note sulla crisi

by il nostro corrispondente dal Transatlantico
borsa
La dimensione della manovra lievita di giorno in giorno: ora siamo oltre i 70 miliardi, dai 47 iniziali. Spaventato dal responso dei “mercati”, il prossimo lunedì 21, il Governo rilancia continuamente. Obtorto collo, Berlusconi lancia un appello al paese, ma non si fa vedere in TV dove invece è pronto ad andare per qualsiasi comizio dei suoi tra un tripudio di bandiere. E’ più forte di lui, cattive notizie non ne vuole dare e richiami alla responsabilità farebbero ridere fatti da lui. Si nasconde dietro Napolitano e al tempo stesso ne soffre l’indiretta concorrenza come punto di riferimento del paese: che si prenda lui l’onere di chiedere sacrifici.
Tremonti approfitta della situazione: quando mai avrà un’altra occasione di avere il Presidente della Repubblica che lo stimola e lo copre, l’opposizione che collabora nell’interesse generale, pronta a lasciare passare la manovra in pochi giorni, l’UE che interloquisce solo con lui e perfino i mercati che lo difendono, perché vedrebbero una sua delegittimazione, o addirittura un suo defenestramento, come un grave segnale di inaffidabilità italiana?
E così ne approfitta, taglia pensioni, reintroduce ticket, quella che sembrava una manovra soft, tutta spostata sugli anni 2013-2014 e con qualche tipico imbroglio tremontiano, come la legge delega sulla riforma fiscale senza copertura, diventa un macello: altro che taglio delle tasse!
La Marcegaglia aizza, la Merkel ammonisce, i superrigoristi occupano le prime pagine dei giornali: non basta, non basta, ancora, ancora!
Fateci caso, nessuno attacca il Ministro dell’Economia, salvo Il Fatto, sulla questione Milanese: lo salvano perchè in questo momento un suo indebolimento ci costerebbe 15 volte la soppressione delle province. Anche io lo risparmierei se avessi una qualche influenza sui mercati, ma visto che non ne ho, mi chiedo e vi chiedo: ma vi pare possibile che il Ministro dell’Economia, anche ammesso che non avesse capito che tipo di faccendiere si era messo accanto come consigliere, informato dal magistrato che lo interroga nel dicembre scorso delle indagini su Milanese, non lo mette alla porta? Già, come faceva a metterlo alla porta, visto che stava a casa sua, in un appartamento che costa come affitto come lo stipendio di un parlamentare?

Tremonti tratta con le opposizioni un accordo ragionevole: in cambio di alcuni emendamenti e fermo restando il voto contrario, le opposizioni accettano di chiudere la discussione in pochi giorni. Dà loro atto di senso dello Stato e le ringrazia. Ma poi tira fuori i ticket, le opposizioni criticano: non si capisce se ne fossero al corrente; e non si capisce quali siano i saldi su cui si concorda, a prescindere dalle divergenze nel merito. Con un governo così, tutto è più difficile e rischioso.
Intanto, la maggioranza si approva lo scempio del testamento biologico, vuole incassare su tutti tavoli. Berlusconi ci costa qualche decina di miliardi, a tanto ammonta il surplus di manovra che dipende dall’immagine di divisione e inaffidabilità del Governo, che dilata lo spread tra gli interessi sui nostri titoli e quelli tedeschi.
I giornali del premier lasciano intendere che la speculazione ha come obiettivo la testa del Cavaliere, Marina Berlusconi strilla contro la sentenza sul lodo Mondadori (“vogliono distruggere mio padre!”), la sorella Barbara rassicura che il padre non mollerà il Milan.

Sembra di essere nel 1992. Anche allora la fine di un’era politica fu segnata da una grave crisi e da una manovra pesante: 90.000 milardi di vecchie lire. Ma l’effetto recessivo fu compensato da una svalutazione della lira del 27%, che diede fiato alle nostre esportazioni. Oggi questo non è possibile, siamo legati all’Europa e all’euro. Che ci ha giovato negli anno scorsi tenendo bassi i tassi di interesse. In sostanza abbiamo “importato” credibilità dai paesi più forti, segnatamente la Germania. Non sarà più così, dice Draghi, i mercati hanno imparato a distinguere tra paese e paese, sistema bancario e sistema bancario.
Ci vuole una politica per la crescita, dicono tutti, ma solo l’Europa potrebbe espandere la domanda, ma, dominata dai partiti conservatori, non lo fa: la BCE alza i tassi di interesse, la UE chiede politiche restrittive a tutti, e gli effetti si cumulano. Non resta che guadagnare competitività e puntare sulla crescita dei paesi emergenti e sulla loro domanda di nostri prodotti: ma i cosiddetti “mercati” non credono che lo faremo.

Ci vorrebbe un governo, uno vero. Dopo il 1992 ci fu il Governo Ciampi: la sola figura dell’allora Governatore della Banca d’Italia, destinato a diventare Presidente della Repubblica, ridiede credibilità al paese e alla sua politica economica. Poi, dopo un’infelice prima parentesi berlusconiana, ci furono Dini, che fece la riforma delle pensioni, e poi Prodi che ci portò nella moneta unica (Ciampi era Ministro del Tesoro e Napolitano dell’Interno, non so se mi spiego). Sarebbe dovuta iniziare allora la stagione delle riforme strutturali, quelle che oggi tutti invocano per interrompere un declino che cominciava a manifestarsi e che rende gravoso il peso del debito.
Invece il centrosinistra cominciò a litigare. E poi è arrivato il decennio di Berlusconi, il peggiore della storia della Repubblica: sceneggiate e promesse, scandali e interessi privati, processi e leggi ad personam, faccendieri e escort, crisi politica, economica e morale, indebolimento della coesione nazionale.

Bersani dice: dopo la manovra, Berlusconi a casa. E, dato il quadro dipinto sopra, non ha torto. Ma, elezioni in questa situazione? O un governo, dice Morando, guidato da Monti, composto solo da tecnici che si impegnano a non candidarsi alle elezioni e che prenda un appoggio bipartisan? Per voltare pagina e andare al 2013. Che Dio ce la mandi buona!

6 thoughts on “note sulla crisi

  1. A occhio, viva l’idea di Morando! Che aspettiamo?

  2. Mi pare che anche il nostro corrispondente dal Transatlantico non prenda in minima considerazione la possibilità che anche la politica imponga a se stessa un po’ di “sacrifici” (si fa per dire). Che so, i rimborsi spese a pie’ di lista, anziché forfettari (4mila euro?); il pagamento diretto dei portaborse da parte di Camera e Senato, anziché di nuovo forfettario (4mila euro?).

    Lo so, la cifra risparmiata sarebbe simbolica, ma “la gente” ha bisogno di sentire che la classe politica è disposta a rinunciare a qualche suo indecente privilegio, almeno in un momento in cui lacrime e sangue sgorgano copiosi dalle viscere dei cittadini.

    Cos’è? Avete tutti da pagare il mutuo per la casa romana e non potete rinunciare manco a un euro?

  3. Il Riformista

    Una domanda: Monti sarebbe capace di far pagare la crisi ai cittadini italiani in modo proporzionale al loro reddito reale e quindi a cominciare dai ricchi che non pagano le tasse, ai ricchi che le pagano e così via fino ai pensionati?

  4. Monti è un simil-Prodi, Riformista. Tecnicamente bravo, ma lontano mille miglia dalla realtà politica e sociale che dovrebbe governare. Lui, come Prodi, certamente saprebbe ispirarsi a teorie e tecniche economiche che assicurano il risultato, avendo come principio l’equità. Ma, com’è successo a Prodi, i partiti, sempre più condizionati dalle lobby e dalla paura di perdere voti, frustrerebbero ogni sua buona idea e intenzione. E la questione seria è che i partiti, tutti i partiti, non sanno che pesci prendere. Non hanno idea di come si governa un sistema complesso qual è, ormai, il nostro.

    Ieri sera a Senigallia c’è stata Rosy Bindi, una “delle mejo”. E’ stata una delusione cocente: solo populismo, un comizio stile alla Cinquanta, demagogia a go-go. Nessuna idea di cosa si potrebbe fare per far ripartire l’economia, mettendola così al riparo (un riparo “naturale”) da qualsivoglia speculazione. Nessuna idea, salvo quella – spiegata al molto perplesso uditorio con una ardita arrampicata sugli specchi – di mantenere in vita le Province.

    Insomma, mi sa che se non ce la sbrighiamo da soli…

  5. mariano guzzini

    La manovra votata in tre giorni per ordine di Giorgio Napolitano mi suona una singolare variante di democrazia. Non sarà niente, ma non mi piace. Questa storia che non bisogna turbare i mercati mi convince anche meno.
    Berlusconi imbavagliato, le camere che votano un testo blindato mimando ruoli di maggioranza e di opposizione espropriati dai banchieri. E questa palla del governo tecnico che non si farà mai, ma serve a farci sognare.
    Una parte enorme della politica dipende dalle emozioni che ci vengono trasmesse, quasi sempre con trucchi di bassa cucina. Sbaglierò, ma anche questa volta mi sento preso in giro. Ma io sono poca cosa. Se, tuttavia, avessero preso in giro l’intero Paese, la cosa sarebbe un bel passo avanti verso quel regime che neghiamo ci sia, che ci fa ridere anche solo a nominarlo (complesso militare indistriale? grande fratello bancario multinazionale?) ma che fa capolino dietro il sipario della chiacchiera.
    Speriamo nei compagni cinesi. Ha da venì il turbo comunismo con l’occhio a mandola? Oppure cosa? Il modello Ior? Mah. Andiamo alegramente al mare.

  6. mariano guzzini

    Adesso che abbiamo toccato con mano che nemmeno i mercati si impressionano più che tanto, dovremmo interrogarci sulla impreparazione del Pd (e di Napolitano, nel caso particolare).
    Lo fa Lanfranco Turci, opponendo alle posizioni del Pd un articolo di Guido Tabellini, rettore della Bocconi, uscito il 14 luglio sul Sole 24 ore.
    Turci cita anche un appello di Amato, Rocard e altri uscito sul Financial Times del 4luglio. Non voglio fare il saputello e non avevo bisogno di Turci per sapere che il Pd è impreparato. Mi bastava la storia del rigassificatore di Falconara. Tuttavia leggere che ci siamo trovati al traino di Tremonti fa una brutta impressione – come dire? – aggiuntiva.

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