il pd che serve

by Amicus Plato

Valeria Mancinelli ed altri hanno fatto circolare un documento intitolato Il pd che vogliamo, che contiene indirizzi e proposte sull’organizzazione del partito e le sue regole interne, in particolare sul rapporto tra amministrazioni a tutti i livelli e partito. L’intento, a detta dei promotori, è aprire una discussione che serva  e rendere più aperto e credibile il partito.

Nel clima precongressuale – ad Ancona si va al congresso del partito – sono subito partite critiche e contrapposizioni, favorite anche da una insufficiente comunicazione dei promotori sulle loro intenzioni e dall’atteggiamento drammatizzante della stampa (faida nel pd, ha titolato il Corriere adriatico). Ma vediamo le critiche nel merito.

Il documento dice che le primare devono essere la regola per la scelta dei candidati. Critica: c’è già scritto nello statuto del partito. Ma il problema è proprio che le regole non sono diventate cultura politica e prassi costante, tanto è vero che quando si è andati alla scelta del candidato presidente della Regione, le primarie si sono fatte – e tra l’altro sono state una delle ragioni della vittoria elettorale – solo perchè il gruppo dirigente non riusciva a mettersi d’accordo sul candidato unitario. La verità è che la gran parte del gruppo dirigente legge la regola statutaria in questo modo: le primarie si fanno solo se il gruppo dirigente non trova l’accordo sul candidato. L’eccezione diventa la regola e la regola l’eccezione.

Secondo esempio. Nel documento si dice che gli assessori li sceglie il sindaco o il presidente della Regione. Ovvio anche questo, sta scritto nella legge. Eppure tutti abbiamo visto come Ceriscioli ha composto la giunta, con un complesso algoritmo in cui si teneva conto di quote provinciali, di partito, corrente, di genere e seguendo anche la regola non scritta – e dannosa- del maggior numero delle preferenze. L’unico criterio considerato di risulta è stato quello della competenza.

Terzo esempio. Nel partito si formano liberamente maggioranze e minoranze; la minoranza ha tutti i diritti di battersi per le proprie idee e di competere per cambiare la direzione del partito, ma le decisioni, sia se prese all’unanimità sia se prese a maggioranza, vincolano tutti nella assemblee elettive. Ovvio anche questo, eppure per mesi, durante il dibattito in Senato sulla riforma costituzionale, la minoranza del Pd ha minacciato di non votare in aula se non passavano le modifiche che proponeva.

Nel documento ci sono anche altre cose, non così ovvie. Ad esempio che occorre modificare lo statuto della Regione Marche per stabilire l’incompatibilità tra la carica di assessore e quella di consigliere, così come avviene nei comuni. Va da sè che i consiglieri avversano questa modifica.

Insomma, i punti toccati nel documento sono tuttaltro che scontati, incontrano resistenza nei dirigenti perchè tendono a ridurre il controllo che esercitano su alcune decisioni fondamentali.

Altre critiche sono anche meno comprensibili: il documento tratta dei massimi sistemi, e non dei problemi locali, come se le regole statutarie fossero terreno riservato per i dirigenti nazionali, ovvero parla di regole e non di contenuti,  come se le regole e il loro rispetto non fossero fondamentali per la stessa credibilità di un partito che si chiama democratico.

Al solito, il problema è ben altro.

 

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