cicale
by Giovanni Mantovani

E’ un’estate assordata dalle cicale, almeno in campagna. Non se ne ricorda una uguale da anni. Sarà un segno dei tempi? Ed è vero che la cicala vive solo un giorno? E che è così inutile e scialacquona?
C’è molto da imparare, anche qui. La cicala nostrana (Cicada plebeja) ha un ciclo vitale di ben 4 anni, ma canta e vive veramente solo per un mese circa. Quella americana (Cicada septemdecim) ha un ciclo di ben 17 anni.
Dunque, se quest’estate se ne sentono molte, vuol dire che quattro anni fa c’è stata una deposizione di uova eccezionale. Che ne sarà di noi fra quattro anni?
La storia che ci raccontano tanti favolisti, a cominciare da Esopo, sulla cicala e la formica, è, oltre che moralistica (il che è ovvio) anche demagogica e falsa (come quasi tutti i moralismi). In realtà la cicala (maschio; solo lui) canta non per esibizionismo vano, ma per richiamare la femmina e far sentire la sua potenza virile. Ma fa anche altro; bucando delicatamente la scorza degli alberi, ne succhia la linfa. Di questo lavoro approfittano proprio le formiche, che i buchi non li sanno fare, ma rubare la linfa sì. Così, quando vedono che c’è bottino disponibile cacciano via la povera cicala e la spingono a fare altri buchi altrove. Lo ha dimostrato Fabre, un famoso entomologo, ma lo sapeva già Trilussa:
Tutta l’estate la Cecala canta;
ma, quanno sente che je viè l’arsura,
lassa perde la musica e procura
de fa’ un succhiello ar ramo d’una pianta:
e sbucia e scava e trapana e lavora
finché nun vede l’acqua ch’esce fòra.
Ma c’è però chi aspetta er bon momento
pe’ sfruttà tante povere fatiche:
e so’ precisamente le Formiche
che vanno a pizzicalla a tradimento
finché la bestia, mezza stramortita,
se stacca, casca e perde la partita.
Allora c’è l’assarto. Detto fatto
le Formiche cominceno er via-vai:
ma ne la furia c’è chi beve assai,
chi beve poco e chi nun beve affatto.
Nun ce se bada più: chi ariva ariva,
come a la Società Coperativa.
Buttiamola in politica. Non fatico a identificare con la cicala il povero Berlusconi, che, dopo aver fatto buchi dappertutto, deve tappare le falle dell’assalto alla diligenza condotto dai suoi stessi “Bravi” di manzoniana memoria. Per la verità lui non ci rimette di tasca, ma rischia di perdere quello cui tiene di più: la reputazione.
“∆ιδάσκει ἡμᾶς ὁ μῦθος, ὅτι…”, (“la favola ci insegna che…”, dice Esopo) non bisogna credere troppo alle favole e che la prima apparenza spesso è ingannatrice. Ma è possibile che a far cadere il tirannello debbano essere proprio i suoi?