italicum, si cambia

by il nostro corrispondente dal Transatlantico

Come si era capito dalla sua relazione all’ultima direzione del Pd, Renzi la legge elettorale la vuole cambiare sul serio; anche a prescindere dall’accordo con la minoranza del suo partito.

Gli arrivano molte pressioni in questo senso, a cominciare da Napolitano, dagli ambienti economici e finanziari e dai partiti europei.

Il vero motivo di queste pressioni non è l’argomento del rischio che  con l’Italicum la legittimazione del vincitore potrebbe essere debole: questo argomento trascura il fatto che con il ballottaggio l’elettore vota due volte, la prima per la rappresentatività, la seconda per il governo, e il secondo voto legittima il vincitore tanto quanto il primo.

Il vero motivo è che con l’Italicum potrebbe vincere il Movimento 5 stelle: non è un caso che le obiezioni al ballottaggio siano venute alla luce dopo le elezioni di Roma e Torino, quando si è visto che molti elettori del centrodestra sono pronti a votare per i candidati di Grillo nel secondo turno; prima si parlava solo di preferenze, collegi e premio di maggioranza.

Non si teme solo l’instabilità che potrebbe nascere dalla vittoria del No al referendum, ma quella che si avrebbe per tutto il 2017, fino alle elezioni politiche, in presenza di una legge in vigore che potrebbe dare la vittoria ai Cinque stelle. E’ chiaro infatti che dopo Brexit un evento del genere potrebbe portare alla crisi della moneta unica e  della stessa Unione Europea, così come nel caso di vittoria della Le Pen in Francia.

Renzi sarebbe forse disposto a correre il rischio, convinto che le elezioni politiche sono ben diverse da quelle amministrative, ma non molti lo seguirebbero.

Le possibili modifiche alla legge elettorale di cui si parla si concentrano quindi sul punto del ballottaggio, o per eliminarlo o per depotenziarlo. Quella più probabile in questo momento propone un turno unico e un premio di maggioranza consistente, ma tale per cui la lista o la coalizione vincente ottiene la maggioranza assoluta dei seggi solo se ottiene almeno il 36% dei voti; una soglia che si ritiene il M5S non sia in grado di raggiungere.

Naturalmente, con una legge del genere potrebbe accadere che il vincitore delle elezioni non ha la maggioranza assoluta dei seggi, come invece garantisce il ballottaggio dell’Italicum. Sarebbe allora necessaria una “grande coalizione” tra centrosinistra e centrodestra (modello Germania), ovvero una scissione del centrodestra, una parte del quale parteciperebbe al governo. E’ il disegno di Verdini al quadrato a ben vedere, per cui è paradossale che la minoranza Pd si dia da fare per ottenere su scala più ampia quello che rimprovera a Renzi di fare su scala ridotta.

Ma se le cose stanno così, perché la minoranza Pd insiste sul No al referendum?

Presi in mezzo tra Renzi che propone un accordo sulla legge elettorale (e, come ho detto, ha interesse a farlo perfino a prescindere dall’esito del referendum) e D’Alema e Zagrebelsky, che sono per il No senza se e senza ma, con Cuperlo che intelligentemente si smarca pronto a prendersi il merito di una modifica della legge elettorale, Bersani e Speranza non sanno più che pesci prendere.

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