no, lo psicodramma no

by Amicus Plato
rottamazione
Evitiamo lo psicodramma per favore.
Veltroni non si ricandida. Visto che la candidatura al Parlamento non è una decisione personale, sarebbe meglio dire che chiede al suo partito di non essere candidato. E siccome il PD ha fissato la regola delle tre legislature (come massimo sia chiaro, non di diritto), poi interpretata in modo ampio nel senso dei quindici anni, chiede al suo partito di non proporre una deroga per lui.
D’Alema è spiazzato, se lo segue si dirà che lo fa perchè costretto, se no apparirà come il simbolo dell’oligarchia inamovibile. Lo stesso la Bindi. Se la cavano rimettendosi al partito. In sostanza scaricano la patata su Bersani: può il segretario dire che non servono in Parlamento? Alla brutalità della “rottamazione” si contrappone lo psicodramma: all’eroismo in diretta di Veltroni si contrappone l’umiliazione della Turco: “bisogna rispettare la storia delle persone” ecc ecc.
E giù con le disquisizioni sul rapporto tra età, merito, competenza: Foa era vecchio, dice Veltroni. Va bene ma che c’entra col numero delle legislature in Parlamento? Ci sono gà i senatori a vita.
Il linguaggio di Renzi è in effetti pesante: dice che se vince, la carriera di D’Alema è finita, ma la carriera di D’Alema non dipende da chi è il candidato premier. Intende dire che c’è un’esigenza di rinnovamento della classe dirigente. Potrebbe dirlo meglio.
E tuttavia il dubbio è che quello che disturba i capi non sia il linguaggio quanto la lesa maestà: l’idea che i capi debbano di diritto stare in Parlamento. Il che sarebbe anche giusto se davvero il Parlamento fosse il centro dell’attività politica. Ma occorre dire la verità: i capi in Parlamento non ci vanno quasi mai; vanno in occasione dei dibattiti più importanti nei gruppi e in aula. Non vanno mai nelle commissioni, non si occupano di legislazione. La politica in Italia si fa altrove, sui giornali, in TV, nei convegni, nelle riunioni di partito e negli incontri riservati. Essere membri del Parlamento vuole dire avere una vetrina, una condizione di prestigio e un’occasione per incontrare i propri simili nel Transatlantico per annusarsi. E un trampolino per il Governo.
E poi, ammesso che i capi debbano andare in Parlamento, il problema semplicemente si sposta sui meccanismi attraverso i quali si selezionano e si rinnovano i vertici dei partiti, e si ripropone.
Se si affronta seriamente il problema, senza volgarità e psicodrammi, si vede che come spesso accade ci sono esigenze e perfino valori in conflitto: da un lato l’importanza dell’esperienza e della continuità, dall’altra quella dell’innovazione e il diritto dei membri del partito ad una competizione equa per le cariche: i capi e in generale gli “uscenti” hanno un grande vantaggio su sfidanti e nuovi, perchè hanno facile accesso ai media e sono più conosciuti nei propri partiti e fuori.
Occorre trovare un equilibrio, che non può essere lasciato ai beu geste o alla discrezionalità più o meno intelligente e imparziale del segretario di turno, la cui carica dipende spesso proprio dall’appoggio di quei capi che poi gli rinviano la decisione sulla loro candidatura.
Ecco perchè le norme sui limiti ai mandati possono talvolta essere secche e comportare sacrifici ma sono sagge. E possono essere rese flessibili da deroghe, purché queste siano limitate. Quindici anni sono tanti, quello che manca nello statuto del PD è una semplice regola che dica che il 10% delle candidature è riservato alle decisioni della Direzione del partito a prescindere dal limite ai mandati.
Un tetto alle deroghe insomma, motivato essenzialmente dall’esigenza di non privarsi di contributi all’attività parlamentare che si ritengono essenziali.

3 thoughts on “no, lo psicodramma no

  1. Concordo appieno con l’analisi.
    Faccio notare però che il problema non è solo legato alla politica: l’Italia non è un paese per giovani!
    Spetta all’Italia il primato europeo di anzianità della classe dirigente con un’età media di 59 anni. Il record è toccato dai manager delle banche in carica e dai rappresentanti del governo, rispettivamente con 67 e 64 anni, seguiti dai professori universitari con 63 anni; i più giovani sono i dirigenti delle aziende quotate in Borsa con 53 anni.

    Il presidente del Consiglio, Mario Monti ha 69 anni e i ministri più giovani, Renato Balduzzi e Filippo Patroni Griffi, hanno 57 anni.
    In Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, Obama presidente Usa a 47.

  2. Marcello Fagioli

    carissimo AP, condivido in pieno le tue riflessioni. Domenica sera Veltroni mi ha infastidito col suo solito atteggiamento “buonista” e “altruista”. Speriamo che faccia sul serio. Già una volta annunciò che sarebbe andato in Africa e non mantenne la promessa. “Non mi candido” è un lapsus feudiano, nessuno si candida, ma tutti vengono semmai candidati dal partito o dagli elettori con le primarie. “Io non mi candido” evidenzia una concezione personalistica della politica figlia del berlusconismo. Oggi c’è una bella intervista a Mussi sul quotidiano di Telese, Pubblico. E’ arrivato il momento che anche i maggiorenti della politica capiscano che il loro contributo lo possono dare in diversi contesti, fuori del Parlamento. Ma è lì che, come dice acutamente AP, ci si annusa, è lì che si conta. E’ più uno status symbol che il resto. Chi fa le leggi deve stare in Parlamento sempre o quasi. Vannucci ad esempio ci stava e dava risposte ad ogni questione che gli si poneva. Il ricambio è necessario, concordo sul termine di 15 anni con un 10%, non di più, che viene deciso dalla direzione del partito. La vicenda di D’Alema rasenta lo psicodramma. La lettera pubblicata a pagamento ne è la più evidente dimostrazione. Io non la vedo bene. Per me a Bersani, che ha dato una risposta sensata (non sono io che scelgo i candidati), gliela faranno in qualche modo pagare. E’ di oggi la notizia che il segretario fa fatica a organizzare i comizi al sud, sarà una coincidenza, speriamo.

  3. mariano guzzini

    Meglio che in tempo di carnevale. la decomposizione della politica e dei partiti fornisce ogni giorno variazioni sul tema che sarebbero piaciute a Rossini: allegre, frizzanti, a volte scanzonate.
    Tra i tanti modi di affogare, quello del Titanic (ballando ballando) non è il peggiore.

    A proposito di età di chi ha fatto danni, Masaniello quando è stato finito ad archibugiate ne aveva 27, di anni.
    In uno degli ultimi discorsi disse qualcosa che oggi potrebbe dire Monti: “tu ti ricordi, popolo mio, di come eri ridotto?”

    Si gira sempre attorno alle stesse gibigiane.

    Oggi c’è una pressione mediatica contro l’ipotesi che la sinistra governi.
    A mio disincantato modo di vedere si tratta di un eccesso di difesa e di un timore infondato.
    Ma la destra in Italia ha sempre esagerato nelle contromosse. Basti ricordare l’incarico di governo a Benito Mussolini.

    In Europa e in Italia è in atto un unico scontro senza esclusione di colpi tra chi vuole diventare sempre più ricco a scapito di chi deve di conseguenza diventare sempre più povero. Ogni altro dettaglio fa perdere tempo e confonde l’analisi.

    Veltroni ha fatto la sua mossa furba, nella speranza di fare il ministro o cose del genere, con chiunque sarà il vincitore. D’Alema si schiera e parla di politica. E di questi tempi non è poco.
    Il problema che chi dovrebbe ascoltarlo non ragiona con le medesime categorie, usando la pancia, l’istinto e abbeverandosi ai tanti distillati di ovvietà demagogiche che passano i conventi mediatici. La partita è sgangherata. Prevalgono i predicatori da strapazzo e i pifferai dell’antipolitica spesso travestita da buonsenso. Finirà come sempre: in vacca.

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