il voto e la crisi

by Amicus Plato

Alla ricerca di specificità del voto marchigiano, una emerge chiaramente: una regione nota per il suo civismo e con una classe politica non peggiore di altre – e tutto sommato più sobria – scende sotto il 50% di partecipazione al voto.

Condivide la tendenza nazionale, ma, diversamente dal passato, la accentua.

Guardando indietro vediamo altri segnali negli ultimi anni: nel 2013 il Movimento 5 stelle è il primo partito e distanzia il Pd di 4 punti; nel 2014 Renzi raggiunge il risultato eccezionale del 45,5%.

Si può aggiungere un altro dato: nel 2012, nel primo scontro Bersani/Renzi per la segreteria del partito, il gruppo dirigente marchigiano del Pd si schiera compatto per Bersani ma vince Renzi, che invece perde sul piano nazionale.

Sono tutti segni che da qualche anno la regione esprime una volontà di cambiamento che, per dirla con Hirschman, oscilla tra exit (astensione) e voice (protesta) e, aggiungo, speranza.

Non conosco ricerche sociologiche sul tema ma una correlazione balza agli occhi. La regione, giunta tardi ad un relativo benessere, vede messi in discussione i risultati raggiunti: la disoccupazione aumenta, il Pil pro-capite, per la prima volta da diversi anni, scende sotto la media nazionale: la crisi colpisce duro.
La regione col più alto tasso di ceto medio produttivo (artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, con il corredo di professionisti), radicalizza le sue scelte di voto. Emerge un ceto medio incazzato e impoverito, Incazzato perché impoverito.

La retorica sui primati marchigiani di Spacca, che si propone come rappresentante del ceto medio produttivo, si scontra con l’evidenza. La sua rovinosa sconfitta nasce da qui.

 

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