la città strategica
by A.L.

Chi vuole distrarsi dalla stanca ripetizione dell’esaltazione del “modello marchigiano” – dinamismo economico, equilibrio territoriale, coesione sociale – che è ormai il pensiero unico delle Marche, può leggere il bel libro di Antonio G. Calafati “Economie in cerca di città. La questione urbana in Italia”, ed. Donzelli.
Come si capisce dal titolo, non parla solo delle Marche, ma i suoi argomenti si attagliano perfettamente alla nostra regione, anche perché l’autore insegna da molti anni ad Ancona e si capisce che il territorio marchigiano è sempre sotto i suoi occhi.
Il punto di partenza della sua analisi sta nelle profonde trasformazioni dell’economia e del territorio indotte dapprima dell’industrializzazione e poi dalla globalizzazione. Il vecchio assetto urbano si è dissolto e il processo viene ora accelerato dalla scomposizione del ciclo produttivo prodotta dalle innovazioni tecnologiche e dall’apertura dei mercati. Si sono formate nuove aggregazioni (coalescenza territoriale la chiama Calafati), ad esempio nelle Marche lungo le valli e la costa; sistemi locali che sono città in nuce: svolgono le funzioni delle città ma non lo sono dal punto di vista politico e istituzionale.
L’economia crea nuove città, nel senso che, guidata dalla ricerca di economie esterne all’impresa, produce nuove aggregazioni urbane, ma al tempo stesso è alla ricerca di città, nel senso che le nuove aggregazioni sono spontanee e casuali; ad esse non corrisponde non solo una dimensione politica e istituzionale, che è rimasta insediata nelle circoscrizioni amministrative storiche, ma neanche una dimensione cognitiva e strategica, perché, osserva l’autore, una cosa è l’amministrazione un’altra è il governo: quest’ultimo richiede capacità cognitive e finanziarie per produrre pensiero strategico. Economia e urbanistica devono andare insieme, ed è in fondo questo il fondamento dei nuovi piani strategici delle città, che prendono il posto dei vecchi PRG. Ma la ricerca scientifica e il discorso pubblico non si muovono con la velocità e il coraggio necessari in questa direzione.
Nella politica prevale la difesa statica dell’identità come appartenenza e non come progetto comune. Le circoscrizioni comunali non cambiano; le deleghe alle province, aggiungo io, che per tanti versi potrebbero dare sponda istituzionale alla coalescenza territoriale, non risolvono il problema; così pure le aggregazioni di comuni per la gestione di servizi. Rimangono sempre all’interno dell’amministrazione e non accedono al livello del governo.
Si fa grande uso del concetto di rete, si sono esaltate la copianificazione, le conferenze di servizi, la programmazione negoziata, tutti modi per aggirare il problema di un livello di governo adeguato ai processi di trasformazione, sostituendolo con procedure volontarie e negoziate. Nella speranza che la cooperazione volontaria potesse essere la risposta alle piccole dimensioni degli enti locali e alla mancanza di economie di scala. Con risultati insoddisfacenti.
Si è esaltato il capitale sociale ereditato dal passato come fattore produttivo immateriale e fonte di riduzione dei costi di transazione, non accorgendosi che il vero problema delle nostre città è la loro sottocapitalizzazione, dovuta alla scarsità di investimenti pubblici e privati e alla mancata soluzione del problema della rendita fondiaria.
D’altra parte, nelle Marche non si è forse parlato di “città-regione”, esaltando un policentrismo che finiva per convalidare il localismo dei centri antichi e perdendo di vista che ormai le città erano altre e chiedevano riconoscimento istituzionale e progettualità adeguata alla loro scala?
Il libro di Calafati dice molte più cose di quelle che ho cercato di riassumere, non senza mie sovrapposizioni, in queste righe, e non occorre condividerle tutte per considerarlo un notevole contributo alla demolizione di molti luoghi comuni diffusi nel discorso pubblico e tra i politici e una proposta di ricerca e di elaborazione che sarebbe molto utile seguire nella nostra regione.
sarà interessante leggere il libro che A.L. suggerisce. L’aggiornamento della lettura del territorio adriatico, e marchigiano nella fattispecie, è indispensabile per capire l’evoluzione dei fenomeni urbani: dalla ricerca di Boeri-Basilico, apparsa nella Biennale architettura del 2004, documentata per immagini da Leuca a Venezia, alle pubblicazioni della Facoltà di architettura di Ascoli Piceno, incentrate sui territori a cavallo del Tronto, al programma integrato per la valle del Potenza, si è formata una ricca documentazione a cui Calafati sembra, con questo contributo, dare teorizzazione, metodo e sistematicità.
Sarebbe interessante scoprire se è stato influenzato da Augeè (non-luogo come aspetto qualitativo della coalescenza), dalle provocazioni di Ilardi che all’attenzione alla coalescenza territoriale ha contrapposto quella per i vuoti, urbani e territoriali, e da quale modello politico istituzionale (se ne occupano i comuni? o la provincia , dato che spesso i nuovi aggregati sono “intercomunali”?) per la gestione delle nuove forme urbane e quale politica (spontaneismo? laissez faire? dirigismo?). Ultima annotazione: è auspicabile un confronto ampio e interdisciplinare su questi temi, che coinvolga saperi diversi, un pò come si è tentato di fare con Istao e INU negli ultimi anni, riprendendo il filone di ricerca di Fuà, dell’Issem,dell’istao stessa.
le facoltà di economia e ingegneria (corso di urbanistica)dovrebbero esserne i promotori, per disegnare il nuovo quadro di contesto della nostra regione nel piu ampio ambito adriatico.
Comment by vittorio salmoni
February 14th, 2010 @ 6:30 pm