fuori lui o fuori noi

by Amicus Plato

La scissione del PD è avvenuta lo scorso anno, nel momento in cui la minoranza ha deciso di fare campagna sul referendum contro la posizione del partito e del Governo. Una decisione inaudita, poi coronata col brindisi del 5 dicembre.

In quel momento D’Alema, Bersani e gli altri hanno deciso che avrebbero fatto qualsiasi cosa  per liquidare Renzi, anche a costo di dividere il PD. Al di là delle diverse e spesso contraddittorie mosse tattiche, la loro strategia può essere sintetizzata così: fuori lui o fuori noi.

Ora è chiaro che non c’era soluzione, perchè se anche il segretario del Pd avesse accettato di spostare il congresso in autunno – come chiedono i suoi avversari per cercare di scomporre la maggioranza che lo sostiene nel partito – otto mesi di dibattito che sfiancherebbero un paese già stufo si svolgerebbero sotto la minaccia della scissione e se Renzi vincesse la minoranza se ne andrebbe lo stesso. Insomma, i tempi del congresso erano solo un pretesto.

Un po’ di memoria storica aiuta: è la stessa tattica usata da quelli che lasciarono il PDS al momento della nascita per fondare il Partito della Rifondazione comunista: allungare i tempi – addirittura due congressi in un anno – per occupare la scena e preparare meglio la scissione.

La causa della separazione non sta dunque nei tempi del congresso, e neanche nelle diversità politiche che possono convivere, ma in un conflitto sulla concezione stessa del partito. Per D’Alema e i suoi, Renzi è un usurpatore, che sta liquidando l’identità del PD, di cui arbitrariamente si sentono depositari e difensori. D’Alema ha sempre concepito il PD, dopo averne a lungo avversato la nascita, come un’estensione dei DS: così come aveva avversato l’Ulivo, che si raccoglieva intorno a un leader che non proveniva dalla sinistra, allo stesso modo odia (politicamente, si intende) Renzi che va oltre le tradizioni che hanno fondato il partito.

Inoltre, la concezione del partito di D’Alema, questa condivisa anche da diversi ex DC, è quella di un’associazione oligarchica, in cui un consesso di capi si rinnova per cooptazione e ruota nei posti di potere – Governo, partito, magari UE – a seconda dei rapporti di forza e degli esiti congressuali. Il PD è nato con uno statuto diverso, basato sulla contendibilità di una leadership monocratica. Perfino Letta, che si è comportato con molta dignità pur avendo un torto da lamentare, condivide questa concezione tipica della DC: nel momento in cui assegna a Renzi le maggiori responsabilità della scissione lascia intendere che compito del segretario è tutelare il gruppo dirigente, mediando e spartendo il potere (il caminetto tanto odiato da Renzi).

Il PD ha dieci anni ma fino alla vittoria di Renzi è stato un’aggregazione di gruppi dirigenti ex-DC ed ex PCI coinvolti in un patto di autotutela.  La scissione è il contraccolpo al tentativo di farne un partito che vada oltre i vecchi confini. Tentativo difficile che Renzi ha condotto con coraggio ma anche con stile egocentrico e sbrigativo. La direzione di marcia è giusta, indietro non si torna, ma gli errori vanno corretti, pena il fallimento.

5 thoughts on “fuori lui o fuori noi

  1. Astolfi Andrea

    Sarebbe bene che i tre candidati Emiliano, Orlando e Renzi, facessero precedere il loro programma da una dichiarazione che si esprima con semplicità e nettezza sulla questione che tu poni. Vogliono andare oltre i vecchi confini? se si in quale direzione?

  2. Enrico Turchetti

    Per usare le tue parole: Renzi non è un usurpatore, ma, a mio parere, sta liquidando il PD: lo ha fatto sulle tematiche della scuola, del lavoro e non solo. Non ho capito il senso delle sue dimissioni, visto che si vuole ricandidare: ha pensato cioè a se stesso senza considerare le conseguenze delle sue azioni. Avrei preferito che tenesse fede alle sue parole quando ci ha riempito la testa di affermazioni legate al fatto che avrebbe terminato la sua vita politica se avesse perso il referendum. Ma, ancora una volta, ha mentito e ha pensato a sé.
    Se avesse pensato al partito e al paese si sarebbe fatto da parte con la consapevolezza di essere un elemento di divisione e non di sintesi.
    Detto questo io, al posto di Bersani e Speranza e Rossi, non sarei uscito, (di D’Alema che pure ho stimato non ho più voglia di sentir parlare) avrei scelto un unico candidato (Orlando?) e avrei cercato di vincere la conta e spostare la linea politica del PD nel tentativo di recuperare un elettorato che “naturalmente” appartiene al PD, ma che in questi anni, a causa delle politiche intraprese, si è allontanato.

  3. Enrico Turchetti

    Dimenticavo un particolare: cosa c’entra il congresso con le elezioni che Renzi fortemente vuole al più presto? Ancora un passaggio da grande leader politico che pensa agli interessi del paese!!

  4. Quello che ho cercato di dire è che le ragioni profonde della scissione stanno nella novità del PD, che non sono state inventate da Renzi.
    La prima è la convinzione, basta tornare alla discussione del 2007, che non sia più possibile attestarsi sull’ elettorato naturale, perché questo, nel mondo di oggi, condanna alla minorità (vedi elezioni del 2013). Né è possibile, sarebbe troppo facile, semplicemente estenderlo.
    Il programma di riforme che oggi è necessario richiede un consenso che non solo va oltre quello tradizionale ma rimescola le carte e comporta anche dei rischi, perché resistenze conservatrici sono annidate anche tra i nostri elettori.
    Un’ innovazione simile è necessaria per quanto riguarda la forma del partito, perché la cosiddetta sintesi, mito del passato, ha coperto la gestione oligarchica e paralizzante dei capicorrente e dei notabili. Anch’ essa una palla al piede per le riforme.
    Vocazione maggioritaria significa appunto la costruzione di un nuovo consenso che va oltre le appartenenze tradizionali, e leadership contendibile vuole dire un segretario con una forte legittimazione popolare con i necessari contrappesi.
    Renzi ha impersonato queste novità.
    Non ho dubbi che abbia commesso errori, ma una cosa è dire questo o criticare ambizioni e narcisismi che ci sono sempre, specie tra i leader, altra cosa è andare al nocciolo politico della questione.
    Che consiste nelle seguenti domande: quelle novità erano sbagliate o magari erano giuste in un contesto che ora è mutato? Oppure erano e rimangono giuste ma ci sono stati degli errori di direzione? Che cosa va corretto?
    E’ curioso che coloro che più criticano l’egocentrismo di Renzi finiscono per concentrare la loro attenzione sulla sua personalità: se ne deve andare perché divide. Ma la causa della divisione è sempre politica: il congresso serve ad affrontarla.

  5. di sicuro serve al paese che il Pd faccia al più presto un congresso, in modo da essere pronto per qualsiasi evenienza

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