i gatti non sono gatti

Da “Concupiscenze librarie” di Giorgio Manganelli, ed. Adelphi

 

Mi pare del tutto evidente che i gatti, intesi come felini da studiare in laboratori di naturalisti, non esistono. I gatti non sono gatti, sono miniaturizzate figure mitologiche che entrano nelle nostre case,  affollano le strade, a Roma alloggiano nelle rovine, affollano i vicoli della città vecchia. Già questo amore dei luoghi intimi o antichi, cioè dei luoghi più sottilmente umani, non può non insospettire.  i gatti amano insieme la mollezza e la selvatica grazia dei luoghi affranti dal tempo; praticano i vizi colti della gola e del sonno, ma insieme sono eremitici, forastici, diffidenti, taciturni.

L’uso che l’uomo fa del gatto è del tutto fantastico, e insieme devoto. Chi ha gatti cade in una forma di gattodipendenza che non conosce disintossicazione. L’uomo avverte la qualità mitica del gatto e a questa oscuramente si rivolge, e ubbidisce alla qualità nobile, araldica di quest’essere dai grandi occhi fondi e senza sorriso.

Ma il rapporto è misteriosamente binario: il gatto a sua volta sviluppa un atteggiamento che mescola assurdamente uno stile di possesso e riti di sudditanza; ma la signoria è meramente recitata, accade per disposizione dell’essere umano, non è imposta; e la sudditanza è un gioco infantile o forse un gesto di mera cortesia.

Forse i gatti credono di essere umani: poichè è chiaro che l’uomo aspira a farsi gatto si ha uno scambio di ruoli; e non è impossibile  che gatti e uomini siano ciascuno la mitologia dell’altro.

 

 

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