visco e draghi

by A.L.

A pochi giorni di distanza hanno parlato sia Mario Draghi al forum della banche centrali in Portogallo, sia Visco, governatore della Banca d’Italia all’appuntamento annuale in cui presenta la relazione della banca sull’economia italiana.

Più accademico l’intervento di Draghi, più istituzionale quello di Visco, ma la visione è comune: c’è una ripresa in atto ma è ancora debole e incerta e da sola non risolverà i problemi strutturali europei, a cominciare dall’alto tasso di disoccupazione.

Occorrono le famose riforme strutturali, per aumentare la flessibilità e la produttività  dell’economia, incoraggiare gli investimenti e alzare il potenziale di crescita. Non c’è ragione, dice Draghi, per posporre le riforme, anzi queste tanto più saranno rapide tanto più renderanno efficace la politica monetaria espansiva messa in atto dalla BCE:

“Monetary policy can steer the economy back to its potential. Structural reform can raise that potential. And it is the combination of these demand and supply policies that will deliver lasting stability and prosperity.”

La differenza tra i due interventi sta in questa frase detta da Visco:

“La politica monetaria da sola non può garantire una crescita elevata. Nel breve periodo un sostegno alla domanda può derivare, nel rispetto delle regole di bilancio europee, da un ragionevole utilizzo dei margini di flessibilità esistenti. Come auspicato anche dalla Commissione europea, un contributo potrebbe essere fornito dai paesi con debito più basso e finanze pubbliche più solide. Va data rapida attuazione al Piano di investimenti per l’Europa.

Azioni di più ampia portata richiederebbero un’autonoma capacità di finanziamento e di spesa dell’area. In prospettiva, una tale capacità potrebbe essere realizzata con l’istituzione di meccanismi di stabilizzazione automatica del ciclo economico, un primo passo verso una vera e propria unione di bilancio.”
E se Draghi chiede una governance europea delle riforme strutturali, al costo di suscitare la critica che questa non è materia di sua competenza, non chiede invece una governance comune – cioè “keynesiana” – della politica di bilancio.
In parte perchè non può farlo, in parte perché non ci crede.

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