il pd dopo le elezioni

by Amicus Plato

Una parte della stampa e della minoranza Pd cerca di accreditare l’idea che l’aumento dell’astensionismo sia colpa del Governo. A questo fine, si prendono come confronto i dati delle politiche o delle europee, dimenticando che l’affuenza alle regionali è storicamente più bassa.

Si trascura inoltre un altro aspetto molto importante: che negli ultimi anni la credibilità delle regioni è scesa a livelli minimi, a causa di una serie di scandali e di sprechi oggetto anche di inchieste giudiziarie. Al punto che qualcuno come Grillo ha fatto campagna sulla parola d’ordine della chiusura delle regioni.

Più interessante è un altro punto sottolineato dai commentatori, ma non sorprendente: che i voti a Renzi non si trasferiscono ai candidati del Pd nelle elezioni regionali. In parte perchè il consenso al Governo è diminuito nell’ultimo anno – governare logora soprattutto se si vuole riformare – ma soprattutto perchè l’innovazione portata da Renzi ha attecchito solo superficialmente nei partiti locali.

Non si tratta di scimmiottarlo, ma di mettersi sulla stessa lunghezza d’onda riformista, sia per quanto riguarda il governo che il partito.

In tutti i casi un grande partito democratico come il Pd sarà sempre composto da realtà diverse. Queste elezioni hanno mostrato diverse tipologie, con pregi e difetti: partito radicato e di governo, ma con differenti performance di governo (Toscana, Umbria, Marche), partito diviso (Liguria), partito minoritario (Veneto), partito guidato da forti personalità con vocazione populista (Puglia, Campania).

Se questo rassicura contro i rischi inesistenti di un partito monolitico e personale, il problema è come rendere compatibili pluralismo culturale e sociale all’interno con unità di indirizzo e di espressione nelle assemblee e con un’immagine coerente su tutto il territorio. E naturalmente, trasparenza e onestà sia nella competizione interna che nell’azione di governo.

Questo è il tema che il gruppo dirigente deve affrontare: non si tratta nemmeno di mettere in riga le minoranze interne – anche se queste hanno raggiunto livelli di conflittualità autolesionistiche (vedi Bindi o Pastorino) – ma di definire una forma partito adeguata ai tempi e alla missione. Che è quella di cambiare il paese: ma per cambiarlo bisogna governare e per governare bisogna vincere.

 

2 thoughts on “il pd dopo le elezioni

  1. Noto anche nell’analisi del voto di Amicus Plato una preoccupante sottovalutazione dell’astensionismo, che anche nelle Marche ha toccato vette inaspettate.
    Sembra che per Renzi e i suoi supporter l’importante sia vincere, non importa se la maggioranza degli elettori resta a casa!
    Ricordo lo sprezzante commento di Renzi al fatto che nelle elezioni in Emilia del novembre scorso avesse votato meno del 38% degli elettori (37,70% per la precisione).
    Ha votato il 49,78% degli aventi diritto, contro il 62,8% delle precedenti Regionali.
    Non va meglio (anzi peggio) nella civilissima e “rossissima” Toscana e a tal proposito rimando a questo commento di Tomaso Montanari

    http://articolo9.blogautore.repubblica.it/2015/06/03/la-toscana-si-e-addormentata/?ref=HRER3-1

  2. Amicus Plato

    ho aperto il mio post sui dati con i numeri dell’astensionismo, che non sottovaluto. Ho notato nei miei due articoli che va misurato rispetto alle elezioni regionali, come fa correttamente Raniero, che è ormai un fenomeno composito che non può essere attribuito interamente all’antipolitica e tanto meno all’azione del Governo.
    Infine che su di esso ha inciso sicuramente la cattiva opinione che in questo momento gli elettori hanno dell’istituzione regionale.
    Per il resto, mi ritrovo nelle argomentazioni di Panebianco oggi sul Corriere della sera.

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