whatever it takes

by il nostro inviato a Perugia

L’intervista a D’Alema (vedi post precedente) è stata al centro del dibattito – e dei conciliaboli – nella riunione della minoranza Pd a Perugia. E non a caso: era pensata proprio per premere su di essa e spingerla ad un atteggiamento più aggressivo contro Renzi. Un invito a svegliarsi, insomma.

Infatti, l’idea dell’ex premier è che occorra fare tutto ciò che è necessario (whatever it takes direbbe Draghi) per scalzare o indebolire Renzi prima del congresso del Pd previsto per l’anno prossimo. Se il segretario del Pd dovesse arrivare a quell’appuntamento con alcuni successi (elezioni amministrative, referendum costituzionale) e l’economia in crescita sarebbe impossibile buttarlo giù. Tanto più con un candidato che D’Alema considera debole come Speranza.

Per cui occorre lavorare perché perda le elezioni e il referendum. Oltre che trovare una personalità più carismatica del giovane ex presidente del gruppo parlamentare alla Camera. E anche a rischio di mettersi con un piede fuori del partito, purché si riesca a fare passare l’idea che la responsabilità di un’eventuale scissione è del segretario, che ha cambiato natura al partito emarginando i padri fondatori (ma Veltroni si è subito chiamato fuori da questo tentativo di coinvolgimento).

Se queste erano le intenzioni, i risultati sono stati modesti. Quelli disposti a seguire D’Alema su questa strada non sono molti. Per diversi motivi: l’avversione degli iscritti ed elettori a manovre di divisione difficili da fare ricadere su Renzi, la volontà di molti di mantenere un profilo di minoranza costiituzionale, che si batte per il ricambio ma rispetta le regole, la preoccupazione per una rottura che impedirebbe un compromesso sulla composizione delle future liste per un Parlamento che avrà un terzo dei posti in meno, l’avversione dei giovani ad un ritorno in campo della generazione che sta uscendo di scena. Senza contare che per ricomporre il centrosinistra – e perchè no la fallimentare Unione del 2006? – come dice D’Alema, occorrerebbe cambiare la legge elettorale (premio alla coalizione e non alla lista).

Ma se Bersani, Epifani, Cuperlo & C. sono divisi sulla strategia e la leadership, non intendono mostrarlo, per cui è facile prevedere per il futuro un’oscillazione tra aggressività e correttezza, e comportamenti da partito nel partito, che minaccia di fare cadere il Governo se non ottiene una qualche mediazione, come quella sulla elezione del futuro senato, che dia all’opinione pubblica la sensazione che la minoranza esiste e serve a qualcosa.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *