la nottata non è passata

by Amicus Plato
cattelan
Il primo dato che balza agli occhi del risultato elettorale anconetano è quello dell’affluenza alle urne. Per quanto nei ballottaggi la partecipazione è scoraggiata se il risultato è scontato – e in questo caso lo era – Ancona passa dai primi posti agli ultimi in uno dei parametri che i ricercatori usano per misurare il civismo degli italiani.
Se il calo è generale, c’è uno specifico anconetano su cui riflettere. Ha fatto perciò bene Mancinelli a cogliere questo dato nelle dichiarazioni dopo il primo e dopo il secondo turno, sottraendosi al trionfalismo di quei dirigenti e parlamentari che si fanno vivi solo quando è il momento di cantare vittoria davanti alle telecamere.
E aveva fatto bene a sottolineare un punto, che con il suo governo di cambiamento (“radicale cambiamento” è forse un po’ troppo, ci accontentiamo di meno) spera di dare un contributo al rinnovamento della politica e del PD.
Perchè il nodo è lì. Ne ho già parlato nell’articolo di due anni fa “La crisi anconetana” che trovate nelle pagine a destra: bisogna da un lato guardare ai dati strutturali, delle trasformazioni della società e dei canali di comunicazione e partecipazione politica; dall’altro ai dati più strettamente politici, vale a dire le strategie dei partiti, la loro forma organizzativa e la loro capacità di svolgere il ruolo che a loro assegna l’articolo 49 della Costituzione.
E’ evidente allora che il perno della politica anconetana, e le elezioni lo confermano nel bene e nel male, è il PD. La sua nascita, sei anni fa, invece che costituire un elemento di rinnovamento e di adeguamento al cambiamento sociale, ha avuto un effetto dirompente: ha acceso vecchie e nuove rivalità, demolito le strutture fatiscenti dei partiti precedenti, senza sostituirne di nuove, attive, radicate e modernamente organizzate.
Anzichè essere di aiuto al governo cittadino – fornendo idee, classe dirigente e canali di partecipazione – è diventato un elemento di freno e talvolta di destabilizzazione. Perilli e Benadduci hanno avuto coraggio a chiudere la deludente esperienza Gramillano – che stava retroagendo sullo stesso partito, accentuandone la vocazione minoritaria – e a puntare su Valeria Mancinelli, ma il cambiamento è stato solo iniziato. E non sarà facile.
La convocazione del congresso del PD può essere un’occasione felice o meno: felice se consente di inserire il dibattito anconetano in una cornice più ampia, infelice se spinge dirigenti e amministratori ancora una volta a nascondersi sotto le sottane dei leader nazionali.
Queste elezioni mostrano che il PD rimane il perno della politica cittadina anche perché le alternative hanno fatto fallimento: Cinquestelle è un embrione di non si sa bene cosa, il centrodestra manca tutti gli appuntamenti, perché dopo ogni sconfitta non è capace di elaborarla, individuando una strada e una strategia di medio termine che lo conduca preparato all’appuntamento successivo, fornito di idee, organizzazione e candidati attendibili.
Se ad Ancona non si prescinde dal PD, ciò può essere motivo di soddisfazione ma anche di frustrazione: quanti elettori abbiamo sentito dire che era l’ultima volta che lo votavano, che non votavano gli avversari perchè anche meno credibili, ma che PD e centrosinistra avrebbero meritato una lezione per l’ incapacità, la litigiosità e talvolta l’arroganza!
Questi sentimenti sono diffusi e la campagna elettorale non li ha scalfiti: raramente se ne è vista una più rassegnata e priva di entusiasmo.
Mancinelli parte da qui e credo lo sappia. L’errore più grande per il PD sarebbe di pensare che la nottata è passata.

5 thoughts on “la nottata non è passata

  1. Concordo con l’analisi.
    Vediamo dalla formazione della Giunta se la Mancinelli saprà/potrà scegliere gli assessori senza vincoli, oppure dovrà applicare il manuale Cencelli per trovare la quadra tra le tante/troppe anime del Pd anconetano.

    E se terrà conto che dovrà conquistare la fiducia anche di gran parte degli anconetani che non hanno votato o non l’hanno votata (ha raccolto 1/4 dei voti degli elettori aventi diritto).

    Speriamo bene!

  2. mariano guzzini

    Vedremo che congresso prepareranno i signori delle (poche) tessere che regnano nel palazzo del Pd. Si sapeva che la politica era in crisi profonda. E lo si capiva anche meglio frequentando la campagna elettorale miserabile che non ha portato nel capoluogo delle Marche quasi nessun big. Eccezion fatta per Giobbe Covatta, e qualche altro di seconda fila.
    Certo che a scorrere i dati delle altre elezioni colpisce il dato dei 34.000 votanti su 81.000 aventi diritto. Galeazzi di quegli 81mila ne seppe intercettare 42.057. Era il 1993, e il competitor si chiamava Di Murro. Che si fermò a 16.771 voti, duemila e passa più di D’Angelo.
    Nel 1997 Renato si ferma a “soli” 33.798 mentre l’avversario, Mancinelli, raccoglie 23.470 voti.
    Nel 2001 Fabio Sturani passa al primo turno, con 42.081 voti contro Maurizio Barbieri fermo a 24.856. Nel 2006 Sturani passa di nuovo al primo turno, con 32.663 voti. Paolo Pelosi si ferma a 12.000, anticipando Italo D’Angelo.
    Nel 2009 Fiorello Gramillano incassa 28.579 voti superando Giacomo Bugaro,che ottenne 21.776 voti.
    E ieri Valeria Mancinelli ha portato a casa 20.669 schede valide, contro le 12.356 di D’Angelo.
    Non credo si debba mettere in discussione la rappresentatività del nuovo sindaco. Come ha fatto notare uno studioso di queste materie, nelle grandi città (Londra, New York) si viene eletti sindaco con il 38% dei voti e nessuno si impressiona.
    Però faremmo male a inorgoglirci per essere entrati nell’elenco delle grandi metropoli. Se gli ottantuno mila concittadini elettori ogni volta si squagliano in numero maggiore, mandando avanti gli altri perché a loro viene da ridere, vuol dire che occorre lasciare abbassato il ponte levatoio tra i politici e i cittadini e percorrerlo nei due sensi con accresciuta passione democratica affinché qualcosa cambi nella tendenza allo sfinimento del nostro elettorato.
    Non ho ricette, e temo che non ce ne siano di pronte. Occorre muoversi in mare aperto, cercando nuove isole e nuovi percorsi. Oppure si può restare a casa. Tanto a Londra e a New York …

  3. Attenzione a non paragonare le elezioni italiane con quelle dei paesi anglosassoni. Anzi, a dire che la scarsa partecipazione è segno di “maturità democratica”.
    Ciò che dice Guzzini riguardo Londra o New York è vero, ma parliamo di democrazie bipartitiche in cui le elezioni si tengono in un solo giorno infrasettimanale (Martedì o Giovedì).
    In tali paesi votare è un diritto, non un dovere civico, e si dà per scontato che chi non vota è perché ritiene che la vittoria del candidato A o di quello B alla fine cambi poco.
    Non mi pare il caso delle nostre elezioni.

  4. Analisi molto condivisibile. Adesso sparare sulla croce rossa non è elegante è almeno un lustro che pongo nella evoluzione negativa della struttura delle forze politiche, simile nel resto d’Italia ma accentuata in città, il principale dei problemi. Del centro-destra hai detto tu. Il centro sinistra sconta il fallimento del Pd (e la linea della locale Sel)come partito che produce idee e classe dsirigente. Esauriti per varie ragioni i quadri del Pci-Ds, si è puntato su un esterno “condizionabile” con i risultati che si sono visti. E fortuna ha voluto che uno degli ultimi di quei quadri dirigenti e amminstratori si sia ripescato ancora in forze e con qualche idea, che ha sbaragliato la debole concorrenza. Sul fronte dei partiti e degli eletti sono accadute cose che hanno dell’incredibile o del risibile, a scelta. Bene ha fatto Valeria Mancinelli a ricordare nella sua prima prima dichiarazione quel 41% di votanti, il più basso tra i capoluoghi italiani. In bocca al lupo. Ma senza il ritorno di partiti veri, con quel bilancio che si profila potrà non molto.

  5. mariano guzzini

    Come spesso accade l’ironia non viene colta. La pippa su Londra e New York l’ha tirata fuori Roberto D’Alimonte, che ha studiato alla Cesare Alfieri come me, ma è più serioso di me, Io so bene che perfino quando votavano molti di più la crisi stava rosicchiando la politica (o la Politica). Purtroppo per noi e per i nostri amici adesso siamo alla frutta.
    E Valeria Mancinelli, brava o no brava che sia, non (termine che introduce una negatività) è stata formata da un partito. Come – del resto – accadde nel caso di Fiorello Gramillano. E’ il tempo dei politici fai da te perché le grandi scuole sono state incendiate e le loro ceneri disperse. Riposi il tutto in pace. Ma le scuole servono. Peripatetiche, sul web, nei conventi, attigue alle scuole di flamenco, salsa e merengue? E’ impossibile fare previsioni. Non ci riesce neppure Berlusconi. E lui è bravo e ci ha i mezzi. Figurarsi noi, poveri untorelli di periferia.

    Ma adesso c’è il congresso del Pd. Mettiamoci comodi e ritagliamoci un posto dal quale si vede quasi tutto. Con un sacchetto di noccioline la nottata passerà alla grande. Per ora si potrebbe spettegolare sulla nuova giunta. Ma forse si può esercitare la virtù della carità e pensare ad altro.

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