politica e giustizia

by Amicus Plato

A partire dagli anni Novanta, gli anni delle inchieste di Mani pulite, l’equilibrio tra politica e magistratura è mutato: la politica si è indebolita e il potere della magistratura è aumentato.

Non solo per le inchieste: i partiti hanno perso radicamento e in magistratura è venuta alla ribalta una nuova leva, più politicizzata.

L’equilibrio tra politica e giudici è molto delicato: il primato della politica, dovuto al principio della sovranità popolare, trova un limite nell’indipendenza della magistratura, ma se, come accadde in quegli anni, il vertice del sistema politico (Craxi, Andreotti, Forlani) e un terzo del Parlamento sono messi sotto inchiesta, di fatto si ha una modifica degli equilibri costituzionali.

D’altra parte, il sistema era inquinato, il finanziamento illecito molto diffuso, l’azione dei giudici perciò era in gran parte legittima e al tempo stesso eversiva, perché alcuni di loro non nascondevano di volere “rivoltare l’Italia come un calzino”: si proponevano cioè un obiettivo politico che andava oltre i loro doveri.

Il conflitto di potere fu vinto dai magistrati, perché ebbero l’appoggio della grande maggioranza del popolo e dei media: questi ultimi collaborarono sia per seguire il sentimento dei lettori, sia per deviare dai proprietari dei giornali  – impresa e finanza coinvolti nel malcostume – l’ira popolare.

Il popolo è colpevolista, si sa, e sottovaluta problemi apparentemente astratti, come l’equilibrio dei poteri: se si votasse su questo i magistrati vincerebbero largamente, dando luogo a un vulnus alla democrazia ben più grande dell’innocua riforma del Senato che è stata bocciata il 4 dicembre.

Una volta modificato l’equilibrio, non si torna indietro, e indietro non si è tornati.

Ciò è dipeso in buona misura dalla comparsa sulla scena politica di Berlusconi, che aveva molti scheletri nell’armadio e offriva ai magistrati molte occasioni per le loro inchieste. La sua comparsa era stata proprio l’effetto imprevisto e non voluto di Mani pulite: i giudici, che pensavano di avere risanato la politica, si trovarono di fronte un avversario che ai loro occhi appariva perfino più pericoloso di quelli che c’erano prima, per cui rilanciarono la loro azione. Ebbero l’appoggio della sinistra che non riuscì mai, nel conflitto con il Cavaliere, a  distinguere tra  politica e giustizia, non riuscì a comprendere le ragioni politiche dei suoi successi e preferì considerarlo un corpo estraneo da espellere ad ogni costo e al più presto. Anche in questo caso l’azione dei magistrati aveva le sue giustificazioni, e anche l’appoggio da parte della sinistra aveva le sue, visti i tentativi di Berlusconi di modificare le leggi per evitare i processi. Sta di fatto che la vicenda ebbe come conseguenza l’aggravamento dello squilibrio dei poteri.

Che, anche dopo l’eclisse di Berlusconi, viene tenuto in piedi e giustificato con affermazioni tipo che “oggi c’è più corruzione che ai tempi di Tangentopoli”. Il che non è vero in via di fatto: allora c’era un vero e proprio sistema di finanziamento illecito che faceva capo ai partiti, oggi il fenomeno è cambiato, si è fatto molecolare, implica soprattutto le seconde file dei faccendieri, dei burocrati e dei millantatori. Molti processi a politici in vista si chiudono con un nulla di fatto (Penati, Errani). Se si guarda alle Marche, sono decenni che non c’è una condanna di un politico di un qualche peso, e il principale processo in corso, quello relativo a Banca Marche, riguarda amministratori, dirigenti e imprenditori.

Lo squilibrio dei poteri ha avuto altre conseguenze negative: ha accentuato lo spirito di corpo dei magistrati, che ormai contrastano ogni misura, anche quelle che riguardano le loro ferie o l’età di pensionamento, con l’argomento della minaccia alla loro indipendenza, lasciando intendere, con l’appoggio della stampa fiancheggiatrice, che essa sarebbe motivata dalla volontà dei politici di fermare le inchieste a loro carico.

Ha favorito la formazione di una legislazione, motivata dalla prevenzione della corruzione, che ha moltiplicato controlli e procedure riducendo l’efficienza dell’amministrazione e al tempo stesso aumentando il potere e i timori della burocrazia; in contrasto con i tentativi di semplificazione e d’incremento della produttività.

Ha provocato anche un’invadenza crescente delle magistrature amministrative e contabili, ulteriore fonte di incertezza e di complicazioni.

Anche le modifiche al diritto penale – si pensi alle fattispecie di reato del voto di scambio e del traffico d’influenze – pesano sull’autonomia dei politici: non c’è politico, anche il più onesto, che possa evitare un’indagine sul traffico d’ influenze. Un’indagine, beninteso, non una condanna, ma, com’ è noto, spesso basta un’indagine, con i conseguenti titoli a sei colonne frutto di indiscrezioni filtrate dalle procure, per distruggere una reputazione.

Ha favorito la crescita del Movimento 5 stelle basata sulla parola d’ordine dell’onestà: una parola d’ordine che mette il Movimento nelle mani dei magistrati, come mostrano le vicende romane; un futuro governo dei 5 stelle sarebbe di fatto dipendente dai giudici e dai tecnici, chiamati a supplire la mancanza di esperienza.

La mia non è una difesa della politica così com’ è, voglio piuttosto sottolineare che la corruzione è un guaio altrettanto grave della distorsione nell’equilibrio costituzionale  dei poteri; anche perché l’opinione pubblica è molto sensibile alla prima e molto poco preoccupata della seconda.

Occorrerebbe una lotta su due fronti, quello della corruzione e quello dello strapotere dei magistrati. Ma a condurla dovrebbe essere proprio quella politica che in questo momento è screditata e sotto attacco.

 

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