il pd dopo il voto

by Amicus Plato

Passati le elezioni e i festeggiamenti, è l’ora delle analisi realistiche.

Diciamolo francamente, solo sei mesi fa il PD marchigiano rischiava di fare la figura di quello ligure: dieci anni (otto dalla sua nascita) di afasia politica e programmatica all’ombra di Spacca, diviso da un congresso al punto che una parte del partito non era nemmeno entrato negli organi dirigenti, oscillante tra “primarie sì o no”, “terzo mandato sì o no”.

Poi sono successe due cose che gli hanno consegnato la vittoria elettorale. Le primarie innanzitutto: non volute dal gruppo dirigente quasi al completo, accettate solo per l’impossibilità di trovare un accordo sul “candidato unitario”, gli hanno garantito l’attenzione dell’opinione pubblica per un mese, e hanno proposto due candidati validi, dimostrando una buona attitudine al governo. Inoltre, dopo le votazioni, partecipate da 40.000 elettori, e a differenza della Liguria, il partito si è ricompattato dietro il candidato vincente, cancellando l’immagine delle divisioni precedenti.

La seconda carta vincente è stato Spacca stesso: alleandosi con Forza Italia, ha offerto al Pd due assist: gli ha consentito di parlare di “tradimento” e di “cambiamento”, e ha diviso il centrodestra, impedendogli di criticare, come ogni forza di opposizione fa, il governo uscente. Anzi, si sono sperticati in lodi del Governatore che avevano avversato per dieci anni.

Ma i problemi restano: nel 2010 il centrosinistra aveva vinto con il 53% dei voti, ora ha la maggioranza solo grazie al premio; il cuscinetto verso il centro di Spacca e Merloni non c’è più e anche se ci fosse non funzionerebbe.

Il Pd ha dato un’immagine bifronte: da un lato l’afasia e l’inconsistenza politica degli ultimi dieci anni, dall’altro un persistente radicamento e una classe di amministratori che rimane un patrimonio utile, ma solo a condizione che esista una direzione capace di esprimere una visione e una strategia

Quello che il Pd, asserragliato sulla difesa del “buon governo”,  ha mancato di tematizzare è stata la crisi della Regione e delle regioni, esplosa in questi anni; e che tocca sia il funzionamento del sistema politico e amministrativo che i suoi rapporti con la società.

Il programma elettorale la affronta solo parzialmente e in termini rituali. Speriamo che la vittoria non sia l’occasione per chiudere ancora una volta gli occhi.

 

 

 

3 thoughts on “il pd dopo il voto

  1. antonio mezzino

    Questa volta sono totalmente d’accordo con la lucida analisi che hai condotto. Aggiungerei solo, mutuando dall’analisi di Ilvo Diamanti, che “chiudere ancora una volta gli occhi” sarebbe oggi doppiamente colpevole dal momento che ogni elezione futura, di qualunque tipo, ormai è un “salto nel voto”

  2. Ho potuto verificare, partecipando alla campagna elettorale, che esiste effettivamente una totale assenza di direzione e certamente una profonda dicotomia tra una visione strategica a livello nazionale ormai ben definita e vincente sia dal punto di vista elettorale che per la capacità riformatrice nella azione di governo, e una realtà territoriale, che possiede certamente come tu dici un patrimonio di amministratori radicati e capaci che però nella migliore delle ipotesi non sono in sintonia con il centro e che sicuramente non vedono nella struttura, liquida o solida che sia, del partito provinciale o regionale , un referente doveroso e/o utile. Ciò impedisce lo scambio di utilità tra i due livelli. Mi pare improbabile che un cambiamento di rotta nasca dal basso, vedo più probabile che se dal centro non si rafforzano i livelli intermedi di direzione armonizzandoli al progetto, si usi il successo elettorale per, come dici tu chiudere gli occhi.

  3. carlo carboni

    Si anch’io la penso come l’articolo. Ha funzionato. Qualche tema pesante – crisi delle regioni – è stato nascosto sotto il tappeto… Ora forse è un momento accalorato per la formazione della giunta, ma più che l’esigenza di una strategia, riemergono i municipalismi, la loro forza centripeta. Anche su questo, delle due una. O si punta sulla capacità di questi municipi di creare una rete istituzionale autogestita (un’interdipendenza delle autonomie locali , in uno schema che ricorda il municipalismo solidale socialista), con un’azione magari disciplinata e controllata a livello regionale. O le autonomie si riconoscono prioritariamente in un baricentro regionale che esprime una propria leadership a prescindere da municipalismi e corporativismi. Non so, i problemi marchigiani a questo punto sono evidenti e molteplici e senza una strategia, sarà difficile andare oltre a qualche inerziale miglioramento.

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