da noi

by Amicus Plato

Nelle Marche il risultato elettorale è in linea con quello medio nazionale. Con una differenza che riguarda il PD – che guadagna 2,5 punti percentuali in più – e il M5S, che perde tre punti in più. Si direbbe “un rimbalzo” rispetto all’anno scorso, quando Grillo era arrivato primo staccando di 5,5 punti il PD, ottenendo uno dei migliori risultati.

L’effetto Renzi è stato dunque più forte che nella media nazionale. D’altra parte che le Marche fossero “renziane” si era capito anche prima della debacle del PD marchigiano del 2013, quando, nelle primarie del 2012, Renzi era arrivato primo nelle Marche superando Bersani, che aveva vinto a livello nazionale, malgrado che la quasi totalità del gruppo dirigente del PD della nostra regione si fosse schierata con Bersani.

Comi, da poco eletto segretario regionale del PD, ha avuto il buon gusto di non intestarsi la vittoria. Spacca invece non ha resistito alla tentazione di dire che è merito anche del governo regionale: affermazione senza fondamento, che avrebbe una qualche attendibilità se lo scorso anno il Presidente si fosse intestato anche il “merito” della pesante sconfitta. La verità è che il PD, almeno per quello che riguarda il suo gruppo dirigente, non arrivava nelle migliori condizioni all’appuntamento elettorale, dopo le divisioni del congresso.

Si tratta di vedere come reagirà a questo risultato che gli consegna ottimismo e responsabilità, andando verso le elezioni regionali del 2015.

Il cosiddetto Laboratorio Marche – l’alleanza con UDC e IDV – già demolito dalle elezioni dello scorso anno, esce definitivamente archiviato. Anche perchè Scelta civica di Monti – oggi Scelta europea – per la quale aveva votato lo stesso Spacca, scompare.

Il tentativo di Spacca di coagulare una alleanza eterogenea – UDC, NCD, Favia, Carrabs, la stessa Scelta civica – a sostegno del suo terzo mandato si esaurisce: questi partiti e gruppi tutti insieme non totalizzano più del 5%.

E non è solo una questione di alleanze e di percentuali, ma di approccio: quella che vince è l’idea di partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria, il contrario della classica allenza sinistra-centro, in cui il PD, incapace di esprimere una candidatura vincente, ha bisogno dell’apporto determinante di gruppi e personalità del centro, a cominciare dallo stesso Spacca, che in questa prospettiva si era tenuto fuori dal PD.

Non solo: il tentativo di Spacca esce indebolito per due altri motivi: il primo è che si reggeva sulla paura di una vittoria di Grillo, tanto più con una legge elettorale senza ballottaggio – il messaggio implicito che il Presidente mandava al PD era “senza di me e i miei alleati rischiate di perdere”. Il secondo è che la carta vincente di Renzi è stato l’impegno riformatore, a cui gli elettori hanno creduto e su cui hanno investito, del quale non si vede traccia nelle Marche.

Molta propaganda su temi esoterici, come la Macroregione, la domotica o le gare di equitazione, dove basta stanziare un po’ di soldi e fare molte conferenze stampa, ma niente sulle questioni delicate o complesse che richiedono coraggio e capacità di innovazione: quelle istituzionali (dalla legge elettorale al numero degli assessori) il mercato del lavoro (la riforma dei centri per l’impiego e della formazione professionale) i servizi pubblici locali o l’urbanistica, o la cosiddetta green economy (si pensi alla vicenda delle centraili a biogas). Mentre la riorganizzazione della sanità arranca da anni.

Insomma, è priva di fondamento anche l’affermazione del Presidente secondo il quale il suo governo è in sintonia con quello nazionale.

Questo non significa che per il PD la strada del rinnovamento sia spianata. La vecchia guardia ancora pesa e condiziona, i risultati delle elezioni comunali, trainati da quelli delle europee, mostrano che a fronte di un’offerta politica più articolata (liste civiche, pluralità di candidati) l’elettorato è mobile: si vince bene a Pesaro, si può riconquistare Fano, dove il centrodestra si è spezzato in vari tronconi, ma si rischia di perdere la roccaforte di Urbino, va malissimo ad Ascoli Piceno e a Osimo ci sono poche probabilità di spuntarla.

Il PD ha davanti a sè due strade: rimanere immobile confidando sul traino di Renzi anche per il prossimo anno, o seguirlo sulla strada del rinnovamento. Che da noi non è ancora iniziato. Fondamentale sarà la scelta del candidato per la presidenza: non c’è un Renzi marchigiano, non c’è altra strada che confidare che emerga da una competizione aperta con elezioni primarie che ne rappresentino il momento inaugurale.

3 thoughts on “da noi

  1. Al di là di come la pensiamo ( e la pensiamo sul Pd e Renzi in maniera diversa), credo che le elezioni confermino rafforzandola una tendenza evidenziata da alcune elezioni ed esplosa lo scorso anno: gli spostamenti elettorali avvengono anche in un breve lasso di tempo in grandi proporzioni. E le famiglie, anagrafiche, culturali e politiche contano ormai quasi nulla. L’elettorato reagisce in maniera sempre più emotiva, orientato dal web e dalla tv. Il Pd guadagna in un solo anno e mezzo 16 punti, quando 2-3 decenni fa un aumento di 2 punti era già una grande vittoria. Pertanto non ci sono più “zoccoli” e i risultati devono essere tangibili nel breve. Vale di sicuro meno a livello regionale ma vale. Sono certo ne vedremo ancora delle belle. Lo slogan, questo si di Renzi mi piace assai: “il meglio deve ancora venire”

  2. Come diceva Flaiano: “Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori”.

    E Spacca è un italiano…

  3. Sempre a proposito di voltagabbana pronti a saltare sul carro del vincitore, rimando a questo brillante e caustico commento di Travaglio

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/28/europee-2014-bersaniani-dalemiani-turchi-nel-pd-ora-tutti-sul-cargo-di-renzi/1004706/

    Piano… non spingete…

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