mario monti e mario draghi

by Alessandro Stecconi
monti draghi
Negli ultimi giorni due eventi ravvicinati di estrema rilevanza e portata hanno occupato poco spazio sui giornali, ma soprattutto all’interno del dibattito politico dei partiti italiani. Per la sinistra, la trascuratezza è ancora più grave, perché entrambi hanno riguardato il tema della crescita e dello sviluppo.
Mi riferisco alla lettera congiunta di Mario Monti e di altri 11 leader di altrettanti Paesi dell’UE (fra cui Spagna, Uk, Olanda e non Francia e Germania) contenente la richiesta di un piano per la crescita e all’intervista di Mario Draghi al WSJ riguardante il futuro del modello sociale europeo.
Per porre attenzione ai contenuti di entrambi i documenti è doveroso, tuttavia, anteporre una questione di metodo e di atteggiamento.
Se si assume un’impostazione deterministica, dietrologa e quindi teorica, quello che sta accadendo in Europa (e quindi in Italia) non è altro che un disegno pianificato dal grande capitale internazionale e dai tecnici-politici compiacenti, teso a smantellare ogni residuo di sicurezza sociale. La crisi finanziaria è soltanto una scusa: quello a cui stiamo assistendo non è altro che l’ennesimo capitolo della lunga storia delle razzie dei ricchi a danno della povera gente. Ovviamente i fautori di questo paradigma propongono politiche economiche interventiste, espansive, keynesiane, ricordando quanto fatto dopo il 1929 soprattutto negli USA. Così come la base di analisi è teorica (ovvero i fatti che accadono sono tutti riconducibili a delle tesi a priori) anche le proposte sono teoriche e semplicistiche. Basterebbe spendere, stampare carta moneta e tutto si risolve. Teoria, appunto.
La realtà è molto più complessa naturalmente e andrebbe decifrata ponendo innanzitutto attenzione ai fragili equilibri che le comunità di persone raggiungono attraverso la prassi dell’azione umana (Von Mises). In gioco, come sempre, c’è la libertà degli individui, qualsiasi sia la lente aggettivante. Se siamo tutte marionette in mano a grandi burattinai (privati), non vedo perché dovremmo risolvere tutti nostri problemi mettendoci in mano alla Vergine chiamata Stato (intervento pubblico). Come scriveva Federico Caffè, “il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi….la derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distruggono”. Allora torniamo alla fatica delle scelte quotidiane degli uomini.
Mario Draghi è stato allievo di Caffè, forse il migliore. Negli anni da governatore della Banca d’Italia ha smantellato progressivamente il sistema di arbitrio amministrativo del proprio predecessore. Con lui alla guida di Via Nazionale, si è raggiunto il massimo livello di interventi di commissariamento di Banche inefficienti e fuori controllo in termini di adeguata copertura patrimoniale a fronte di asset dalla rischiosità eccessiva.
Insediatosi a Francoforte ha ribaltato la politica monetaria del predecessore Trichet, abbassando i tassi di interesse infischiandosene dello spauracchio dell’inflazione. Il tutto con l’obiettivo di costruire un contesto di ripartenza degli investimenti e quindi della crescita. Nell’intervista al WSJ del 23 febbraio Draghi, a proposito del risanamento dei bilanci dei Paesi UE, riconosce che esiste un “buon consolidamento” che punta al taglio della spesa, e un “cattivo consolidamento” che aumenta le tasse e taglia gli investimenti, quest’ultimo molto più facile da fare. Coerentemente con questa affermazione, afferma che il modello sociale UE è morto, perche scarica tutta la flessibilità sui giovani e tutela gli occupati con salari che seguono l’anzianità più che la produttività. La priorità è tornare a prospettive di sviluppo e di crescita.
Parallelamente, alcuni giorni prima, Mario Monti ed altri 11 leader europei stilano un documento contro le politiche di austerità imposte dalla Germania e dal ruotino di scorta francese. In una lettera inviata al Consiglio Europeo ed alla Commissione Europea, si riassume in 8 punti un piano dettagliato per riportare velocemente l’Europa sul terreno della crescita economica.
1) Eliminazione delle restrizione al mercato comune europeo, 2)Creazione di un vero mercato unico digitale, 3)Istituzione di un mercato unico dell’energia, 4) Rafforzamento dello spazio europeo della ricerca, 5)Accordi di libero scambio con i Paesi in via di sviluppo e ad alto potenziale, 6) Maggiore sostegno alle PMI, 7) Riforme del mercato del lavoro a favore dei giovani e di chi è rimasto fuori dal mercato del lavoro per lunghi periodi, 8) Riforma dei servizi finanziari, con un chiaro richiamo: “le Banche, non i cittadini, devono essere responsabili dei costi dei rischi che prendono”.
Sono politiche queste da bollare come reazionarie, conservatrici e neoliberiste? Sono dettate da Goldman Sachs? Non gioverebbe alla sinistra riformista misurarsi con queste tematiche?
La solitudine del riformista è sempre in agguato.

2 thoughts on “mario monti e mario draghi

  1. accolgo con simpatia la citazione di Federico Caffè, ma penso che se fosse vivo non mancherebbero le sue critiche alla politica economica europea, che non può limitarsi alle pur giuste iniziative di Draghi o all’appello dei capi di governo.
    Caffè era di sicuro un keynesiano, ma non difendeva gli spendaccioni. La politica economica europea risente di gravi limiti, ai quali l’accordo sul fiscal compact non è una risposta esauriente. Non può esistere una politica di sviluppo, solo, per così dire, dal lato dell’offerta, occorre un sostegno da lato della domanda.
    Solo l’Europa in prima persona e la Germania, che ha un avanzo consistente della sua bilancia dei pagamenti, possono dare questo sostegno, non è pensabile che lo sviluppo possa essere trainato solo dalle esportazioni dell’Europa verso il resto del mondo, visto che gran parte del commercio dei paesi europei è tra loro.
    Finora la Merkel ha fatto prevalere la giusta preoccupazione per il moral hazard, cioè l’irresponsabilità di chi sa di potere contare su una rete di salvataggio, ma una volta stabilite regole rigorose di bilancio, perfino troppo, occorre mettere in moto la seconda gamba della politica economica europea.

  2. alessandro stecconi

    Sono abbastanza d’accordo con A.L. soprattutto sulla chiosa finale. Quello che volevo sottolineare è che, in questo momento, non servano a molto approcci dogmatici e da ultras delle teorie economiche. Piuttosto occorre calarsi nelle differenti problematiche economiche e sociali presenti all’interno dell’UE con spirito riformatore. Ritengo che il mondo economico sia estremamente più complesso oggi che 90 anni fa: per questo servono uomini e idee non convenzionali. La domanda e l’offerta sono profondamente mutate, nella loro natura e nei loro comportamenti. Non rispondono più alle vecchie sollecitazioni schematiche. Credo che il primo testimone di questo approccio pragmatico (non mi viene altro modo per definirlo) sia proprio Mario Draghi: da un lato richiede politiche da laissez faire sul mercato del lavoro, dall’altro “stampa moneta” per 530 miliardi da offrire al sistema bancario (primo anello dell’inefficienza del sistema) a prezzo di svendita..

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