come fare le liste

by Amicus Plato

Soliti litigi sulla formazione delle liste. Niente di nuovo. I giornali, invece di informare e spiegare, cercano il folklore. Ma come si fanno le liste, e quali sono i metodi migliori?

Un primo metodo è quello che potremmo chiamare “americano”: si fanno le primarie per accedere alla candidatura nei collegi uninominali. E’ il metodo più partecipato, ma non è senza inconvenienti: vincono spesso i più noti e soprattutto gli incumbent, cioè gli uscenti, o chi ha più soldi da spendere. Ma c’è un altro aspetto problematico: gli eletti rispondono soprattutto ai loro elettori di collegio e sono molto indipendenti nel loro comportamento nel Congresso; questo comporta che è sempre difficile formare maggioranze sui diversi temi; lo stesso Presidente, che è eletto indipendentemente dal Congresso, deve continuamente negoziare col Congresso o coi singoli parlamentari. Chi ha visto House of cards sa di cosa parlo.

C’è poi il metodo Berlusconi, ma non solo suo: lui ha messo nello statuto di Forza Italia che decide lui, o meglio un triumvirato nominato da lui. Se si aggiunge che è il capo riconosciuto anche se mai eletto del suo partito e anche il principale finanziatore, si capisce perché il suo potere sulle liste sia assoluto, al punto da poterci mettere anche la sua igienista. Ciò gli garantisce la fedeltà di gruppi parlamentari, ma non del tutto: a volte alcuni se ne vanno, come ha fatto Alfano.

C’è poi il metodo del Pd e di molti altri partiti, del passato e del presente: decidono organismi di partito eletti dal Congresso, salvo consultazione degli iscritti o, nei casi di elezioni apicali (sindaci, presidenti di regione) elezioni primarie. Ma fare le liste è molto complicato: tra posti nelle liste proporzionali, collegi sicuri o non sicuri, limiti ai mandati (15 anni nel PD), garanzie di elezione per i massimi dirigenti, esigenze territoriali e di corrente, quote di genere, va a finire che la composizione viene affidata al leader o a organi ristretti che poi presentano la proposta in Direzione; se il leader ha una maggioranza, come di solito ha, la sua proposta passa. E questo gli dà naturalmente un grande potere. Gli esclusi protestano, i giornali parlano di “resa dei conti”. Molto spesso a sproposito: Calenda, che non è iscritto al PD, protesta perché sono esclusi Manconi o Realacci, ma il primo è entrato in Parlamento nel 1994, il secondo nel 2001.

C’è infine il metodo Cinque stelle, che è il più opaco: si consultano gli iscritti via rete, ma nessuno sa come si ammettono o escludono i candidati alla consultazione, quanti voti hanno avuto, come si è decisa la composizione delle liste o l’assegnazione dei collegi. Si capisce solo che l’ultima parola ce l’ha il capo politico (Di Maio) con la supervisione del “garante” (Grillo).

Il grande potere dei leader viene presentato come l’occasione per beneficiare gli amici e punire i nemici. Talvolta è così, ma in gioco c’è una questione molto più importante: nessun leader e nessun partito può governare o semplicemente fare politica se non lo seguono i gruppi parlamentari; è questo che spinge i leader a cercare candidati fedeli o perlomeno leali.

Come si garantiscono una partecipazione alla scelta e nel contempo una coerenza di comportamenti nelle aule parlamentari, senza della quale è impossibile assumere impegni o semplicemente rivolgersi agli elettori in modo credibile? Si possono disincentivare i passaggi da un gruppo ad un altro, come fa il nuovo regolamento del Senato; non si può invece istituire il vincolo di mandato vietato dalla Costituzione per tutelare l’autonomia del parlamentare, che, dice la Carta, rappresenta l’intera nazione; tantomeno vincolare con un contratto e pene pecuniarie (ovviamente illegali) i parlamentari, come fanno i Cinque stelle.

Non c’è altra strada che uno statuto democratico dei partiti (i partiti hanno un ruolo riconosciuto dalla Costituzione a condizione che agiscano con metodo democratico), per cui le candidature sono scelte con la più ampia partecipazione e nel contempo i parlamentari si autodisciplinano e accettano le decisioni che a maggioranza i gruppi parlamentari assumono.

Se invece, come hanno fatto Bersani e altri, votano in modo contrario alle decisioni dei gruppi, fanno campagna contro il loro stesso partito e poi se ne vanno, la democrazia rappresentativa non funziona. A prescindere dalle opinioni di merito. E fermo restando che è loro diritto farlo.

Insomma, non è giusto chiedere fedeltà al leader, è invece giusto chiedere lealtà alle regole, quelle costituzionali e quelle statutarie che liberamente si accettano quando si aderisce a un partito o a un gruppo parlamentare.

E’ l’unica strada per combinare autonomia degli eletti e coerenza di indirizzi e comportamenti. Senza la prima non c’è democrazia rappresentativa ma dittatura dei leader, senza la seconda c’è il caos.

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