chi cambia verso?

by Antonio Astolfi

L’agenda politica del 2016 comincia progressivamente a delinearsi.

Sullo sfondo dei principali passaggi di ​“midterm” ​della legislatura in corso, le amministrative in primavera e il referendum Costituzionale in autunno, la questione Europea sembra acquisire nello ​storytelling ​renziano una dimensione inedita e una centralità politica rilevante.

Sebbene tra Roma e Bruxelles siano in corso canali di mediazione e dialogo su numerosi dossier, per citarne solo alcuni la gestione dei fenomeni migratori, le politiche energetiche, le vicende riguardanti gli istituti di credito, i parametri sugli oneri di bilancio, la flessibilità e in ultimo l’instabilità dello scenario libico, vorrei tuttavia concentrarmi maggiormente sul versante della politica in senso stretto piuttosto che sul merito delle politiche..

A tal proposito, osservatori e analisti non hanno mancato di sottolineare puntualmente un netto salto qualitativo nei rapporti tra il Governo e le Istituzioni Comunitarie. Nel definire l’approccio di contrapposizione/scontro messo in campo dal Presidente del Consiglio Renzi alcuni hanno parlato di una politica dei “pugni sul tavolo” e della “voce grossa”.

Si è così aperto un ampio dibattito al quale hanno partecipato, proponendo tesi, spunti e riflessioni interessanti, membri del corpo diplomatico, professori e analisti.

Le critiche più aspre sono tuttavia piovute dai principali protagonisti delle vecchie esperienze del centro-sinistra europeista targate Romano Prodi.

Contestazioni e considerazione di certo legittime e di spessore, ma quanto fondate? Venuta meno la condivisione di un vero progetto federale tra i principali stati membri ha ancora senso parlare di europeismo? Meglio, quali strumenti mette in campo l’europeismo tradizionale per rispondere alla profonda ri-nazionalizzazione della dimensione politica europea? La membership ​del Partito Democratico all’interno dei Socialisti & Democratici quale direttrici dovrebbe seguire? Come re-agire alla crisi di consenso dei partiti tradizionali e di governo insediati da nazionalisti, antieuropeisti populismi di varia sorta?

Domande alle quali non è dato, almeno per ora, avere risposta.

Interessante invece la prospettiva di partenza proposta dall’instancabile (in tv) Sandro Gozi. In breve sintesi, questo il ragionamento del sottosegretario con delega agli affari europei. Così l’Europa non funziona. La crescita dei partiti nazionalisti antieuropeisti sta lì a indicarcelo. Anche in Europa servono forti azioni che certifichino un cambio di passo (rapido), una rottura con il passato. Gli stati membri dell’area mediterranea rischiano di aggravare una già patologica instabilità politica. Entro il 2017, a sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, dobbiamo trovare una sintesi e riformare i trattati. Dobbiamo ridiscutere le fondamenta e le direttrici dell’intero progetto, solo così potremmo restituire credibilità e slancio all’Europa degli “eurodelusi e degli euroindifferenti”.

Un progetto di certo molto ambizioso, complesso e (ancora) dagli sviluppi difficilmente prevedibili. Impostazione, meccanismi, alleanze ed effetti di quella che Gozi definisce “Europa differenziata, con due cerchi all’interno di una grande Unione continentale” non sono infatti chiari. ​Se dunque Renzi faccia bene o meno “a battere i pugni sul tavolo”, in vero, saranno solo gli eventi futuri a poterci fornire alcune indicazioni realistiche.

Di certo l’Europa delle “tante crisi” è entrata profondamente nello scontro politico degli stati membri, è divenuta strumento di differenziazione e quindi (anche) di strumentalizzazione e demagogia. Gli “imprenditori politici della paura” raccolgono consensi opponendosi ai fenomeni migratori, alimentando irresponsabilmente le tensioni etnico-religiose, identificando nella Globalizzazione l’origine di tutti i mali contemporanei.

Da questa prospettiva l’idea di spingere per una riforma dell’Europa, ovvero di voler imprimere un segno di dis-continuità, non appare così fuori luogo.

Che poi “i pungi sul tavolo” in Europa possano avere un effetto benefico in termini di consenso interno è tutto da vedere. Di certo una maggiore salienza della questione europea nel dibattito pubblico imporrebbe a tutti gli attori politici di proporre una propria visione, una strategia, ovvero in ultimo di posizionarsi. Mentre il MoVimento 5Stelle potrebbe veder insediata la sua sapiente ambiguità con l’eventualità di scontentare/allontanare una delle sue due anime (destra/sinistra – progressisti/conservatori), il centrodestra rischia invece di “imbottigliarsi” nell’antieuropeismo lega-forzista rendendo poco credibile un’ipotetica alleanza di governo. Non nego di poter essere mosso da pregiudizi, ma se dietro alle reazioni stizzite e indignate di certi rappresentanti di primo piano del centrosinistra ulivista ci fosse qualcos’altro oltre alla scarsa ​correctness, ​o​ alla spavalderia sbruffoncella che gli da tanto in odio Renzi?

Un’idea ce l’ho, ha a che fare con il Partito della Nazione e con quel 40%. Renzi s’è messo in testa di voler far il Merkel d’Italia, di voler fare il Prìncipe piuttosto che inseguire princìpi annacquati.

Magari, insieme all’Europa (speriamo), anche il rancore avrà prima o poi un #cambiaverso.

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