indietro tutta?

by Amicus Plato

Il dibattito sul referendum costituzionale si incardina su due punti: uno è la valutazione della riforma nel merito; l’altro attiene alle conseguenze della vittoria di una o l’altra delle due posizioni sulla situazione politica ed economica.

Sul primo punto la mia valutazione è che la riforma sia buona: mette fine al bicameralismo paritario e riordina il rapporto tra Stato e regioni. Sul secondo si discute molto tra chi sostiene il Governo e chi lo osteggia. Un punto però sta emergendo: la vittoria del NO metterebbe probabilmente fine ad un lungo dibattito sul riformismo istituzionale, nel senso di un riitorno alla prima Repubblica. Sempre più in questi giorni si sente affermare – da avversari del SI’ e da commentatori – che la conseguenza sarebbe non solo il mantenimento del bicameralismo paritario ma anche il ritorno alla legge elettorale proporzionale; l’hanno già proposto sia Grillo che Berlusconi. E bicameralismo e proporzionale sono stati appunto due pillastri dell’assetto istituzionale della Prima Repubblica.

La nascita del movimento delle riforme si può datare al 1991, quando Mario Segni promosse il referendum sulla preferenza unica, che passò con larghissima maggioranza. Di per sè il quesito referendario toccava un punto non decisivo, ma l’intenzione dei proponenti e gli sviluppi successivi erano di più ampia portata: si trattava di cambiare la costituzione materiale del paese, che aveva provocato instabilità dei governi, frammentazione politica, ingovernabilità della finanza pubblica: l’anno dopo sarebbe scoppiata la crisi finanziaria che insieme alle inchieste di Tangentopoli avrebbe travolto il sistema politico di allora. Della costituzione materiale facevano appunto parte la legge elettorale proporzionale e il bicameralismo paritario.

Da allora si fece strada – sia a sinistra che a destra – la convinzione che occorresse una riforma incisiva che toccasse sia la Costitiuzione che la legge elettorale – nella foto la prima pagina della Stampa il giorno dopo il secondo referendum elettorale, quello del 1993 che abrogò la legge elettorale proporzionale – con l’obiettivo di fare dell’Italia, come si espresse il D’Alema di allora che era a favore delle riforme, un paese normale. Per normale si intendeva somigliante ai nostri partner europei: governi stabili e perciò più autorevoli, procedure parlamentari più rapide e trasparenti, minore invadenza dei partiti e delle corporazioni, migliore controllo della finanza pubblica. L’Europa e le sue istiituzioni erano un punto di riferimento per la grande maggioranza degli italiani che a suo tempo condivisero l’adesione alla moneta unica.

Quando si dice che Renzi non ha una strategia si dice una cosa infondata: in realtà Renzi è stato meno innovatore di quanto si pensi, perchè non ha fatto che confermare e rilanciare l’obiettivo. La sua polemica verso la vecchia guardia è stata appunto questa: io riuscirò dove voi avete fallito. E in effetti le riforme che ha promosso sono coerenti col progetto di allora che, per le divisioni tra le forze politiche e la sovrapposizione tra lotta politica per il governo e discussione sulle riforme, si è arenato più volte.

Ma molte cose sono cambiate soprattutto negli ultimi anni: l’Europa non è più il saldo punto di riferimento che era, perché non appare in grado di contrapporre ai risorgenti nazionalismi una forte leadership sovranazionale, la stessa moneta unica viene vista da molti come una palla al piede che impedisce una politica di sviluppo e accentua le diseguaglianze. Hanno preso campo forze politiche e movimenti insensibili al tema delle riforme, convinti che la risposta sia semplicemente sostituire chi governa con altri più vicini al popolo e più onesti: cioè se stessi.

Un punto per me importante è che del progetto riformista faceva parte la riforma dei partiti, che doveva riaprire i canali delle partecipazione democratica  ostruiti dalla loro crisi: un obiettivo mancato.

Per tutti questi motivi il progetto riformista deve essere perlomeno aggiornato e poi rilanciato in modo tale da suscitare rinnovato entusiasmo. Ma il ritorno alla prima Repubblica no, sarebbe un disastro! Chi lo persegue ha in mente che in Italia il Governo debba essere debole: così lo vollero i costituenti perché non sapevano chi avrebbe vinto le elezioni del 1948 e nel clima di allora non si fidavano l’uno dell’altro, così lo vuole chi preferisce  avere un potere di interdizione e di contrattazione piuttosto che avere un governo in grado di governare e di farsi ascoltare a livello internazionale.

 

Nota: per costituzione materiale intendo l’insieme delle norme, costituzionali e ordinarie, delle consuetudini e delle prassi che determinano il funzionamento del sistema politico-istituzionale.

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