i consigli di catia per natale

by Catia Ventura
(libreria Iobook, Senigallia)
natale
Dicembre, fine anno e Natale. Bilanci, auguri di buona vita e regali, tanti libri. Un occhio a quanto di buono prodotto durante l’anno e un altro alle vetrine, piene di edizioni natalizie, best sellers e attesi “ritorni”.
Una buona selezione di quanto uscito durante il 2009 e che vale la pena di sfogliare, per poi scegliere, l’ha fatta, anche per noi, come tutti gli anni un’ottima e nota trasmissione radiofonica su radiotre. Una selezione mensile ad opera degli ascoltatori ci propone dodici titoli che concorrono al libro dell’anno.
La casa editrice Fandango è presente con due titoli: Guerra alla tristezza! di Edoardo Albinati e Come ho perso la guerra di Filippo Bologna. Una raccolta di racconti, per Albinati, brevi o brevissimi: sessanta e tutti inediti, anche se composti a partire dagli anni’ 80 fino a oggi. Un lungo laboratorio ventennale. Il secondo è il romanzo di esordio di Filippo Bologna. Storia, in parte autobiografica, ambientata in un paese della provincia toscana dove il tempo sembra scorrere più lento, quando si presenta un avido imprenditore di acque, con il progetto di un enorme impianto termale. ” ‘Come ho perso la guerra’ ci racconta la storia irresistibile di due gemelli e del loro cane iracondo, di una donna che non ci crede, di come si fa a mangiare il fagiano e dell’ultima possibile Resistenza” (E. Nesi)

Gaetano Cappelli, con La vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo (Marsilio), ci racconta di Dario Villalta e delle sue due grandi passioni: le vedove e i maestri del Rinascimento. Uno dei suoi primi romanzi, Parenti Lontani, pubblicato nel 2000 e riedito recentemente sempre da Marsilio, ha vinto il premio John Fante 2008, decretando il successo di uno scrittore ormai di culto tra i giovani lettori italiani. Gaetano Cappelli, nato e cresciuto a Potenza, ha visto aumentare la sua popolarità in maniera esponenziale negli ultimi anni, in particolare dopo la pubblicazione del romanzo Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo, un lavoro per cui la critica è arrivata a definirlo il Philip Roth italiano.

Dopo il libro di Saviano, Napoli è più che mai al centro dell’attenzione, anche della narrativa. Una continua emergenza di cui Francesco Durante, caporedattore del Corriere del Mezzogiorno, parla nel suo Scuorno (vergogna) edito da Mondadori. Racconti brevi che vogliono raccontare di come la colpa è non solo dei cittadini napoletani ma anche di una classe dirigente inadeguata.
Racconti di periferia metropolitana, anche nel libro di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene (Einaudi). Ambientati a Cortesforza alle porte di Milano, le storie hanno al centro problemi quotidiani: la crisi economica, la perdita del lavoro, non riuscire più a pagare il mutuo, case pignorate, matrimoni che vanno in pezzi ecc. “C’è un sapore amaro che potrebbe ricordare le vicende metropolitane di cinquant’anni fa raccontate da Calvino nella serie di Marcovaldo”.

Due titoli anche per un’altra casa editrici “minore”, la Minumum Fax: Peppe Fiore, La futura classe dirigente e Giuseppe Genna con Italia de profundis. Il primo romanzo di Peppe Fiore descrive l’universo dei neolaureati che si affacciano nel mondo del lavoro, con le loro ansie, le loro aspettative, le loro difficoltà. “La futura classe dirigente rappresenta il rito di passaggio all’età adulta del giovane medio nella cultura occidentale. Un rito che prevede la perdita dell’ingenuità e dei sogni, se si vuole sopravvivere, e l’acquisizione della consapevolezza che tutto è molto più semplice di come appare se ci si lascia cullare dall’onda della vita. Salvo ritrovarsi a invecchiare immersi nel rimpianto”.
Giuseppe Genna è tra i pochi scrittori italiani celebrati anche all’estero, col suo Italia De Profundis “Giuseppe Genna porta agli estremi l’operazione chirurgica su se stesso e il Paese in cui viviamo. Si formano sotto i nostri occhi episodi di un’autobiografia impazzita, rivelazioni plausibilmente autentiche di quanto il personaggio «Giuseppe Genna» ha vissuto: il drammatico ritrovamento del cadavere del padre, in un’atmosfera lynchiana, una tardiva autoiniziazione all’eroina, l’esplosione dell’iracondia in una forma che guarda alla scrittura di Burroughs e l’intervento attivo e criminale nell’eutanasia di un caso simile a quello di Piergiorgio Welby”. (mf)

Francesco Forlani nel suo Autoreverse (L’ancora del Mediterraneo) cerca la voce di Cesare Pavese nella stanza d’albergo in cui si è suicidato.
Valentina Fortichiari, invece, con Lezioni di nuoto. Colette e Bertrand, estate 1920 (Guanda) descrive l’estate del 1920 trascorsa dalla scrittrice Colette nella sua casa in Bretagna. “Come ho raccontato nella Nota al testo – scrive l’autrice – mi colpì la notizia delle lezioni di nuoto che Colette impartiva al figliastro. Cominciai a vederle (sono stata agonista ed istruttrice). Poi, un’estate, passai l’agosto a nuotare in quella baia ed a osservare le maree, il mare, la casa bretone, gli animali. Insomma volevo capire con tutti i sensi colori, odori, suoni, impressioni. L’acqua come metafora di iniziazione alla fisicità del nuoto e dell’amore. Era questo aspetto che volevo raccontare.” Una nota a margine.
Valentina Fortichiari ha svolto attività agonistica come nuotatrice e ha scritto un manuale sul nuoto Nuotare tutti subito e bene (Tea 2007).

Nicola Lagioia parla della spietata adolescenza nella Bari anni Ottanta in Riportando tutto a casa (Einaudi). Esce a cinque anni di distanza da “Occidente per principianti”. Nel nuovo libro Lagioia racconta la storia di un’amicizia tra tre ragazzi, ambientata nella Bari degli anni Ottanta. Perché ha scelto di mettere al centro del libro gli anni Ottanta? “Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di un sisma invisibile – dice l’autore in una intervista – l’origine o l’ultima decisiva concausa del disastro (politico, civile, esistenziale, identitario) che oggi è sotto gli occhi di tutti. E lì che si è consumata l’ennesima mutazione antropologica degli italiani, quando, immerso in un’atmosfera di gaia idiozia, un intero Paese ha svenduto ciò che restava della propria anima”.

Il corpo odiato (Mondadori) di Nicola Lecca, scritto in forma di diario; diviso in 12 capitoli che di mese in mese coprono un anno, è sesto libro di Nicola Lecca (Cagliari, 1976) “Questo romanzo è il diario preciso, metodico e implacabile di una guerra […] attraverso pagine scritte con strenua onestà […] partecipiamo a momenti di cupo scoraggiamento, di rabbia e persino di disgusto, ma anche a attimi di gioia pura […] notti proibite e sconvolgenti […] Attenzione, però: non è la lotta contro il pregiudizio degli altri […] è la lotta che ciascuno di noi sperimenta contro si sé, quando non è in grado di accettarsi davvero“.

Una grande storia d’amore raccontata dai confini della morte, quella di Franco Stelzer in Matematici nel sole (Il Maestrale). Un romanzo senza reticenze sulla crudeltà e lo splendore dell’esistenza umana.
Una segnalazione anche per Gaetano Savatteri, I ragazzi di Regalpetra (Rizzoli). Savatteri nato a Milano nel 1964, da genitori di Racalmuto, a dodici anni è tornato, con la famiglia, in Sicilia, proprio a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Negli anni Settanta e Ottanta, a Racalmuto, sono cresciuti insieme ragazzi che, come l’autore, hanno dato vita a un piccolo giornale (“Malgrado tutto”), divenuto una palestra di impegno civile, anche grazie agli articoli di Sciascia, Bufalino, Camilleri, Consolo. Questo libro è un serrato faccia a faccia tra Savatteri e Maurizio Di Gati e gli altri ex picciotti che, reduci da lutti e latitanze, adesso hanno deciso di collaborare con la giustizia. “Non un libro sulla mafia, ma sulle scelte che si consumano quando ciascuno attraversa la sua personale “linea d’ombra”. Una lente applicata a un microcosmo per capire come e perché si imbocca la strada della violenza, del delitto, della mafia”.

Nella selezione del 2009, molte anche le “conferme” accompagnate anche da successi di vendita. E allora Ascanio Celestini con Lotta di classe (Einaudi) Erri De Luca con Il giorno prima della felicità (Feltrinelli) e Anilda Ibrahimi (Autrice di Rosso come una sposa) con il suo nuovo romanzo L’amore e gli stracci del tempo (Einaudi) che ci parla ancora dei Balcani.

Un veloce elenco: Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca (Fazi); Filippo Timi, Peggio che diventare famoso (Garzanti); Margaret Mazzantini, Venuto al mondo (Mondadori); Michela Murgia, Accabadora (Einaudi); Mercè Rodoreda, La piazza del diamante (La Nuova frontiera); l’antagonista di Scarpa nello Strega di quest’anno Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani); e ancora il ritorno di Domenico Starnone, Spavento (Einaudi) e due autrici che abbiamo già conosciuto ad ottobre: Chiara Valerio, La gioia piccola di esser quasi salvi (Nottetempo) e Susanna Bissoli, Caterina sulla soglia (Terre di Mezzo).

Non possiamo non parlare di Wu Ming con Altai (Einaudi) in libreria a dicembre quindici anni dopo l’epilogo di Q (il romanzo di esordio del gruppo di scrittori). Siamo quindi a Venezia nel 1569 nel momento in cui si sente un forte boato e la notte si illumina come se fosse giorno. I Wu Ming scrivono sul loro sito che quest’ultima fatica letteraria è stata davvero impegnativa. Non volevano (e non potevano) scrivere un seguito di Q e quindi un Q2, perché non sarebbero mai riusciti a fingere di essere quelli di oltre dieci anni prima. Il nuovo romanzo si muove entro le stesse coordinate spazio-temporali, riprende alcuni personaggi, ma è nuovo e indipendente dall’opera di esordio del collettivo.

Tra i ritorni “natalizi” meritano una citazione e non solo per i dati di vendita:
Fabio Volo con Il tempo che vorrei (Mondadori), Isabel Allende che non tradisce le sue tante lettrici con L’isola sotto il mare (Feltrinelli), ancora il delizioso Scintille (Feltrinelli) di Gad Lerner e il divertente Pane e tempesta (Feltrinelli) di Stefano Benni. Anche Ildefonso Falcones, celebrato dalla sua Cattedrale del mare è in vetrina con un nuovo romanzo La mano di Fatima, travagliata storia d’amore nella Spagna delle violente guerre civili di fine ‘500.

La celebrazione natalizia di Stieg Larsson (la trilogia di Millennium) è avvenuta con un bel cofanetto che raccoglie e suoi tre romanzi postumi.

Dicembre ha visto anche altre due uscite che non possono passare inosservate Cormac McCarthy con Sutree e Paul Auster con Uomo al buio (entrambi Einaudi).

Voglio chiudere, perdonate il campanilismo, con un autore senigalliese Daniele Garbuglia, Musica leggera(Casagrande Editore). Di lui ha scritto Alfredo Ronci sul sito Il paradiso degli orchi: “Alla mia domanda su cosa pensasse dell’incredibile tesi di Antonio Scurati a proposito della narrativa contemporanea che non sarebbe tale perché priva della tenaglia della drammaturgia e delle esperienze di guerra, Garbuglia aveva risposto molto intelligentemente: Cosa c’è di bellico in un tipo che una mattina si sveglia e si ritrova scarafaggio? O ancora: è così importante la cornice bellica in un racconto come Una questione privata di Fenoglio? O ancora più paradossale: come spieghiamo l’opera di uno scrittore come Robert Walser? Non so… Qui c’è poi l’idea centrale della fine dell’inesperienza che, da scrittore, mi lascia perplesso e, detta da un altro scrittore, mi sorprende. Per dirla con il fotografo Luigi Ghirri, se non crediamo che “nulla di antico sia sotto il sole”, com’è pensabile soltanto mettersi a tavolino e scrivere storie? Eppure questo continuiamo a fare, perché è l’esperienza che facciamo del mondo che ci obbliga a proseguire. Di che tipo sia l’esperienza che facciamo, come si traduce in parole, è la sostanza del nostro scrivere. Ma un’altra considerazione mi aveva convinto della validità dello scrittore di Recanati (ricordiamo ai più distratti che noi Orchi avevamo indicato il suo precedente romanzo Home come uno dei più belli di tutto il 2006), e cioè che avesse indicato come padri putativi della sua arte, lui che negli anni ottanta avrebbe potuto subire l’influenza di Tondelli, Antonio Delfini e Silvio D’Arzo. Musica leggera è un c a p o l a v o r o (e lo scrivo con le lettere distanziate in modo da farlo risaltare ancora di più). Garbuglia ha scritto un capolavoro perché s’è tenuto a distanza da simili impostazioni, perché mantiene saldo il legame con la tradizione (anche con la tradizione meno sbandierata nelle pagine culturali dei quotidiani) e perché ha capito che fotografare il mondo non è solo ritrarlo, ma decomporlo”.

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