d.c., ovvero distretto culturale
by Amicus Plato

La Giunta regionale tenta in extremis di recuperare il ritardo, almeno decennale, accumulato nella politica culturale. Dopo l’incontro di Monteconero affidato a Valentina Conti per cercare una nuova idea delle Marche insieme a 100 intellettuali selezionati, ecco il seminario odierno sul “distretto culturale” alla Loggia del Mercanti di Ancona.
Uno entra e vede la sala piena, età media giovane, tutti operatori di enti, associazioni, imprese, uffici cultura degli enti locali. Gli si scalda il cuore, anche se dietro il palco campeggiano su grande schermo le lettere D.C., che significano distretto culturale, ma potrebbero anche significare Democrazia Cristiana.
Ascolta l’assessore Marcolini che con linguaggio appropriato spiega il peso, anche economico, che il settore “creativo” ha nella società odierna e ancora di più avrà in quella futura. Per la verità, la definizione è allargata a fisarmonica a comprendere anche la moda, il design, parte della green economy, la riqualificazione dei centri storici, per cui non è difficile esaltarne l’importanza, ma comunque ha l’impressione che si faccia sul serio quando si propone il settore creativo come la seconda gamba, rispetto a quella manifatturiera, dello sviluppo marchigiano.
Ascolta il Governatore che porta un saluto e lancia l’idea dellle Marche come città della cultura europea nel 2019, ascolta l’esperto venuto dall’Università di Bologna che distrugge il concetto di distretto culturale e lo derubrica a semplice lavoro collegiale tra enti, associazioni e imprese con ruolo “demiurgico” della Regione, lo sente demolire l’dea che l’investimento in cultura abbia grandi effetti moltiplicativi in termini di reddito e occupazione, perchè i suoi effetti sono molto indiretti e in gran parte difficilmente valutabili a priori; vede l’assessore Solazzi andarsene per altri impegni e la sala lentamente svuotarsi.
Aspetta inutilmente che qualcuno proponga qualche politica dotata di idee guida, metodologie, risorse; sfoglia la cartellina in cui è riportata la legge sui beni e le attività culturali che assomiglia tanto a quelle di venti anni fa, quando D.C. voleva dire soltanto Democrazia Cristiana e in cui è stato riversato in un articolo l’atto amministrativo sui distretti, in cui è scritto che “l’adesione al distretto è volontaria” (che vorrà dire?).
Ricorda con deferenza il prof. Becattini che ha dedicato la vita a studiare i distretti industriali e non si capaciterebbe che la sua idea (e prima di lui, di Marshall) sia utilizzata così male e strumentalmente (lo riconosce indirettamente anche Marcolini), ricorda i saggi di Florida e di Sacco sulla classe creativa e la città creativa. E si rende conto che non si può improvvisare, che non si recupera un ritardo decennale con iniziative estemporanee e prelettorali. E che se, come dice l’esperto, non è il caso di parlare di “valorizzazione” dei beni culturali, ma casomai di “sfruttamento” (peggio mi sento), siamo molto lontani dal valorizzare il patrimonio costituito da quella sala piena.
C’è molto da fare e questo non è neanche l’inizio.