di lotta e/o di governo

by Amicus Plato

Titolo del Corrierone: “Napolitano accusa”.  Sottotitolo:  “M5 stelle bendati in piazza”. Come dire: tutti contro la legge elettorale. Ma che c’entra? Napolitano la legge l’ha votata; ha criticato, con la pignoleria di un ex presidente della Camera, il voto di fiducia:  “era meglio”, dice, “metterla su singoli articoli e non sull’intero testo”; invece Grillo e Di Maio accusano la maggioranza nientemeno che di fascismo. E perchè sarebbe fascista? Perché la legge è parzialmente maggioritaria – un terzo di collegi uninominali – e siccome loro temono di non avere buoni candidati nei collegi e non si vogliono coalizzare, prevedono di avere un po’ di eletti in meno.

Al tempo stesso, il Corrierone – Paolo Franchi ieri – critica la legge perchè non garantisce una maggioranza, ma nessuna legge può farlo essendo caduto il ballottaggio per effetto del referendum dello scorso dicembre, quando vinse il NO anche per l’atteggiamento pilatesco del Corriere. Si poteva fare una legge più maggioritaria, tipo il Mattarellum (due terzi di collegi uninominali)? Il Pd lo propose, ma non c’era maggioranza per approvarla.  E ve le immaginate le reazioni di Grillo se non gli va bene nemmeno la legge approvata oggi?

E che dire del Mdp, che addirittura abbandona la maggioranza, di cui ha fatto parte solo pro forma visto che votava spesso contro il Governo, e va a lamentarsi da Mattarella? Non gli va bene l’impossibilità del voto disgiunto tra collegi uninominali e liste: eppure anche questo è un meccanismo che dà qualche garanzia in più di avere una maggioranza dopo le elezioni, perchè impone una coerenza tra voto per i collegi uninominali e voto nelle liste proporzionali. Siccome sono piccoli e non si vogliono alleare, vorrebbero il proporzionale puro, loro che si batterono anni fa per il maggioritario perfino con un referendum.

Insomma, c’è molta ipocrisia in giro e si sparano esagerazioni per confondere gli elettori. Ma perchè anche il Corrierone si è messo su questa strada? Il giornale dell’establishment ha iniziato lo scorso anno una campagna contro Renzi, che in questi giorni è diventata manifesta quando il Pd ha avuto l’impudenza di criticare la Banca d’ Italia in una mozione parlamentare. Si sono sprecato gli interventi di alcune delle migliori firme – le altre hanno taciuto  – ma fateci caso, nessuno che abbia criticato il merito della mozione, vale a dire l’inadeguatezza dell’azione di vigilanza della banca centrale: tutti a strapparsi le vesti per l’intervento “irrituale”, “maldestro”, o definito un “autogol”. Si è arrivati a scrivere che la mozione era irricevibile perchè interferiva con la commissione d’inchiesta che ha iniziato da pochi giorni i suoi lavori. Ma il Corrierone aveva criticato anche l’istituzione della commissione, con il solito argomento che inoculava sfiducia nei risparmiatori e turbava i mercati.

Diciamo la verità: se Renzi è stato “maleducato”, come spesso gli accade e talvolta è necessario, Gentiloni è stato troppo passivo: a lui spetta il potere di proposta per il nuovo governatore e avrebbe dovuto usarlo per convincere Visco a fare un passo indietro. Invece è rimasto ingabbiato dal partito dell’establishment, che ha i suoi punti di riferimento nei grandi giornali, a Francoforte e a Bruxelles; e che fa leva sulla preoccupazione del Presidente della Repubblica per la stabilità.

Il Pd si trova tra questi due poli: la prudenza del Capo del Governo e l’aggressività del suo segretario. Più in generale oscilla tra due strategie: contrapporsi al populismo in nome della stabilità e dell’Europa, come vorrebbe il partito dell’estabilshment che punta su Gentiloni, o riconoscere la fondatezza dell’insoddisfazione popolare che lo alimenta per dare risposte democratiche ma non eversive, come cerca di fare Renzi?

I due dovrebbero agire sinergicamente, come si dice,  muoversi divisi per colpire uniti. Per ora, si sono limitati a non litigare, il che è molto, ma non abbastanza. Tra i due è possibile che finiremo per ritrovarci… Berlusconi.

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