waterfront
by Vittorio Salmoni

C’è una fotografia di inizio secolo del porto di Ancona che descrive perfettamente quale fosse allora il rapporto tra la città e l’acqua:
la linea lunga, compatta, densa delle costruzioni; la banchina ampia pochi metri; una scalea di pochi gradini parallela alla banchina; poi l’acqua.
Questo era il waterfront di Ancona prima della seconda guerra mondiale: un’immagine che rimanda più al seicentesco porto romano di Ripetta, aì mandracchi veneziani dell’Adriatico piuttosto che ad un dinamico porto commerciale quale era, già allora, quello di Ancona.
La città storica e il porto erano parti urbane perfettamente integrate: nella banchina venivano scaricate merci, si poteva passeggiare, da lì ci si poteva addirittura tuffare, con una percezione dell’acqua ogni volta diversa.
Quell’immagine non esiste più, neppure rintracciabile dalle poche vestigia rimaste: le distruzioni del ’43 sono state tali da cancellare quella cortina edilizia alta e densa che faceva da quinta al porto; quasi tutto il quartiere di sottomare è scomparso;tra il mare e la città si è determinata una distanza fisica ampia che ha stravolto definitivamente l’antico rapporto. Nei vuoti bellici sono stati costruiti disordinatamente, nel dopoguerra, edifici fuoriscala, quasi tutti per funzioni militari, che per definizione escludevano spazi all’uso pubblico, con l’effetto micidiale che alla trasformazione morfologica si sono aggiunte anche quelle funzionale e sociale.
Il porto e la città hanno cominciato, da quel momento, a viaggiare su percorsi diversi, sempre più separati, come due parti estranee, spesso in conflitto, dello stesso corpo. Il tessuto urbano alle pendici del Guasco è rimasto irrisolto, ferito, escluso dalla vita cittadina. Il porto, viceversa si è sempre più caratterizzato come un area produttiva, seguendone logiche e leggi, nella più completa autoreferenzialità.
Ricomporre l’arco urbano ai piedi del Guasco e ridefinire (rinegoziare?) il rapporto tra la città e il porto è divenuta una necessità al pari di tante altre città portuali, Genova e Barcellona prime tra tutte. Se ne è fatto carico il piano regolatore portuale all’inizio degli anni 2000, con buone intenzioni, perché prevede le sacrosante demolizioni ed anche le ricostruzioni nei vuoti, ma, purtroppo, anche con proposte di difficile realizzazione, quali la piazza urbana nel molo trapezoidale, e compromessi troppo spinti tra municipalità e autorità portuale per cui irrealizzabili. Molto piu efficaci, ancorchè espresse con buona dose di utopia, le proposte di tre architetti tra i migliori in italia, che hanno messo in luce la necessità di ricostituire la città al margine del porto (Massimo Carmassi); di connettere le vestigia storiche in una “linea della memoria e dell’identità” dall arco clementino allo scalo Da chio (Giancarlo De carlo); di qualificare le nuove funzioni portuali con segni di architettura contemporanea (Francesco Venezia).
Il waterfront portuale si afferma quindi come un tema emergente per Ancona, la cui complessità è acuita dalle recenti direttive europee sulla sicurezza del 2005 e dai programmi, non sempre noti e non sempre coerenti con la pianificazione urbana, varati dall’autorità portuale.
Al di là degli ambiti di competenza amministrativa, si agisce su aree in cui si stratificano storia, quindi tutela e volontà di valorizzazione di un patrimonio notevole e sconosciuto, intricati regimi di proprietà privata, derivati dal mancato esproprio delle aree dopo la ricostruzione e la dislocazione in altro luogo dei volumi, confusione funzionale sugli usi delle nuove costruzioni e nodi viabilistici e infrastrutturali determinanti per la ricucitura di questa parte con il resto del corpo urbano.
Occorre una progettazione attenta, sensibile e di dettaglio che deve essere messa in campo innanzitutto dalla amministrazione comunale, cabina di regia, per molte ragioni, dell’operazione.
Accanto ad essa è necessario il contributo dei privati, alcuni dei quali, meritoriamente, cercano di risolvere il problema delle proprietà, primo presupposto per la riuscita dell’intervento.
Lo sguardo di prospettiva va, comunque, nella direzione indicata da Genova di riannettere il bacino portuale storico nel corpo della città e tornare a guardare il mare come i nostri concittadini di ottanta anni fa.
Mi piacerebbe di più se la progettazione, oltre ad essere “attenta, sensibile e di dettaglio”, fosse una progettazione “integrata”, ossia una “vera” progettazione, capace di non trascurare le relazioni tra i diversi sistemi interessati e la necessità di un apporto multidisciplinare. Purtroppo l’esperienza italiana, al pari di quanto si può riscontrare a livello locale, fa emergere tutti i difetti di una progettazione, che si limita troppo spesso all’opera in sè e per sè, trascurando le relazioni con tutto il resto (dal sociale all’economico, dal tempo libero ai sistemi di trasporto, dalla viabilità all’ambiente, alla cultura ecc.). Conta certamente la “regia” (quanti possono dirsi veramente attrezzati e pronti a svolgere questo lavoro?) ma occorre prendere atto che siamo di fronte ad un ritardo culturale e comunque ad una scarsa “cultura della progettazione”, che riguarda sia il pubblico sia il privato, quando non intervengono motivazioni di tipo speculativo.
Comment by Beato Progettar
July 19th, 2010 @ 9:24 pm
L’estate è il classico periodo vocato a riflessioni di questa natura. Un tempo si facevano sul Carlino. Adesso c’é il Blog di Silvio (meno male che Silvio c’é).
Si cita volentieri Genova e Barcellona. Io insisterei su Barcellona anche per via della Xarxa, l’enello dei parchi (aree protette), del parchissimo di Collserola e del rapporto giustissimo con il mare prodotto da spiagge davvero pubbliche (senza stabilimenti ma con attrezzature).
Parlando di Ancona si dovrebbe ragionare dell’intero semicerchio che va dalla Vela fino al Mandracchio e porta Pia, cercando di dare un senso pubblico al tutto ed una fruizione vera ad un percorso che oggi è possibile soltanto ad alpinisti provetti o ad avventurosi scout. Dal Passetto è possibile raggiungere via mare ma a piedi l’arco di Traiano. Forse. Se si è molto bravi e molto avventurosi. Ma forse anche quello è waterfront.
Dopo di che ci sono le giustissime cose che scrive Vittorio, purtroppo “alte” e colte, ma non per questo meno ragionevoli.
Prima o poi Biekar ci metterà soldi e faccia, e tutto sarà più chiaro. Per ora parliamone.
Comment by mariano guzzini
July 20th, 2010 @ 2:14 pm
Beato progettar, se non fosse strumentale solo agli interessi del progettista, come rischia di essere in questo caso…
Beato sognar.
Ma se non si è ancora riusciti a riaprire/riutilizzare Palazzo degli Anziani!!!
Quello che necessità è una analisi di e su Ancona, proprio come faceva 30 anni fa il Carlino.
Una domanda semplice: la enorme progettazione e costruzione di edilizia privata molto lontano dal Guasco non ha reso ormai irreversibile la desertificazione del centro?
Comment by Antonio Di Stasi
July 20th, 2010 @ 6:35 pm
Ancona è città povera di risorse proprie(con soli 100.000 abitanti il confronto con le metropoli del mare è improponibile),della capacità di attrarne e di una borghesia imprenditoriale degna, più che di idee e a me pare anche di capacità progettuali. Purtroppo nella situazione data, le carenze di leadership politiche fanno il resto.
La situazione e le prospettive del cosiddetto waterfront, che dovrebbe essere progetto centrale dell’Amministrazione comunale (ma non lo è)vanno viste dentro questo contesto. E invece, come recentemente messo in luce in un convegno sul Porto del Circolo Lombardi, alcune cose, lavorando per step, è possibile farle a partire da subito, come la passeggiata lungo le evidenze storico-culturali del porto, la passeggiata Porto-Passetto, l’inizio del collegamento del sentiero fino a Portonovo. Invece di accettare la guerriglia da fango nel ventilatore, i nostri politici e amministratori comincino a fare il fattibile. Servono “colpi d’ala” ma anche buon senso, secchio e cazzuola. Di fronte alle novità, la città ha dimostrato più volte di esserci.
P.S. Un ceto politico più lungimirante avrebbe reagito diversamente alle “sensate provocazioni” di Cino Ricci sul Porto turistico. E’ si velista ma anche persona equilibrata che ha visto un po’ di belle città sul mare. Marina Dorica è un obbrobrio e per sanarne i conti si è pensato di aggiungerne altro. Faccio presente che il Comune fa parte della società e ne esprime la presidenza. Ripensare alla scelta del raddoppio mette insieme il “colpo d’ala”, il buonsenso, il fare (Mascino e la Stamura proposero il Lazzaretto gia 20 anni fa…)
Comment by robi cameli
July 20th, 2010 @ 8:37 pm
Di relazioni tra città e porto ad Ancona si parla dal 1987, quando grazie a Marco Porta i progetti sul tema arrivarono alla Triennale di Architettura di Milano. I temi di allora sono gli stessi di oggi, complicati dal degrado temporale, dalle norme di sicurezza, dal perdurare delle servitù militari e demaniali, dalle scelte (anzi, più spesso dalle non scelte) dell’Autorità Portuale e del Comitato di governo.
L’unica grande conquista recente è stata la riappropriazione della Mole da parte della città. Sembra che sia aperta da sempre, ma la prima mostra al Lazzaretto la organizzammo nel 1993, fino allora si usava solo come arena estiva.
Per il resto si subisce la logica funzionalista e consociativa del fronte del porto, dove meno si cambia meglio è. Del resto nel Comitato Portuale siedono dodici tra rappresentanti di imprenditori e lavoratori portuali, mentre il comune, la provincia e la regione ne esprimono uno a testa.
Secondo il piano regolatore di Ancona i silos sono da demolire fin dagli anni ‘80, sed hic manent optime. Duecentomila TIR passano ogni anno nella strettoia tra Mole e Porta Pia. La crisi economica imporrebbe una riflessione seria anche sulle potenzialità dell’area Fincantieri e del molo nord.
Invece non succedde nulla. Le proposte inattuate del PRUSST sono anche loro del secolo scorso, quelle del piano del porto, sulla carta uno strumento fortemente innovativo, già dimenticate.
Progettar non m’è dolce in questo mare.
Comment by Emilio D'Alessio
July 21st, 2010 @ 12:17 pm