fuori lui e dentro io

by Amicus Plato

Credevo che D’Alema avesse deciso di tenere un profilo basso per non oscurare Grasso, ma la tentazione di riprendere la ribalta, di fronte alle incertezze del nuovo leader. deve essere stata troppo forte. Così ha dato una lunga intervista al Corriere per dettare la linea. Propone un armistizio al PD ma poi ne dice di tutti colori a Renzi (disastroso, superficiale, arrogante). Come si concilia l’armistizio con l’attacco personale? E’ chiaro, cerca di mettere il PD e i suoi elettori contro il suo segretario. Tant’è che non dice una parola su Gentiloni e gli altri che insieme a Renzi hanno governato e condiviso le scelte.

L’ho già scritto, D’Alema non è mai uscito veramente dal PD, non è riuscito a fare fuori Renzi stando dentro e ora ci prova stando fuori per riprendersi il partito.

Ma l’interesse dell’intervista sta nella prospettiva del dopo elezioni. Siccome è probabile che non ci sarà maggioranza, D’Alema propone un “governo del presidente”: la grande coalizione di tipo tedesco sarebbe disastrosa, dice, ci vuole un “governo di vari partiti”, ma quali? Anche un governo del genere avrebbe bisogno di una maggioranza parlamentare. D’Alema considera la Lega fascista, è più tenero verso i Cinque stelle (non sanno governare), quindi immagina un governo votato dal PD, senza Renzi va da sè, da Liberi e uguali e da Grillo, oppure da Berlusconi (tutti e due sembra davvero difficile).

Si rende conto che questa proposta rischia di essere indigesta anche ai suoi e quindi dice che LEU porrebbe delle condizioni irrinunciabili. per partecipare. Non dice quali, salvo “un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori”. Nientemeno! Sembra la replica della nuova riforma costituzionale da fare in sei mesi dopo la vittoria del NO al referendum, ricordate?

Nella situazione difficile e frammentata che si prospetta dopo le elezioni – e che, si dimentica di dire, è proprio il frutto della vittoria del NO e della sciagurata scissione del PD per le quali ha alacremente lavorato – si propone come stratega e demiurgo. Fuori Renzi e dentro io, è la sintesi della sua proposta.

Alcuni criticano Renzi per avere rottamato D’Alema. In realtà, il dramma è che non c’è riuscito.

7 thoughts on “fuori lui e dentro io

  1. gianfranco iacobone

    L’analisi è perfetta, e ben riassunta nell’ultima riga.
    Circolano già, tra ex “compagni”, battute divertite sulla rinascita di Berlusconi, che sarebbe colpa di Renzi e dell’attuale PD. La memoria è corta e la buona fede è poca, per cui sarà difficile trovare la pazienza di spiegare, a quelli che lo vogliono sentire, che Berlusconi è rinato vincendo il referendum. Il quale in un colpo solo ha indebolito Renzi e cancellato una ipotesi di legge a doppio turno, con la quale Berlusconi sarebbe stato irrilevante. Ma chi ha aiutato (in modo direi determinante) Berlusconi a vincere il referendum? Questa storia andrà pur scritta bene, prima o poi.

    • Francesco Durantini

      Chi ha aiutato Berlusconi a vincere al referendum? Semplice : Renzi.
      Quando ha fatto saltare il patto del Nazzareno, solo perchè gli era giunta all’orecchio la notizia che D’Alema stava mettendo lo zampino sul nome del prossimo presidente della repubblica. D’alema e Berlusconi si stavano trovando d’accordo su Amato (qualcosa da dire su Amato?). A quell’intrigante della Di Girolamo a cena da Berlusconi con il marito del PD, le viene la luceferina idea di telefonare a D’Alema e di farlo parlare con Berlusconi. Fine delle trasmissioni e della speranza di riformare questo paese.

      • Berlusconi ruppe il patto e il governo quando fu escluso dal Parlamento. Ma il punto è: la riforma della Costituzione era cosa buona o no? Se la risposta è positiva allora che senso ha prendersela con Renzi che l’ha voluta e assolvere Berlsuconi, che prima l’ha condivisa e poi l’ha avversata per motivi politici di parte o personali? Compreso eventualmente il risentimento per l’elezione di Mattarella (qualcosa da dire su Mattarella?)

  2. Stefano Perilli

    Ricordo un antico (in termini di era politica) commento che AP mi permise di pubblicare su questo spazio, una mia lettera aperta dove, a fine 2010, chiedevo a D’Alema di non assassinare il nuovo partito nella sua culla, flirtando come era solito fare con il centrodestra e dimenticando la missione per cui fu fondato il Pd: quella di rendere la Sinistra italiana autonoma da qualsiasi tabú ed in grado di governare da sola, in alternanza con una Destra moderata e, anch’essa, moderna. Ma tant’è, senza uno straccio di autocritica per quel che fu, nel 21esimo secolo D’Alema si erge a difensore di una ortodossia di Sinistra (?!) i cui criteri però mi sfuggono, basti già guardare le alleanze per le regionali, da cui emerge chiara la volontà (legittima, ma lo si dica esplicitamente), di usare LeU come un ariete ed assediare il segretario del Pd attaccandolo da fuori, essendo fallita la scalata dall’interno. Ciò detto, la riflessione sulle alleanze del dopo 4 marzo andrebbe fatta con onestà da tutti, Renzi compreso e, forse, aiuterebbe a ridurre tutto questo astio reciproco che abbonda a Sinistra, tanta fatica sprecata ed ulteriore depauperamento di credibilità, esattamente ciò che non ci serve. Chiudo segnalando che una riforma costituzionale mal costruita politicamente e, sopratutto, scritta coi piedi (rileggiamoci, ogni tanto, quella chicca dell’ art.70) non può essere l’argomento che giustifica l’incapacità dei governi a guida Pd di fare l’unica riforma che, dalla mancata elezione di Prodi al Quirinale e dall’impossibilità per il Pd di formare un governo coerente con il mandato elettorale, giustificava il non ritorno alle urne: una Legge elettorale che mettesse d’accordo Consulta e governabilità.

    • caro stefano, grazie per il commento, ma la conclusione si basa su un equivoco, peraltro molto diffuso: la Consulta non ha bocciato l’Italicum, se non su due aspetti marginali, le pluricandidatura troppo estese e la mancanza di un limite minimo di voti per accedere al ballottaggio. Il motivo per cui l’Italicum è stato abbandonato non risiede quindi nella pronuncia della Consulta, che poteva essere accolta con facili modifiche, ma nel fatto che con il bicameralismo paritario confermato dal referendum si sarebbero dovuti fare due ballottaggi con esiti possibilmente diversi, ovvero farne uno solo con garanzia di maggioranza per una sola camera. Aggiungo che l’esito dei ballottaggi nelle comunali di Roma e Torino aveva spaventato molti.

  3. Caro AP, probabilmente non mi sono espresso chiaramente: la bocciatura della Consulta di cui parli (quella sull’Italicum) è di molto successiva ad una scelta, per me nefasta, portata avanti prima da Letta e poi da Renzi di optare per un governo di legislatura in alleanza con il centrodestra, rinnegando la campagna elettorale di “Italia Bene Comune” che si fondava proprio sull’alternanza con il centrodestra e provava a ricucire a sinistra, prendendo le distanze dall’esperienza del governo Monti che già aveva eroso tanto consenso al PD e dato l’abbrivio al M5S. Appena fu chiaro che l’esito elettorale non dava al centrosinistra la maggioranza al Senato, ricordo che la prima ipotesi che iniziò a circolare (non solo da parte di Bersani, ma anche da Letta e da altri esponenti del PD e del resto della coalizione), fu un governo di scopo per varare la Legge di stabilità e correggere la Legge elettorale (che non era l’Italicum, ma il Porcellum) su cui si temeva a breve una pronuncia di illegittimità della Consulta, cosa che infatti avvenne, se non erro, a fine 2013. Ricordo infatti che allora, sia la coalizione del centrosinistra che il PdL, erano comunque orientati verso il mantenimento di una Legge maggioritaria, per cui il percorso verso l’eliminazione delle condizioni di illegittimità (prima fra tutte la lista bloccata) probabilmente sarebbe stato un obiettivo alla portata di un governo tecnico di dodici mesi, ma la scelta fu diversa, ed è lì, in quel passaggio cruciale tra marzo ed aprile del 2013 che risiedono le responsabilità della situazione attuale, altro che addossare la colpa al voto negativo sul referendum…

    • il “governo di scopo” durò lo spazio di un mattino e fu ridicolizzato dai Cinque stelle che avrebbero dovuto appoggiarlo. La grande coalizione fu l’unica soluzione possibile alla situazione creata dalle elezioni ed ebbe come obiettivo principale, fortemente richiesto da Napolitano dopo la sua rielezione e condiviso dalla forze politiche (compreso Bersani), le riforme istituzionali (legge elettorale e seconda parte della Costituzione). Francamente mi sfugge perchè una nuova legge elettorale senza liste bloccate e premio di maggioranza (contenuti nel Porcellum) avrebbe dato esiti diversi in nuove elezioni a breve.

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