i professionisti del no

Allora, molti di quelli che durante la campagna del referendum criticavano le riforme costituzionale e elettorale del Governo Renzi ora scoprono che si rischia l’ingovernabilità e accusano Renzi di volere il proporzionale e l’accordo con Forza Italia; ma queste non sono altro che le conseguenze della vittoria del No al referendum, della quale non si può che prendere atto.

Solo con l’Italicum e il relativo ballottaggio e con il superamento del bicameralismo paritario si poteva avere la garanzia di sapere il giorno dopo le elezioni quale governo e quale maggioranza ci sarebbero stati. Con due camere che dànno la fiducia ha poco senso il ballottaggio – due ballottaggi diversi uno per camera? – senza contare che dopo le elezioni di Roma e Torino molti, quasi tutti per la verità, si sono spaventati e il ballottaggio l’hanno archiviato.

Il PD ha provato a proporre un sistema maggioritario ma la maggioranza per votarlo non c’è; sembrava che gli scissionisti del Pd lo volessero, sperando di vincere con un ‘alleanza proprio con il partito che hanno appena abbandonato. Macché, ci ha pensato al solito D’Alema con una durissima intervista al Corriere  a chiudere ogni possibilità (con Renzi mai, ha detto).

La legge elettorale che sta emergendo da un accordo tra le maggiori forze (un’ampia intesa sollecitata da Mattarella) è un proporzionale corretto con soglia di sbarramento al 5%. La soglia ha un relativo effetto maggioritario e di semplificazione. La questione delle liste è risolta con una combinazione tra collegi uninominali (il PD avrà il coraggio di fare le primarie per i candidati?) e liste corte bloccate con i nomi dei candidati sulla lista; in modo che gli elettori sappiano per chi votano.

Niente di entusiasmante, ma la soluzione possibile nelle condizioni date.

In realtà, sembra che il dibattito sulle legge dipenda dalla presumibile data del voto; come dire che gli avversari dell’accordo vorrebbero una legge in extremis prima della scadenza naturale della legislatura. Ma perchè?

Che cosa cambia se si vota a ottobre invece che a marzo? In mezzo c’è la legge di bilancio, con impegni difficili. Si teme l’instabilità, ma quella c’è già ed è la conseguenza del referendum: i capitali stanno già uscendo dall’Italia in previsione del voto. Sarebbe meglio una legge fatta da un governo in uscita o una fatta da un governo all’inizio di una nuova legislatura? Oddio, si dice, si andrebbe all’esercizio provvisorio di bilancio. Ma questo, nel caso, vorrebbe dire solo che per alcuni mesi, massimo tre, si potrebbe spendere solo sulla base del bilancio dell’anno prima. Niente di sconvolgente se c’è un governo in sella.

Ma ci sarà? Si andrà a un governo PD-Forza Italia o magari Cinque stelle-Lega? Affrontare questo rischio è inevitabile, farlo prima o dopo è discutibile ma non giustifica il conflitto in atto e la minaccia della minoranza del Pd di non votare la legge in parlamento (ci risiamo!), anche se questa è stata votata dalla grande maggioranza della direzione del Pd, eletta in un congresso solo un mese fa.

Quello che conta è il risultato elettorale: tanto migliore sarà e tanto meno sarà condizionante l’eventuale accordo con Forza Italia, se sarà necessario e se gli elettori lo renderanno inevitabile.

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