che venivo da una famiglia cattolica e che i miei princìpi morali e la mia stessa cultura non potevano non essere stati profondamente influenzati dalla religione e dalla fede dell’infanzia. Così come tanti italiani che non possono non dirsi cristiani, sia che frequentino le chiese, sia che non lo facciano. E anche se non conoscono Croce e la sua interpretazione idealista e storicista della religione cattolica.
In un paese come l’Italia, intorno al cerchio dei cattolici praticanti che vivono attivamente la vita della comunità ecclesiale, ce ne è uno più largo che comprende chi si ritiene credente e cattolico, ma pratica tiepidamente e routinariamente, e un altro ancora di “laici non credenti”, influenzati dall’educazione cattolica e immersi in una storia che porta molti segni della presenza della Chiesa. La forza della Chiesa cattolica sta nell’ampiezza di tutti e tre i cerchi concentrici.
Ora, nel suo ultimo libro dedicato alla figura di Gesù, Benedetto XVI fa un’operazione di netta separazione tra i tre cerchi: scrive che per essere cristiani bisogna credere nella resurrezione – e fin qui, niente di strano, lo si proclama ogni domenica recitando il Credo – ,ma aggiunge che se non si crede a questo evento come fatto storico vero, la figura del Cristo sarebbe in fondo insignificante. Certo, dal suo insegnamento si possono trarre validi princìpi morali, ma tutto quello che è avvenuto dopo di lui sarebbe incomprensibile. Di conseguenza, dice il Papa, la ricerca sul “Gesù storico” ha dato tutto quello che poteva dare e per conoscerlo davvero non bastano gli strumenti della scienza positiva e della ricerca storica, ci vuole un'”ermeneutica teologica”.
Tutto molto coerente, per chi batte continuamente sul fatto che la ragione senza la fede è al buio.
Ma ora, i nessi si stringono: se non si crede alla resurrezione, non si è cristiani e se non si ha la fede si è senza bussola. Non senza contraddizione con la pressante richiesta che le radici cristiane siano citate anche nella Costituzione europea, perchè in tanto questa richiesta è plausibile in quanto si riconosca l’importanza dei “credenti non credenti”, come Croce o Tolstoj (niente a che vedere, sia chiaro, con gli “atei devoti” che strumentalizzano la religione a fini politici).
Pur non essendo cristiano, o essendolo solo nel significato di cui sopra del terzo cerchio, mi rifiuto di pensare che la figura di Gesù sia insignificante senza la resurrezione. Difendo una filosofia morale, che pur essendo laica, per molti versi è debitrice ai vangeli. E, leggendo “Gesù di Nazaret” di Ratzinger, ho trovato sconcertante la figura che lì viene rappresentata: un uomo privo di umanità, che parla come un Dio, in dialogo costante con le sacre scritture, più che con gli uomini. Un oracolo ambulante. La fecondazione della ricerca storica con l’ermeneutica teologica fallisce, perché la seconda annichilisce la prima. Questo Gesù non parla ai non credenti.
E mi ritorna alla mente Padre Baccarani, quando mi disse: “va là, che sei cristiano anche tu”. Di certo non voleva dire che credevo nella resurrezione. Chissà che voleva dire? Forse non sarebbe d’accordo con il Papa.

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