di lotta e/o di governo

by Antonio Astolfi

La vicenda di Quarto, al netto dei risvolti pruriginosi del tradizionale circuito mediatico giudiziario, può offrirci una serie di elementi inediti per riflettere sul futuro del MoVimento 5Stelle.

In particolare, piuttosto che concentrarci sui risvolti giudiziari della questione, sposterei l’attenzione sulle possibili conseguenze del (lento) processo di istituzionalizzazione intrapreso dal partito di Grillo.

Benché i 5Stelle continuino imperterriti a definirsi “nonpartito”, sono oramai lontani gli anni dei primi “VDay”, ovvero quello stato originario nel quale il MoVimento si proponeva come (nuova) forza extraparlamentare, come collettore anti?politico della disparata galassia della c.d Società civile.

Presentandosi in tutte le tornate elettorali, conquistando diverse giunte locali e rivestendo alcuni importanti incarichi istituzionali, il MoVimento si è fatto perciò definitivamente partito. Da questa prospettiva il caso di Quarto dovrebbe assumere una dimensione diversa, certamente problematica, ma che nulla ha a che fare con l’isteria collettiva della purezza un tanto al chilo.

Quello che sta accadendo, al contrario, è frutto di un processo fisiologico, direi quasi incidentale ad ogni forza politica che si assuma qualsiasi responsabilità di governo. Le infiltrazioni malavitose, così come i tentativi di pressione (e di influenza) da parte di non meglio specificati gruppi di potere, fanno infatti parte della sfera del rischio calcolato che ogni realtà amministrativa deve attrezzarsi ad affrontare.

Per comprendere meglio il punto di osservazione proposto, facciamo ora un piccolo passo indietro.

Il 17 e 18 ottobre scorsi, il MoVimento ha organizzato a Imola la sua kermesse nazionale. L’obiettivo di “Italia a 5Stelle” era espressamente quello di presentare agli elettori una forza politica matura, capace di comunicare credibilità e competenza attraverso programmi e idee, pronta in sostanza a guidare il paese conquistando il governo nazionale. Successivamente alla battuta d’arresto subita alle elezioni Europee del 2014 e alla non?vittoria delle amministrative dello scorso anno, l’opzione di un 5Stelle “di governo” cresceva di pari passo alle rilevazioni demoscopiche e all’esplosione dell’inchiesta Mafia Capitale. In tal senso, non sono certamente mancati esperti, analisti e osservatori che ne hanno sottolineato il salto di qualità legittimandone le aspirazioni ad una maturazione per così dire governativa.

Non dimentichiamoci che appena qualche settimana fa il blog aveva votato per l’esclusione del nome Beppe Grillo dal simbolo, a detta degli attivisti una chiara indicazione in direzione di un percorso di crescita autonomo e indipendente dal taumaturgo genovese.

In sostanza, sebbene l’esigenza di esser percepito come perennemente outsider, ovvero di differenziarsi dai partiti tradizionali posizionandosi al di fuori del “sistema”, fosse ancora forte, si incominciavano a intravedere spiragli di confronto e compromesso utili a rivendicare agli occhi degli elettori una certa efficacia ed efficenza nel condizionare il Parlamento all’assunzione di determinate politiche.

Per intenderci, la figura istituzionale del leader-non-leader Luigi Di Maio sembrava affermarsi progressivamente a scapito dell’ala populista movimentista impersonificata da Alessandro Di Battista. Se questo non significa affatto che l’aporia “di lotta e di governo” di togliattiana memoria avesse trovato nel MoVimento una risoluzione definitiva (nell’epoca della sfiducia totale verso i poteri costituiti ogni soggetto politico deve infatti dimostrarsi capace di muoversi tra le due dimensioni), dimostra piuttosto quanto la necessità di allargare i consensi abbia spinto i grillini a spostare l’asse verso una dimensione meno radicale, in un certo senso “moderata”, potenzialmente capace di intercettare la volatilità elettorale in uscita dai partiti tradizionali.

Tornando alle violente polemiche di questi giorni, ciò che a mio avviso appare dunque degno di nota è proprio l’effetto rewinding che la vicenda di Quarto sta imprimendo alla tendenza sopra descritta. Il MoVimento 5Stelle, come colpito da una nemesi, sta infatti subendo un vero e proprio assedio a partire dalla questione che gli aveva garantito un successo trasversale tanto rapido e sorprendente: la “questione morale”. Una sorta di perdita della verginità, una violazione della propria purezza.

Il MoVimento ha perciò davanti a sé due strade, due opzioni divergenti dalle quali non può prescindere.

La prima. Abbandonare la politica dei principi e affrontare i principi di realtà. Accettare gli oneri (e le controindicazioni) dell’istituzionalizzazione, ovvero la selezione della classe dirigente, la gestione interna del partito tramite regole chiare e funzionali, dimostrare capacità e effettività amministrativa, misurarsi con il “sangue e merda” di formichiana memoria mostrando anticorpi e barriere efficaci limitare il malaffare e la corruzione, delineare una piattaforma politica chiara, articolata e coerente. Di certo non è una strada facile, richiede spirito di sacrificio, tanto lavoro è una buona dose di umiltà. Ad esempio, in primo luogo, bisognerebbe ammettere senza esitazione che qualcosa non ha funzionato, che le regole interne del MoVimento, fondate su di un’interpretazione ambigua della democrazia diretta, sono forse funzionali a conquistare voti ma certamente non a gestirli e a dargli una missione definita e fattiva.

In secondo luogo andrebbe risolto il nodo della guida del MoVimento, sia abbandonando l’iper-collettivismo infantile dell’uno vale uno, quanto opponendo a Grillo una leadership “reale”, regolata e dunque contendibile.

Non si tratta di diventare “normali”, come gli altri, ma di migliorarsi, correggersi e appunto crescere. Viceversa, esattamente come sta accadendo in queste ore, si può decidere di intraprendere la via più sicura, più breve, quella senza alcun dubbio (almeno per ora) meno dolorosa.

Si posso evocare complotti, interpretare intercettazioni, attaccare la Magistratura, rilanciare contando gli indagati altrui rifugiandosi nel sottobosco delle illazioni e del fango. I processi di espulsione possono andare avanti all’infinito, gli unti possono essere emarginati mentre gli untori si lavano le mani dai fallimenti locali. Perché intraprendere una scelta difficile,complessa e dolorosa non piace a nessuno, ma spesso si rileva poi quella giusta.

Chissà, magari un giorno si accorgeranno che semplicemente riconoscendo i propri errori e i propri limiti, semplicemente non alimentando ancora di più il circuito mediatico giudiziario avrebbero davvero potuto dimostrarsi diversi da tutti gli altri.

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