le elezioni e poi

by Amicus Plato

(questo è un post lungo, adatto solo a chi ha pazienza)

Ogni voto amministrativo fa storia a sé nelle singole città, altrimenti non si capirebbe perché Sala ha vinto e Fassino no. Rimane il fatto che si possono trarre indicazioni generali, salvo errori e smentite successive.

La prima riguarda l’evoluzione del sistema politico: si conferma la novità del sistema tripolare nato nelle elezioni politiche del 2013. Con un’ ulteriore novità: nei ballottaggi gli elettori del cdx votano per i 5 stelle; in parte, ma solo in parte, avviene il contrario. La caratteristica dei sistemi tripolari tradizionali era la incompatibilità tra destra e sinistra agli estremi dell’arena politica, il che dava una posizione di rendita alla forza che si poneva al centro. Ora avviene invece che le estreme si uniscono contro chi governa; la distinzione tra destra e sinistra diventa meno dirimente rispetto a quella tra basso e alto, popolo e elìte; la preoccupazione per la governabilità meno decisiva rispetto alla voglia di contestazione della classe dirigente e di rinnovamento.

E’ uno sviluppo interessante e anche preoccupante: si ripeterà in un’eventuale elezione politica?

E veniamo alle diverse forze politiche.

I cinque stelle vincono a Roma e Torino. Nella capitale era difficile aspettarsi qualcosa di diverso, anche se  la dimensione della vittoria al ballottaggio è sorprendente: nella sostanza la gran parte degli elettori del cdx ha riversato i suoi voti sulla Raggi. Lo stesso avviene a Torino dove invece era legittimo aspettarsi un risultato diverso. Tra le ragioni del successo metterei: il profilo rassicurante e di governo delle candidate (Grillo con le sue urla è rimasto ai margini), il vantaggio competitivo in questo momento insuperabile sui temi dell’onestà e della diversità rispetto a tutte le forze politiche; l’insistenza sui temi delle diseguaglianze e del disagio delle periferie rispetto alla retorica della crescita. Sala a Milano sembra avere combinato felicemente i due temi, a differenza di Fassino. A Roma, il tema delle Olimpiadi non ha scaldato i cuori rispetto alla conquista di una normalità (traffico, nettezza urbana, ecc.).

Su molti punti le candidate che hanno vinto sono state generiche, e questo è un problema per loro, perché la stessa distinzione tra destra e sinistra, meno dirimente rispetto al passato, non è scomparsa e si riproporrà di fronte a scelte significative. E’ vero, i cittadini votano e i turisti no,  ma con la decrescita non c’è spazio neanche per la normalità o per la ricucitura.

Il cdx ha risultati contraddittori e nel complesso non positivi: malgrado l’improbabile alleanza  milanese fosse estesa da Alfano a Salvini, Parisi ottiene un buon risultato ma non vince. A Roma il cdx si divide, a Torino si riduce a portatore d’acqua per  la vittoria della Appendino, a Napoli perde il ballottaggio. In alcuni capoluoghi, dalla Liguria alla Romagna ottiene buoni risultati, talvolta vince; che una candidata leghista ottenga il 45% nel ballottaggio di  Bologna è comunque un risultato da non sottovalutare. In alcuni comuni Fi quasi scompare.

Il problema del profilo politico dell’alleanza – tra il radicalismo  antieuropeo di Salvini e il moderatismo filo popolari europei dell’entourage di Berlusconi (Letta, Confalonieri, ecc. )  – rimane irrisolto. Berlusconi per ora ha ricompattato l’alleanza mobilitandola nella caccia a Renzi – un po’ come faceva il centrosinistra contro di lui – gli riuscirà in futuro? A me sembra che la sua  strategia, rischiosa ma non insensata, sia organizzata in due step: dapprima battere Renzi nel referendum costituzionale, e poi, di fronte all’inevitabile sbandamento del Pd, proporre il cdx come unico argine ai 5 stelle. Che D’Alema lo aiuti in questo è la prova che anche menti intelligenti possono essere offuscate dal risentimento.

E veniamo al PD. E’ vero, nelle elezioni di mezzo termine quasi sempre chi governa perde, ma questa non può essere una giustificazione. Le ragioni della sconfitta del Pd, con le dovute eccezioni naturalmente,  sono a  mio parere speculari a quelle della vittoria dei 5 stelle: il Pd non è al momento competitivo sul tema della moralità politica, per effetto degli scandali che lo hanno toccato (Roma , in particolare) e neanche su quello della vita interna: i conflitti, le divisioni talvolta sanguinose, anche se spesso frutto di una coraggiosa scelta democratica (quella delle primarie per intendersi) sconcertano l’opinione pubblica più delle procedure un po’ oscure della democrazia interna dei grillini.

La combinazione tra le motivazioni ideali e quelle basate sugli interessi elettorali appare troppo squilibrata sulle seconde. Anche per gli obblighi connessi con il governo, il PD di Renzi, affermatosi alle elezioni europee come agente di rinnovamento, rischia di apparire come rappresentante dell’establishment in un momento di crisi di credibilità e legittimazione delle èlite politiche ed economiche che tocca l’Europa e perfino gli USA. Significativo, a questo proposito, l’errore di sottovalutazione sulla crisi delle banche che ha fatto apparire il governo e il partito come più sensibili alla stabilità delle banche – nella vulgata populista al salvataggio dei banchieri – che alla tutela del risparmio.

Per il PD è difficile porsi sul crinale del rinnovamento e al tempo stesso su quello della governabilità, criticare la politica europea e al tempo stesso trattare, come è necessario, con Merkel e Juncker. Renzi si è proposto all’inizio come il leader coraggioso capace di modernizzare il paese (dalle istituzioni all’economia) contro gli interessi costituiti, suscitando varie opposizioni che ora gli dànno la caccia. Ma non si tratta solo di reazioni conservatrici, ci sono anche altri segnali: il prevalere del tema della contestazione delle classi dirigenti su quello della modernizzazione, della equità sulla crescita, della democrazia sulla decisione. Sempre che, naturalmente, si possa dare alle elezioni amministrative un significato così generale. Ma certo la riflessione si impone. E eventualmente una ricalibratura della strategia e del modo di proporla: dico una ricalibratura non una sovversione perché modernizzazione, crescita e decisione sono necessarie.

La minoranza del PD non ha aiutato. Una parte almeno di essa dà l’impressione di puntare alla sconfitta del Governo e anche la parte più responsabile cerca di schiacciare Renzi su una dialettica in gran parte superata, legata alla fase in cui era chiaro che la sinistra fosse di per sé progresso e innovazione, mai conservazione. In questo modo propone una linea tutta difensiva (dalla Costituzione all’articolo 18) che non coglie i modi nuovi in cui i trade-off tra efficienza e equità, democrazia e decisione  si pongono oggi.

Insomma, Renzi e il Pd devono raccogliere il messaggio che viene dagli elettori ma senza rinunciare all’innovazione. Galli della loggia ha citato Roosevelt, il  suo “populismo democratico”, la capacità di mobilitare la nazione su un progetto di crescita e di equità. Sapendo però che molti strumenti sono oggi indisponibili per l’eredità del passato, ovvero dipendono da un nuovo orientamento dell’Europa.

Il partito è un problema irrisolto. Forse Renzi ha pensato che sarebbero bastati i successi del Governo, molti quadri intermedi si sono nascosti dietro di lui convinti che toccasse a lui prendere i voti mentre loro potevano continuare tranquillamente nel loro traffici per le cariche e le candidature. L’idea di dividere presidenza del Consiglio e  segreteria del partito appare un modo surretizio per indebolire Renzi e scomporre la maggioranza interna che lo sostiene. Il problema non è avere il tempo per dedicarsi al partito, ma interrogarsi su problemi di fondo, quali l’insediamento sociale del partito, la competizione per le cariche e le candidature, il rapporto tra passione militante e arrivismo politico, la povertà del dibattito  e della elaborazione, il rapporto tra partito e amministrazioni, il finanziamento. Problemi che non nascono certo con Renzi.

Nell’epoca della crisi delle elite, rinasce il mito antico della democrazia di cui i 5 stelle si fanno interpreti: che non è solo quello della scelta degli eletti, ma quello della possibilità per chiunque di governare. E’ questo che talvolta dà forza ai candidati grillini: le candidate dei cinque stelle a Roma e Torino si sono presentate così, come persone del popolo che vanno al governo – ricordate la stagione della “società civile”?  Si tratta in gran parte di un’illusione, perché, come ha scritto Bernard Manin, ogni forma democratica è un misto di democrazia e oligarchia, la democrazia diretta integra solo quella delegata e una certa dose di professionismo politico è inevitabile, come i grillini impareranno presto, ma sta di fatto che è un’esigenza diffusa che se non soddisfatta, la storia insegna, può facilmente e rapidamente tramutarsi in sostegno al populismo autoritario. Che non è quello di Renzi, ma sempre di destra, sovversione delle classi dirigenti, direbbe Gramsci.

Un’ultima riflessione riguarda i possibili scenari futuri. Se Renzi e il Pd perdono il referendum costituzionale si va alla crisi di governo. Elezioni subito sono improbabili, perché al momento attuale Camera e Senato – che rimarrebbe in vita –  hanno leggi diverse. Più probabile un governo a termine – tecnico o istituzionale o anche con l’attuale maggioranza ma con un nuovo Presidente del Consiglio  – per correggere la legge elettorale, forse per dare il premio di maggioranza alle coalizioni, come vogliono Forza Italia e la minoranza PD. Poi, elezioni che, a mio parere, si risolverebbero in una competizione tra cdx

e cinque stelle. E che Dio ce la mandi buona!

One thought on “le elezioni e poi

  1. valeria mancinelli

    Condivido tutto…..in modo particolare le riflessioni sul partito

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