il riformismo impossibile
by Gianluca Busilacchi
La scorsa settimana a Roma è stato presentato il volume “Welfare e promozione delle capacità”, curato da Massimo Paci e Enrico Pugliese per Il Mulino, frutto di un lavoro pluriennale di un gruppo di giovani ricercatori allievi di Massimo Paci, che si sta interrogando da tempo sul nuovo “paradigma” che dovrebbe orientare la riforma del Welfare State, in Italia e in tutta Europa, a partire da analisi empiriche comparate e dai più recenti contributi della teoria sociologica.
Dopo i vari interventi accademici che hanno commentato la parte analitico-descrittiva e metodologica del volume, la discussione è inevitabilmente scivolata sulla parte “prescrittiva”, vale a dire sulle indicazioni che questa ricerca fornisce ai decisori politici.
E qui sono emersi i problemi.
Devo dire, sollevati anche dal sottoscritto, che pur essendo tra i coautori del volumi, trovandomi ora per le cose della vita a leggere queste prescrizioni non più soltanto con gli occhi del ricercatore, noto il rischio di un enorme distacco tra ciò che sarebbe oggettivamente necessario per il Paese e ciò che può essere anche solo proposto, prima che realizzato.
Il volume infatti fornisce una indicazione piuttosto chiara e in linea con gli obiettivi di Lisbona, relativamente al cosiddetto Welfare attivo, cioè a quelle politiche sociali che non consistono in soli trasferimenti monetari, ma anche nel coinvolgimento dei beneficiari in percorsi di occupabilità e formazione: le tradizionali prestazioni sociali di assicurazione pubblica e di assistenza sociale non sono più sufficienti di fronte agli emergenti bisogni della popolazione, specie delle categorie poco protette dallo stato sociale tradizionale, giovani e donne. Oggi sono necessarie nuove misure attive, principalmente nei settori dell’inserimento lavorativo e della conciliazione lavoro-cura. Ma – e questa è la chiara indicazione degli autori – tali misure non dovrebbero sostituire le precedenti, ma aggiungersi ad esse.
Una soluzione che del resto alcuni Paesi europei hanno già messo in campo da circa un decennio.
Purtroppo invece, per chi non lo ha ancora fatto (come l’Italia), una riforma del genere, che implicherebbe un aumento della spesa sociale, si scontra oggidì con un vincolo di finanza pubblica drammaticamente esasperato dalla crisi economica.
E quindi.
Quindi il decisore politico che legge il libro può pensare che le interessanti ricette di politica sociale lì proposte possono solamente sostituire le misure pre-esistenti e non aggiungersi ad esse. Perché le risorse per mantenere l’attuale impianto e costruire qualcosa di nuovo non ci sono.
L’amara domanda che mi pongo è questa. Quale partito è oggi capace di proporre una ricetta (in questo come in altri settori) che renderebbe il nostro paese probabilmente più equo, certamente sul piano generazionale ma anche dal punto di vista categoriale, al prezzo però di scontentare molti gruppi sociali a cui necessariamente dovrebbe essere tolto qualcosa? Probabilmente nessuno. E non per insipienza o incapacità, ma per il semplice fatto che “non esistono riforme indolori: ogni vera riforma mette fine a un privilegio”. Anche quando i privilegi sono solo relativi e non appaiono certamente tali agli occhi di chi li avverte come naturali diritti sociali acquisiti in decenni di giuste battaglie. Ma la cui “resistenza” nella situazione attuale, inevitabilmente mette a repentaglio i diritti di tanti altri che pure scendono in piazza per la loro difesa. In conclusione, inserire nel programma di un partito (specie a sinistra) queste ricette vorrebbe dire certamente proporre qualcosa di serio e chiaro, una scelta probabilmente oggi adeguata ai bisogni del paese. Ma probabilmente vorrebbe dire anche perdere il 5% dei voti, così, di default. E sinceramente, chi se lo può permettere? Il contrario di riformismo non è rivoluzione, ma conservazione. Anche a sinistra.
“Chi pianta alberi sappia che altri ne godranno l’ombra” recita un famoso detto cinese.
Non per questo gli uomini hanno rinunciato a piantare alberi!
Voglio dire che chi ha ambizioni di governare, deve anche avere la forza di prendere ( o proporre se all’opposizione) decisioni impopolari ma necessarie.
Ad esempio in Italia si ha una spesa sociale che è in linea con la media dei paesi europei, ma fortemente squilibrata sulle pensioni (circa 14 punti di Pil).
Ciò non consente di avere fondi per il sostegno alla famiglia, per fra fronte alla non autosufficienza degli anziani, per immaginare un reddito di inserimento per i giovani ecc.
Tra le tante proposte che ho sentito avanzare anche in questi giorni per rilanciare lo sviluppo, vi era quella di inserire un contributo di solidarietà del 1% per i baby-pensionati, ciè coloro che grazie alle leggi previdenziali oscene del passato sono andati in pensione prima dei 60 anni o del raggiungimento dei 40 anni di contributi.
Come ovvio c’è stata subito una levata di scudi dei sindacati (del resto per Cgil e Cisl i pensionati sono la maggioranza degli iscritti…).
E invece secondo me non sarebbe una proposta assurda, purché i soldi così ottenuti servano per investimenti e non per spesa corrente.
Ovviamente ci vogliono governanti credibili per chiedere questo, non certo Berlusconi e Tremonti!
E la politica deve (dovrebbe) dare il buon esempio tagliando sostanzialmente i vitalizi degli ex parlamentari e le spese (anzi gli sprechi) della politica.
Alcuni mesi fa Rutelli propose di reperire i fondi per rinnovare i contratti ai ricercatori che per protesta salivano sui tetti contro il taglio dei fondi operato dal duo Tremonti-Gelmini, tagliando del 10% i rimborsi elettorali ai partiti. Ricordo che la proposta raccolse il si di solo alcune decine di deputati (…).
E’ ovvio che con tali premesse nessuno è disponibile a rinunciare a qualcosa.
Ma sono convinto che se avessimo un governo e dei politici credibili, la maggior parte degli italiani sarebbe disposta a fare dei sacrifici per garantire a se, ai loro figli e nipoti un futuro migliore (anzi un futuro tout court).
Comment by raniero
October 12th, 2011 @ 10:26 pm
Busilacchi mette il dito nella piaga della improponibilità futura dell’italico welfare assistenziale, con sincerità e lucidità; cosa che mi pare manchi del tutto al PD (per non parlare di Sel, Idv e tutti gli altri). Purtroppo oggi la connessione approfondimento/politica è sempre più rara (e oggettivamente anche difficile). In altri Paesi, ad es. la Francia, il dibattito teorico va avanti bipartisan e in parallelo con alcune fondamentali scelte; qui tutto è condizionato da una estenuante guerriglia (ridicola e incomprensibile abroad) per abbattere il demiurgo. Per il resto tutti, con sfumature più o meno laiche o confessionali, ricicciano sulle classiche ricette del welfare all’italiana. Ben venga, Gianluca, un dibattito di questo tipo a “cuore aperto”, a costo di dover rinunciare alle rendite di posizione ma per occuparsi del futuro di tutti noi.
Comment by Marbi
October 13th, 2011 @ 9:00 am
Interessante la concezione di partito come sindacato che sembra trapelare dal commento del consigliere regionale Gianluca Busilacchi. Un partito che si fa carico degli interessi di categoria e fa attenzione a non scontentarli per non perdere consenso. Ma i partiti non avrebbero il compito di proporre modelli di società? Non dovrebbero essere portatori di progetti coerenti con le loro indicazioni ideali? Sarebbe ben triste se un partito di sinistra invece di costruire una società giusta si ponesse l’obiettivo di mettere “pezze” su quanto esiste cercando di fare delle compensazioni sociali. In un paese come l’Italia dove l’evasione fiscale supera i 150 miliardi di euro l’anno e dove la corruzione si aggira intorno a circa 50 miliardi di euro l’anno bisogna togliere ad una generazione per dare ad un’altra? Così come, secondo me, non andrebbe fatta confusione tra la spesa sociale e la previdenza sociale, soprattutto quando questa si avvia ad essere fondamentalmente contributiva. Infatti perchè lo stato dovrebbe prelevare i contributi presidenziali per “pagare” la spesa sociale? Lo stato ha il compito di utilizzare le tasse per fare le sue spese comprese quelle sociali e non “prendere” dai lavoratori dipendenti parte del loro stipendi o salari. In conclusione, per favore, non si confonda il pragmatismo con la politica, sono due cose completamente diverse: la seconda disegna le strategie il primo indica un metodo operativo. Purtroppo il problema principale che ha, secondo me, il PD è proprio la mancanza di una strategia politica che individui il modello di società a cui tende per cui tutti i suoi programmi rischiano di apparire “compitini” astratti ed episodici e non si dica che bisogna essere “coerenti con le cose della vita” perchè viviamo nell’Europa del 2011, in Francia, attualmente sono in corso le primarie del PS e nel dibattito politico vi sono posizioni, non marginali, in cui si accusa apertamente le banche di essere responsabili del dissesto economico del paese mentre in Italia ci si accoda, acriticamente, a dire che la BCE (banca privata) ha ragione.
Comment by Il Riformista
October 15th, 2011 @ 2:04 pm
Non ho per niente l’idea di partito come sindacato, né mi pare che trapeli affatto dal mio post.
Come coglie Marbi nel suo commento sopra, la mia è una amara constatazione di un conservatorismo di sistema che pervade la politica italiana. Che io non condivido, ma dal quale vedo con fatica una via di uscita alle attuali condizioni politico-elettorali. Ciò non vuol dire che non bisogna fare di tutto per provarci (a partire dal sottoscritto)
Comment by gianluca
October 16th, 2011 @ 9:07 pm
Un libro pubblicato da poco di Tommaso Nannicini si intitola “Non ci resta che crescere” (Università Bocconi editore).
E in effetti questa, per quanto ovvia, è la prima risposta da dare al post di Busilacchi.
Solo con una crescita che Draghi ha stimato non inferiore al 2% annuo (in termini reali, naturalmente) è possibile ridurre il peso del debito, creare nuova occupazione in modo da aumentare anche le risorse per finanziare il sistema pensionistico, aumentare la produttività e quindi i salari, ridurre l’onere degli ammortizzatori sociali.
E di per sé la crescita non basta: occorre che la spesa pubblica cresca meno del PIL, in modo che la pressione tributaria possa gradualmente diminuire. La riforma fiscale e la lotta all’evasione devono sgravare reddito da lavoro e da impresa, redistribuire il reddito favorendo così la domanda e soddisfacendo esigenze di equità oggi più che mai sentite.
D’altra parte, la spesa pubblica è in grandissima parte spesa per personale, trasferimenti (pensioni, ammortizzatori sociali), acquisti di beni e servizi, interessi sul debito. La riduzione degli interessi sarà una conseguenza del risanamento, quella degli ammortizzatori una conseguenza di un maggiore sviluppo, per il resto occorre che mediamente il numero di anni lavorati aumenti di uno o due a parità di pensione e serve un “piano Industriale” della pubblica amministrazione per aumentare la produttività, ridurre gradualmente il personale, razionalizzare gli acquisti.
Ma altre riforme sono necessarie per la crescita, le ha indicate più volte Draghi: accelerazione della giustizia civile e della realizzazione di infrastrutture, nuova disciplina del mercato del lavoro, liberalizzazioni, investimenti in capitale umano, dismissione di patrimonio pubblico.
Quanto più rapido sarà questo percorso di risanamento e sviluppo tanto più si libereranno risorse per nuove forme di welfare.
Come si concilia un impegnativo (e doloroso) programma di riforme con la normale dialettica maggioranza –minoranza e la ricerca del consenso che è il sale della democrazia? Ogni governo o maggioranza è anche una coalizione di interessi, ma il suo successo e la sua durata si basano sulla capacità di parlare a tutto il paese offrendo una prospettiva anche a chi della coalizione non fa parte.
Un esempio. Dove si annidi l’evasione lo sappiamo tutti: commercianti, professionisti, artigiani, una parte di imprese. Se ne parli con un rappresentante di queste categorie, non lo nega, ma ti dice che i suoi associati ce l’hanno con i dipendenti pubblici che hanno posto sicuro e bassa produttività, con i costi e i privilegi della politica, con i monopoli che impongono costi e tariffe esose, con le grandi imprese che prendono per il collo le piccole sui tempi dei pagamenti, con le banche che razionano il credito.
Allora, un partito o un governo che voglia il consenso anche di chi verrebbe penalizzato da una seria lotta all’evasione deve dimostrare di essere capace di toccare anche interessi forti o che fanno parte della coalizione che lo ha portato al successo, distribuire gli oneri con equità e non utilizzare i proventi per maggiori spese ma per ridurre la pressione fiscale.
Chi vince dura poco se pensa di fare solo gli interessi della propria parte, deve offrire una prospettiva anche agli altri: per questo, chi oggi fosse capace di rilanciare la crescita e distribuire gli oneri con equità avrebbe, penso, un largo consenso.
Se il gioco è di breve termine e a somma zero ci sarà sempre una lotta distruttiva tra interessi contrapposti. La chiave di un successo duraturo sta in un programma che trasformi il gioco in uno a somma positiva. Di solito la sua realizzazione richiede tempo mentre la politica, specie in Italia, è ossessionata dal prossimo appuntamento elettorale. Anche perché da noi, ogni appuntamento diventa un giudizio di Dio.
Alla fine, la ricetta è facile a dirsi: lungimiranza, equità e interesse generale. E per quanto riguarda gli schieramenti politici, rispetto reciproco e delle regole comuni e disponibilità a mettere da parte i contrasti in condizioni di emergenza.
Realizzarla è un altro paio di maniche.
Comment by A.L.
October 20th, 2011 @ 3:28 pm
la risposta di AL, che ringrazio, è talmente articolata da essere quasi un programma di governo. un programma la cui impostazione condividerei anche, ma che non risponde del tutto alla domanda latente del mio post: come uscire dall’imbuto categoriale in cui è costretta la politica italiana? lanciare un programma ampio e di medio periodo, una visione lunga e centrata sulla crescita e sull’equità, in modo da poter operare anche sul piano della redistribuzione orizzontale oltre che su quella verticale: condivido. nel senso che lo condivido come auspicio.
perché il dibattito reale, come si nota giustamente alla fine del commento, è sempre centrato sul “domani mattina” e la prospettiva è centrata sul prossimo appuntamento elettorale. ho timore che nell’epoca in cui il consenso politico passa più che altro dalla comunicazione, dalla velocità nel commentare sull’ANSA il singolo fatto di attualità, da facebook, dal governare per spot, dalla percezione di breve periodo delle narrazioni raccontate nei salotti televisivi, per le proposte di riforma seria che necessitano di tempi più lunghi, lo spazio sia molto stretto.
occorre inventarsi qualcosa.
Comment by gianluca
October 21st, 2011 @ 3:48 pm