diamo una mano a monti

by Amicus Plato
monti
Gli editoriali del Corriere della sera aspirano ad esprimere l’orientamento politico di quella elìte finanziaria e industriale che è anche ben rappresentata nella proprietà del giornale. L’anno scorso, abbandonando il cerchiobottismo, il giornale si schierò contro il Governo Berlusconi e ne chiese, più o meno apertamente, la sostituzione; di conseguenza appoggiò toto corde l’operazione guidata da Napolitano che portò all’incarico a Monti e alla formazione del suo governo.
Poi, via via, un atteggiamento più distaccato: conseguenza di una linea editoriale attenta a non perdere lettori man mano che la “luna di miele” tra questi e il Governo si esauriva sotto la pressione delle difficoltà oggettive, delle delusioni inevitabili, degli errori e del ridimensionamento delle aspettative sull’efficacia immediata della cura dei professori.
Ma ora si è andati trooppo oltre, sembra volere dire l’editoriale odierno di Dario De Vico, stiamo attenti: Monti è l’ultima risorsa che abbiamo. Una correzione di linea? Vedremo nei giorni prossimi. Di sicuro, un richiamo alla Marcegaglia che ha reagito in modo scomposto alla versione finale della riforma del mercato del lavoro, senza peraltro ottenere l’approvazione del presidente in pectore della sua associazione, Squinzi.
L’intervista della Marcegaglia al Financial Times è stato un vero colpo basso: pochi giorni dopo che Monti era andato a Londra a “vendere” il suo governo e le misure che ha varato ai mercati finanziari internazionali, lei se ne è uscita giudicando “very bad” la riforma, per il fatto di avere previsto la possibilità del reintegro dei lavoratori licenziati in caso di manifesta insussistenza dei presupposti.
E ora stringe intese con il PDL su possibili modifiche parlamentari al disegno di legge a proposito della flessibilità in entrata. Così, Monti, premuto da destra e da sinistra, rischia di intestarsi un’altra “riformetta”.
Il PDL, per parte sua, si ringalluzzisce: il tempo passa e il ricordo dei disastri di Berlusconi sbiadisce, la Lega è in crisi profonda e i suoi elettori sono alla ricerca di nuove sponde, i ministri Tremonti e Sacconi riprendono la parola sul ritornello che “si stava meglio quando si stava peggio”.
Continuerà così fino al test amministrativo di maggio, e poi? Il Governo Monti ha molti handicap: non è scelto dagli elettori, non ha una maggioranza omogenea, si trova di fronte difficoltà enormi, ha poco tempo davanti, ha commesso anche errori, di merito e di comunicazione. Il clima nel paese è pessimo, dominato dall’insicurezza e dalla sfiducia. Dopo le elezioni di maggio, ma anche prima se possibile, la sua azione deve essere rilanciata e i partiti che lo sostengono devono smetterla di pensare solo ai voti (e ai soldi).

2 thoughts on “diamo una mano a monti

  1. mariano guzzini

    Nel fosco fin del secolo morente, vale a dire nel 1899, era presidente del consiglio un “tecnico”, il generale Luigi Pelloux.
    Quando divenne troppo generale e troppo poco politico, mettendo in atto provvedimenti liberticidi, Giovanni Giolitti, presidente della provincia di Cuneo e autorevole parlamentare liberal-democratico pronunciò un discorso a Busca (vicino Cuneo, e non lontano da Cavour) che servì alla sua area politica come segnale di presa di distanza dalla destra storica. Da quel discorso di Busca cominciò la svolta giolittiana di inizio secolo.

    I paragoni sono sempre imperfetti. Già ipotizzare che Giorgio Napolitano equivalga al Re dell’epoca è una bella forzatura. E immaginare che la sgangherata accozzaglia di partiti in crisi che hanno voce in Parlamento e influenzano gli atti di Monti possano somigliare all’area che produsse la svolta liberal democratica del 1903 è un bello sforzo di fantasia e di patriottismo. Ma facciamo pure l’ipotesi.

    Resta da immaginare chi potrebbero essere oggi i Giolitti, gli Zanardelli, e i consiglieri giornalisti Luigi Albertini (Corriere della sera) e Carlo Romussi (Secolo). E qui la mia fantasia non ce la fa più e si arrende. Senza peraltro cedere sul punto: servirebbe un colpo di saggezza, prima, durante e dopo le politiche, che raddrizzasse la rotta. Ma chi sarebbe il saggio? Mah! Se c’è, saltasse fuori.

    O adesso o mai più, direbbe uno che si fosse stancato di defender la alegria. Ma non sarebbe politicamente corretto, perchè la disperazione è antipolitica.

    Quindi diciamo che aspettiamo contributi prima delle vacanze. Dopo si va tutti al mare, a fare alegria con gli/le abitanti dell’ombrellone accanto.

  2. “In questa difficile operazione il presidente del Consiglio deve sentire attorno a sé la piena solidarietà delle forze politiche che lo sostengono in Parlamento perché, dev’esser chiaro a tutti, il suo governo non è «il male minore», ma l’unico traghetto di cui disponiamo per raggiungere l’altra sponda”.

    Così si conclude l’editoriale citato.

    Bene, continuando con la metafora marinara, se Berlusconi stava portando la nave-Italia sugli scogli(tipo Costa Concordia…), il comandante-Monti dove vuole portare la nave-Italia?

    Mi piacerebbe saperlo. Così penso anche la maggioranza degli italiani!

    Per ora del trinomio “Rigore-equità-crescita” si è visto solo il rigore. Equità poca. Idee per la crescita ancora meno…

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